giovedì 29 luglio 2010

Wikileaks squarcia il velo dell'ipocrisia

I 45 civili, tra cui donne e bambini, rimasti uccisi la scorsa settimana in un attacco missilistico delle forze a guida Nato, nella provincia meridionale di Helmand, sono solo la punta dell'iceberg della fallimentare missione USA in Afghanistan. Oggi i vari portavoce dei governi coinvolti in battaglia lo hanno riferito alla stampa, fino a ieri non è stato così. Nella terra dei talebani dal 2004 sono morti migliaia di innocenti spesso nel corso di "azioni amichevoli" a causa della totale incompetenza degli uomini in forza alle truppe della coalizione.

Perchè restiamo in Afghanistan?

La guerra in Afghanistan è persa da tempo. Eppure continua. Non perché sia possibile vincerla, ma perché chi l'ha persa non trova il coraggio di ammetterlo.

E di assumersene la responsabilità. Sicché sul fronte afgano-pachistano si uccide e si muore come mai in questi nove anni di un conflitto apparentemente interminabile. 

Ieri è toccato a due nostri soldati, impegnati in una missione che il nostro governo non trova il coraggio di chiamare con il proprio nome: guerra. Peggio, una guerra di cui non sappiamo chiarire l'obiettivo, se non slittando in una retorica che suona ormai peggio che falsa, offensiva per i nostri caduti e per la nostra democrazia. 

Se vogliamo dare un senso al sacrificio dei nostri militari dobbiamo capire perché oggi stiamo molto peggio che all'inizio di questa campagna. E stabilire come uscire da un meccanismo infernale che non siamo in grado di controllare. 

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