mercoledì 23 giugno 2010

L'Iran e la bomba

Milano, giovedì  1 luglio 2010 ore 18.30 
presso CHIAMAMILANO 
Largo Corsia dei servi 11 

Alfredo Tradardi
presenta il saggio

L’Iran e la bomba
di
Giorgio S. Frankel
DeriveApprodi - 2010 

sarà presente l'autore
modera: Francesco Giordano 

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Giorgio S. Frankel

L'Iran e la bomba


pagg. 120


Il libro
Da circa vent’anni gli Stati Uniti e parte delle potenze occidentali affermano che «l’Iran è prossimo ad avere armi atomiche e che è ormai solo una questione di pochi anni». Questi «pochi anni» sono generalmente cinque, ma i tempi previsti variano a seconda delle circostanze, mentre la data fatidica dell'ingresso dell’Iran nel club delle potenze nucleari viene via via spostata in avanti. A cosa risponde questa retorica a fronte della centralità della questione iraniana nello scacchiere politico mediorientale? Qual è il ruolo giocato dall’altra potenza atomica regionale, ovvero Israele?
Attraverso un’analisi geopolitica che passa al vaglio tanto gli appetiti occidentali per le risorse di gas e petrolio iraniane quanto la specifica collocazione dell’Iran a cavallo tra la sfera d’influenza cinese e quella russa, Frankel prova ad approfondire la questione dell’«atomica iraniana» scardinando ciò che lui stesso definisce una retorica di «propaganda».

Il "Cul de sac" dell'Ossezia del Sud

Leningor-Tzkhinval (Ossetia del Sud) - Arrivare a Leningor (Montagna di Lenin) dalla capitale Tzkhinval è davvero un’impresa. Novanta chilometri di monti e di valli di una bellezza indescrivibile, immersi in un verde cupo, compatto, ondulato come una capigliatura ricciuta che non lascia mai intravvedere la cute. La strada è stata scavata in tutta fretta dai bulldozer, in pochi mesi. Il fondo stradale è un mare dalle onde aguzze di pietra. Condutture di scolo non c’era il tempo di scavarle e, dunque, la terra, ricchissima di acqua alpina, crea pantani e laghi interi, dentro il quale solo auto da guerra e giganteschi Kamaz posso sguazzare.
 Le salite e le discese sono così ripide che solo prime marce rinforzate consentono di superarle. Chi si rompe rimane sul posto in attesa che, qualche giorno dopo, vengano a trarlo d’impaccio.
Non c’è altro modo. Il quarto distretto dell’Ossetia del Sud, quello che appunto si chiama Leningorskij (gli altri tre sono il Dzhavskij, lo Tkhinvalskij, e lo Znaurskij) è separato dagli altri da montagne intatte. Quando l’Ossetia del Sud era una regione autonoma della Georgia, cioè fino al 1990, per restare nel secolo XX, per passare da una valle all’altra si scendeva da Tzkhinval a Gori, e poi si risaliva verso Leningor. In tutto una quarantina di chilometri, per giunta asfaltati.
Ma adesso quella strada passa tutta in territorio nemico, cioè georgiano. E allora non è restato altro che farne una nuova, a tappe forzate, in territorio amico.
zchinvali065
Ecco un altro esempio di questa “finis Terrae”. Un paese che ha una sola porta d’ingresso, il tunnel di Rok, a quasi 2000 metri, per arrivare dall’Ossetia del Nord, cioè dalla Russia. E non ha uscite di sorta. Un cul de sac chiuso da tutti i lati: alle spalle dalla imponente catena del Caucaso, a sud, est e ovest, scendendo le valli, c’è la frontiera contrastata, contestata, intinta di sangue e di odi. Che non è mai stata amica, in nessuno dei dieci secoli precedenti. E che, anche per questa non banale ragione, non sarà amica mai più.

La ribalta turca


Negli ultimi tempi la Turchia sta salendo con sempre maggiore frequenza alla ribalta delle cronache mediorientali ed internazionali, non solo in qualità di emergente potenza economica, ma anche in quanto paese intenzionato a giocare un ruolo politico sempre più incisivo in Medio Oriente e a livello globale.
Due eventi in particolare hanno attirato l’attenzione della stampa internazionale, suscitando in alcuni casi paure e sospetti, in Occidente, sulle reali motivazioni alla base delle politiche regionali turche: la crisi nei rapporti fra Ankara e Tel Aviv seguita all’incidente della flottiglia di Gaza, ed il voto contrario espresso dalla Turchia in occasione dell’approvazione di nuove sanzioni all’Iran da parte dell’ONU.
Il fatto che questi due eventi si siano verificati in rapida successione ha contribuito a suscitare un vero e proprio dibattito in molti paesi occidentali, ma anche all’interno della stessa Turchia, sulla possibilità che Ankara si stia allontanando dall’Occidente e stia cercando di proporsi come paese guida di un nuovo fronte mediorientale cementato da una solidarietà “islamica”.

La “sfilata folkloristica” dei potenti del Gruppo Bilderberg

Finora al Bilderberg 2010, Charlie Skelton ha sorpreso la regina Beatrice e Henry Kissinger. Niente male, considerando l'operazione anti-media di dieci milioni di euro della polizia spagnola.

Un uomo si allunga sotto una siepe, sbatte le palpebre, maledice il ciottolo appuntito sotto il suo fianco e il suo dito va giù sull'otturatore.

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Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ex amministratore delegato di Goldman Sachs.

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Paul Volcker, ex presidente della Riserva Federale degli Stati Uniti, attuale presidente del consiglio consultivo di Obama per la ripresa economica.

Nella foto: la veduta generale dell'Hotel Dolce in cui gli ospiti di Bilderberg si stanno incontrando a Sitges. Photograph: Albert Gea/REUTERS. 

*Per “Pow-wow” si intende gergalmente una riunione in stile “sfilata folkloristica” di personaggi potenti. N.d.r. 

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Josef Ackermann, presidente della Deutsche Bank.

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Peter Voser, CEO della Royal Dutch Shell.

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Le foto che abbiamo visto dalla conferenza di quest'anno, che stiamo presentando nella “Bilderberg Power Gallery” dei personaggi molto influenti, sono state molto rivelatrici. 

Potete vedere dal linguaggio del corpo chi gestisce il Bilderberg. Molto potere passava il tempo attorno all'Hotel Dolce di Sitges la scorsa settimana, molta ricchezza, molta influenza, ma potete percepire l'Überpower quando si rivela.

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