mercoledì 7 luglio 2010

Gli Stati Uniti stanno attivando l’ingranaggio per distruggere l’Iran

La grave minaccia all’Iran è la più seria crisi politica estera che l’amministrazione Obama affronta. Il Congresso ha indurito le sanzioni contro questo paese, castigando più severamente le aziende estere che realizzano affari lì. L’Amministrazione ha esteso la capacità offensiva degli USA nell’isola africana Diego Garcia, reclamata dal Regno Unito, che aveva espulso la popolazione in modo che gli USA potessero costruire una grande base per attaccare Medio Oriente e l’Asia Centrale.

La Marina statunitense ha informato dell’invio di un equipaggio all’isola per appoggiare i sottomarini dotati di missili Tomahawk, che possono trasportare testate nucleari. Secondo la relazione da parte della Marina che il Sunday Herald ha ottenuto, da Glasgow, l’equipaggio militare include 387 distruttori di bunker per far esplodere strutture sotterranee rinforzate. “Stanno attivando l’ingranaggio per distruggere l’Iran” 

ha detto a questo giornale il direttore del Centro di Studi Internazionali e della Diplomazia dell’Università di Londra, Dan Plesch. “I bombardieri e i missili di lungo raggio degli USA sono preparati per distruggere 10.000 obiettivi, in Iran, in poche ore”.

I cinesi i vincitori in Iraq


Dev'essere che nessuno negli Stati Uniti prese sul serio George W. Bush quando nel maggio del 2003, salito sul ponte di comando della portaerei Uss Abraham Lincoln dichiarò che la missione irachena era compiuta. Dev'essere che sette anni dopo e con i marines pronti a tornare a casa i grandi investitori americani valutano l'Iraq un posto altamente insicuro, politicamente instabile e schiavo di una corruzione velenosa che strozza l'iniziativa economica. Sarà, ma non tutti la pensano così e la Cina, fra tutti, è il paese che più sta traendo vantaggi dall'indecisione degli americani. Pechino, come Parigi e Berlino, non ha preso parte alla 'festa irachena', non ha perso un solo uomo in battaglia eppure sta prendendo i pezzi più grossi della torta.

Cina pigliatutto. Dal 2007 a oggi la Cina ha messo nel proprio portafogli partecipazioni in tre degli undici contratti che il ministero del Petrolio iracheno ha firmato per aumentare l'estrazione del greggio nella misura del 450 per cento nei prossimi sette anni. L'ultimo colpo, realizzato insieme alla British Petroleum (Bp), è stato messo a segno dalla China National Petroleum Corporation (Cnpc) aggiudicandosi le concessioni per vent'anni sul campo di Rumaila, la più grande riserva irachena che, si stima, conserva 17,7 miliari di barili sotto la sua sabbia. Bp e Cnpc hanno accettato il prezzo offerto dal ministero: due dollari a barile. Per intenderci, il gigante petrolifero statunitense Conoco Phillips ha rifiutato il prezzo di quattro dollari a barile offerto per le estrazioni nel campo di Bai Hassan a fronte della pretesa che partiva da 26,7 dollari per barile. 
La Cnpc, il cui capitale è interamente nelle mani del governo cinese, ha rinegoziato anche un altro accordo da  tre miliardi di dollari stipulato quando al potere c'era ancora Saddam Hussein.

La crisi la pagano i giovani

Mai prima d'ora una crisi aveva colpito così tanto i giovani. Questa volta non abbiamo avuto soltanto il congelamento delle assunzioni, anche una grande quantità di contratti temporanei non sono stati rinnovati. Di conseguenza, la disoccupazione giovanile nell'area euro è balzata in maggio al 20 per cento con livelli più alti nei paesi con maggiore dualismo nel mercato del lavoro, dal 15 per cento di prima della crisi. In Spagna, quattro giovani su dieci che partecipano al mercato del lavoro sono disoccupati, in Italia uno su tre, in Francia e Svezia – due paesi con un dualismo simile nel mercato del lavoro – siamo a uno su quattro. È il momento di correre ai ripari se non vogliamo perdere un'intera generazione.
CONSEGUENZE DELLE RIFORME
I governi europei hanno fatto sforzi notevoli per riformare le istituzioni del mercato del lavoro e uscire così dallaEurosclerosi degli anni Ottanta: nei venticinque anni che hanno preceduto la grande recessione, nei paesi dell'Europa a 15 sono state avviate circa 200 riforme delle tutele dell'occupazione, che in più della metà dei casi hanno aumentato la flessibilità del mercato del lavoro.
Un effetto delle riforme è un aumento della volatilità dell'occupazione. L'occupazione cresce di più nei periodi di crescita che in assenza di riforme . Questo ha contribuito all'eccezionale andamento dell'occupazione negli anni1995-2007, quando la disoccupazione è scesa di un quarto, la disoccupazione di lungo periodo si è dimezzata e sono stati creati 21 milioni di nuovi posti di lavoro. È il lato positivo della flessibilità. Il lato negativo lo abbiamo visto nel corso della recessione: la riduzione dell'occupazione associata al calo della produzione è considerevolmente superiore nei paesi che hanno attuato queste riforme duali. In altre parole, la perdita di posti di lavoro sarebbe stata minore senza le riforme.

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