venerdì 16 luglio 2010

La missione italiana in Kosovo passa ai "contractor"

La scorsa settimana la deputata del Partito Democratico Federica Mogherini ha diffuso, indignata, la terribile notizia che il governo ha rinunciato al comando della missione NATO in Kosovo (missione nota con la sigla KFOR), dato che la manovra finanziaria non consentirebbe di reperire i fondi necessari neppure per mantenere l'attuale contingente. Un ritiro, parziale o totale, dei militari italiani, per qualsiasi motivo venga deciso, di per sè non sarebbe una di quelle notizie in grado di suscitare particolare dolore; ma il problema è che, come sempre, c'è l'inganno.

Il blog di "Panorama" - periodico guerrafondaio e privatizzatore come tutti gli altri organi d'informazione, ma più sfacciato -, ci ha offerto la spiegazione del mistero, dietro le parole di uno dei soliti "esperti" di cose militari: la soluzione del problema della missione in Kosovo consisterebbe nell'affidarla a ditte private, specializzate in "servizi bellici", quelli che sono ormai conosciuti con l'eufemismo di "contractor".

La logica di questo suggerimento non appare inattaccabile, poiché, se il problema della missione militare italiana in Kosovo riguarda la mancanza di fondi, allora un appalto a ditte di contractor non lo risolverebbe, dato che non lavorano certo gratis. Ma solo un antimilitarista irriducibile si perderebbe in un dettaglio così trascurabile.

Consideriamo perciò pareri più equanimi e meno prevenuti. Commenti provvidenziali, tanto da apparire pilotati, sono infatti venuti in soccorso dell'opinionista di "Panorama", affermando che bisognerebbe uscire dal pregiudizio pacifista che mostra i contractor come dei lanzichenecchi assetati di sangue e di sesso, dato che si tratterebbe di professionisti fornitori di servizi. Ma l'immagine dei contractor come semplici mercenari assetati di sangue e di sesso appare alquanto addolcita, molto al di sotto del pericolo reale che essi costituiscono. 

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