venerdì 25 giugno 2010

Le lezioni dimenticate della storia

Articolo in sostegno della "Lettera degli economisti"
Un professore di economia politica sta concedendo una intervista radiofonica sulla grave situazione che il suo paese si trova a fronteggiare. È necessario incoraggiare la spesa dei consumatori, egli afferma, al fine di sostenere la produzione e l’occupazione. Se la società, al contrario, cerca di risparmiare maggiormente, il risultato sarà una caduta del reddito e una riduzione del risparmio. Questo è il “paradosso della parsimonia”.
La trasmissione ebbe luogo in Norvegia nel 1932, e l’intervistato era Ragnar Frisch, il quale nel 1969 avrebbe diviso il primo premio Nobel per l’economia con l’econometrista olandese Jan Tinbergen. L’argomentazione di Frisch è stata recentemente rievocata, con apprezzamento, da un altro premio Nobel, l’americano Lawrence Klein (2006, p. 171).
Nel 2008 sembrava che questa lezione keynesiana fosse stata appresa dai governi dell’Unione Europea, i quali incrementarono la loro spesa e si indebitarono per affrontare la Grande Recessione che minacciava di causare seri problemi alle loro economie. Ora, nel 2010

Il predone di Arcore e l'affare Brancher

Pensiamo ogni volta di aver conosciuto di Berlusconi il volto peggiore, l'intenzione più maligna, la mossa più fraudolenta. Bisogna convincersene, quell'uomo sarà sempre in grado di mostrare un'intenzione ancora più maligna, una mossa ancora più fraudolenta, un volto ancora peggiore. Sappiamo che cosa è e rappresenta la cosa pubblica per il signore di Arcore, non dobbiamo scoprirlo oggi. È l'opportunità di ignorare e distruggere le inchieste giudiziarie che hanno ricostruito con quali metodi e complici e violenze Silvio Berlusconi ha messo insieme il suo impero. Non scopriamo adesso che il signore di Arcore si è fatto Cesare per evitare la galera (lo ha detto in pubblico senza vergogna il suo amico Fedele Confalonieri). E tuttavia, pur consapevoli che il potere berlusconiano sia esercitato in modo esplicito a protezione dei suoi interessi privati, lascia di stucco l'affaire Brancher. 

La storia la si conosce. C'è questo signore, Aldo Brancher. Non se ne apprezza un pregio. Si sa che è stato assistente di Confalonieri in Fininvest. Con questo ruolo, tiene i contatti con socialisti e liberali nella prima repubblica. Detto in altro modo, è l'addetto alla loro corruzione. Il pool di Milano documenta nel 1993 che Brancher elargisce 300 milioni di lire al Psi e 300 al segretario del ministro della Sanità liberale (Francesco De Lorenzo) per arraffare a vantaggio della Fininvest un piano pubblicitario dello Stato.

Lo arrestano. Resta tre mesi a san Vittore. Non scuce una frase.

Il problema del cambio cinese

In reading Scott Sumner’s take on the China currency peg dilemma, I see that both he and Paul Krugman hit on the fundamental problem in the debate: reserves. Everyone is talking about the peg as if relaxing the peg will be the magic bullet to America’s current account problem. But this is clearly not the case.
If China were to unilaterally revalue it’s currency, the Chinese would start selling dollars and buying some other currency. If the Chinese simply sold dollars for Renminbi, part of the benefits of revaluation would accrue to Chinese export competitors in Europe (principally Germany) and in Asia (depending on their currency policy response). As US economic policy would be unchanged, US imports would switch from China to its competitors without any benefit accruing to the US.
If the Chinese bought euros, a Yuan revaluation would effectively be a US dollar depreciation against both the Yuan and the euro (not to mention against other Asian countries again depending on whether they move in concert with the Chinese). In this case, the US would be able to reduce its current account deficit.
Either way, the policy aim appears to be to force the Chinese to effect a US dollar depreciation – and this is what has the Chinese so outraged.
The Wall Street Journal quotes China’s Premier Wen as saying:
“I can understand that some countries want to increase their share of exports,” Mr. Wen said, in an apparent reference to the Obama administration’s goal. “What I don’t understand is the practice of depreciating one’s own currency and attempting to press other countries to appreciate their own currencies solely for the purpose of increasing one’s own exports,” he added. “This kind of practice I think is a kind of trade protectionism.”
It is not the peg that matters. This is the symptom.  It is China’s accumulation of reserves – it’s capital account surplus – which are at issue. Krugman has it right when he says:
…the right way to think about China’s exchange rate is, initially, not to think about the exchange rate. Instead, you should focus on China’s currency intervention, in which the government buys foreign assets and sells domestic assets, on a massive scale.

Macroeconomia: domanda vs offerta

Spesso viene ripetuto il ritornello secondo cui per riattivare la ripresa economica dopo la grande crisi 2008-2009 – e ancora parzialmente in atto – occorre principalmente stimolare i consumi. Il che, oltre ad essere errato sul piano metodologico della macroeconomia, è smentito dai numeri, vista la sostanziale tenuta dei consumi, con variazioni assolutamente minime, rispetto al generale crollo della produzione e dei commerci del mondo occidentale.
Quello che occorre stimolare sono gli investimenti, quindi il risparmio.

Un brano di Mark Skousen, autore di Forecasts & Strategies, e pubblicato su Freeman.com, lo spiega in termini discorsivi ed esaustivi.

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Non sono i consumi a spingere l'economia.



“La spesa di consumo rappresenta più del 70 per cento dell'economia e solitamente spinge la crescita in una ripresa economica.”~ “I consumatori spingono l'economia,” 
New York Times, 1° maggio

Ad ogni trimestre, quando il governo pubblica i suoi ultimi dati sul P.I.L., sentiamo il solito ritornello:

“Quello che fa il consumatore è vitale per la crescita economica.”

“Se il consumatore comincia a risparmiare e smette di spendere, abbiamo un grosso problema.”

“La spesa per i consumi rappresenta il 70 per cento dell'economia.”

Quest'ultimo “fatto” viene ripetuto regolarmente nelle news dalla Associated Press, dal Wall Street Journal e dal New York Times.

La fine del Thatcherismo



Il «budget inevitabile » presentato martedì dal governo di centrodestra britannico è un tradimento. George Osborne, conservatore, cancelliere dello Scacchiere, ha preso la valigetta rossa e spelacchiata che contiene i conti dello Stato e che i ministri delle Finanze del Regno si passano di mano, è uscito dal numero 11 di Downing Street e alla Camera dei Comuni ha annunciato il piano di rientro dal deficit pubblico, salito a oltre il 10% con la crisi economica. Tagli alla spesa ma soprattutto tasse. Parola che gli eredi di Margaret Thatcher avrebbe dovuto sempre accompagnare con «tagli» ma ora avvicinano ad «aumento ».

Disperati per lo stato delle finanze pubbliche, i conservatori britannici cambiano pelle: la riduzione delle imposte non è più la chiave che apre l’economia e fa prosperare il Paese. Il tradimento di quasi trent’anni di politiche fondate sulla supply side economics — cioè sull’economia che favorisce l’offerta e i suoi soggetti lanciata negli Anni Ottanta dalla signora Thatcher e dal presidente americano Ronald Reagan — non si consuma solo a Londra. Lì, il governo guidato da David Cameron ha deciso di aumentare l’Iva dal 17,5 al 20%, di introdurre nuove tasse su seconde case e investimenti in titoli finanziari, di ridurre le esenzioni fiscali e di inventare un prelievo sui patrimoni delle banche, l’industria più potente del Regno. Una manovra giustificata con i numeri spaventosi del deficit ma presentata anche con una certa baldanza, il che fa pensare che non sia stata una scelta sofferta. In altri Paesi succede lo stesso: magari con meno zelo, ma i partiti di centrodestra mettono le mani nelle tasche dei cittadini proprio come accusavano di fare i rivali socialisti e socialdemocratici. E’ l’austerità, cari europei.

Il debito pubblico in Italia è sostenibile?


Uno dei temi finanziari più importanti e dibattuti degli ultimi giorni riguarda la sostenibilità del debito pubblico italiano. Il dibattito si inserisce nelle più ampie preoccupazioni degli operatori finanziari generate dall'ampliarsi dei debiti pubblici dei Paesi sviluppati in conseguenza delle politiche di stimolo fiscale e di salvataggio delle banche conseguenti all'ultima crisi finanziaria. 

Il 14 maggio, il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato uno studio nel quale si analizzano i piani di diversi governi per il contenimento del deficit e del debito. In questo studio vi sono molti dati interessanti che è utile sottolineare. 

Vorrei tentare di spiegare, con la maggiore semplicità che mi è concessa, il problema. 
Un punto di vista un po' più tecnico, sebbene sempre didattico, si più trovare in un articolo di Paolo Sassetti (un analista finanziario indipendente che mi onora della sua amicizia) di cui consiglio la lettura.
Il tema è molto rilevante per tutti noi e tocca ancora più direttamente coloro che hanno i loro risparmi allocati in titoli di stato: è ragionevole aspettarsi che l'Italia ce la faccia a pagare i propri debiti e quindi a rimborsare BOT, CCT e BTP? 
Partiamo da due concetti: deficit e debito. Il debito pubblico è l'ammontare complessivo del debito di una nazione. Solitamente questo parametro si esprime in rapporto al PIL (prodotto interno lordo, cioè l'ammontare dei beni e servizi prodotti in un anno dalla nazione). Il deficit è invece la differenza fra le entrate e le uscite avute in un anno. Il deficit, ovviamente, va ad aumentare il debito. Un avanzo di bilancio (cioè entrate superiori alle uscite) naturalmente riduce il debito. Anche il deficit si esprime in rapporto al PIL. 

La recessione è finita?

24 giu. 2010 - Confindustria: la recessione è finita. 

Grecia, l'anello più debole di una catena in profonda crisi

Breve premessa contestuale storica

Priva di un lungo processo di accumulazione capitalista, ma sulla base di un'eredità con i suoi limiti nella lotta d'indipendenza nazionale (1821-1830)-durante il declino dell'Impero Ottomano-che non ha potuto, per questa stessa ragione, trasformarsi in una rivoluzione borghese di tipo classico, combinato con degli elementi tipici del sottosviluppo strutturale con prevalenza agricola e con una forma di Stato di tipo oligarchico sottomesso alle influenze straniere, col peso per più di mezzo secolo della conquista della sua unità territoriale (1830-1913), umiliata dal fallimento delle sue avventure espansionistiche in Asia Minore (1919-1922), sotto la dittatura militare(1936-1940), dissanguata dall'occupazione nazista selvaggiamente e da una guerra civile ancora cruenta anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, consegnata dallo stalinismo alla repressione e al dominio inglese prima e statunitense dopo (accordi di Yalta e annessi e connessi), blindata da uno Stato di polizia coi militari fino alla fine degli ultimi dieci anni del 1950, scottata da un timido tentativo di democrazia dalla fine degli anni sessanta a causa dell'intervento pesante dei colonnelli greci sostenuti dagli Stati Uniti (1967-1973), colpita da rovinose spese militari in rapporto al suo PIL (sotto minaccia turca e perr la situazione geopolitica che la condizionava), la Grecia non riesce a raggiungere la "modernizzazione capitalista" e non riscopre la democrazia che molto tardi, a partire dal primi dieci anni del 1970 più precisamente, riguardo alle strutture, artificiali e fragili.

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