sabato 24 aprile 2010

Mosca processa i neonazisti


Comincia oggi a Mosca il processo contro la più importante organizzazione ultranazionalista russa: Slavianskiy Soyuz (Unione slava). Il gruppo di estrema destra, il cui ideologo è Dmitry Demushkin, è accusato di estremismo e istigazione all'odio. La corte dovrà decidere se Slavianskiy Soyuz ha il diritto di esistere e di propagandare la propria ideologia attraverso marce e comunicati sul suo sito web (www.demushkin.com). Il processo si terrà a porte chiuse.

Dieci giorni fa il giudice Eduart Chuvasov, noto per aver presieduto la corte federale in una serie di processi per omicidi di alto profilo imputati a skinhead, è stato ucciso a sangue freddo nella sua abitazione. La sua morte è solo l'ultima, in un'ondata di violenza ultranazionalista e neo-nazista che negli ultimi anni è cresciuta esponenzialmente a Mosca e in tutta la Russia. Secondo il gruppo di monitoraggio antirazzista 'Sova', nel 2009 71 persone sono state uccise e 300 ferite nei cosiddetti 'reati d'odio'.

L'espansione del nazionalismo russo ha trovato numerosi sostenitori anche in rappresentanti politici dei diversi schieramenti, mentre il governo ha spesso chiuso un occhio sugli omicidi, le minacce e le attività di queste organizzazioni. In molti, infatti, hanno denunciato i tentativi - talvolta riusciti - delle autorità russe di utilizzare tali movimenti per condurre le loro battaglie contro le opposizioni democratiche che operano al di fuori del sistema politico russo.

Chuvasov partecipò al caso del processo contro il razzista Artur Ryno, condannato a dieci anni di lavori forzati per l'omicidio di 19 persone. Uno dei commenti più pertinenti seguiti all'uccisione del giudice fu proprio quello del leader di Slavianskiy Soyuz, Dmitry Demushkin: "Una nuova generazione sta rimpiazzando le grandi organizzazioni di nazionalisti, una generazione di gruppi disparati di giovani autonomi che commettono i crimini più seri e violenti". Lamentando la richiesta di messa al bando della sua organizzazione da parte delle autorità russe, Demushkin ha prefigurato una minaccia diretta al governo: "L'ondata di attacchi di gruppi nazionalisti fuorilegge si intensificherà. Molti giovani senza alternative cominceranno a diventare più aggressivi".

Per lungo tempo il governo russo non ha considerato le forze ultranazionaliste come una minaccia al suo potere o alla stabilità del Paese, ma come strumento per rilanciare la retorica della madrepatria. Solo di recente, il Cremlino ha gradualmente iniziato a comprendere il pericolo di tali gruppi. Il processo contro Slaviansky Soyuz, e il capo d'accusa di 'odio a sfondo razziale' anziché il più generico 'teppismo' del passato, rappresentano un passo storico verso il riconoscimento del potenziale eversivo dei gruppi neonazisti, inclini sempre più a strutturarsi come una vera e propria organizzazione criminale sganciata da ogni controllo.

di Luca Galassi

Fonte: PeaceReporter


Sudan, elezioni inquietanti


Alla vigilia di quella che sembrerebbe essere la conferma ufficiale di Omar al-Bashir alla presidenza del Sudan un caso inquietante ha sconvolto il processo elettorale attualmente in corso nello Stato più esteso dell'Africa. Edmond Yakani, del Sudanese Network for Democratic Elections (Sunde) sarebbe stato rapito e malmenato da agenti di sicurezza vicino la città di Wau, nel sud del Paese. Secondo quanto dichiarato da Yakani ai microfoni della Bbc un gruppo di uomini, riconosciuti dall'uomo come agenti di polizia, gli avrebbe prima offerto un passaggio in automobile e, dopo essersi accertati che fosse un osservatore elettorale in forza al Sunde, l'avrebbero bendato, condotto in un luogo segreto e colpito ripetute volte.

Irregolarità accertate. Oltre ogni considerazione logica sull'andamento del voto, che al 35 percento delle sezioni scrutinate, vedrebbero la scontata rielezione di al-Bashir con una forbice plebiscitaria oscillante fra il 75 e il 90 percento, i dubbi sulla regolarità delle elezioni sono state sollevate sia dall'Unione Europea che dal Carter Center, entrambi presenti in Sudan in qualità osservatori. Proprio Jimmy Carter, ex presidente statunitense e fondatore dell'omonima organizzazione per la difesa dei diritti umani, ha commentato l'attuale spoglio sostenendo: "È troppo presto per esprimere un giudizio definitivo, è evidente che queste elezioni sono state al di sotto degli standard internazionali" . Il trentanovesimo inquilino della Casa Bianca ha inoltre denunciato una gravissima violazione del diritto di voto aggiungendo: "Spesso i molti elettori analfabeti che sono venuti si sono trovati davanti funzionari di seggio che, alla presenza dei nostri osservatori, hanno cercato di convincerli a votare per un candidato di loro scelta. Questa - ha concluso Carter - è per noi una manifesta violazione delle norme elettorali". Alla condanna pronunciata da Carter si è aggiunta quella di Veronique de Keyser, capo della missione d'osservazione elettorale dell'Unione Europea, che ha sostenuto: "Si è lavorato duramente per raggiungere gli standard internazionali ma non sono riusciti a farlo. Ci sono state- ha poi aggiunto la dirigente -significanti carenze come i problemi logistici e le intimidazioni" .

Sud in fermento. Dall'ormai certa riconferma di al-Bashir dipendono le sorti del più importante appuntamento per lo Stato: il referendum del prossimo anno con il quale si deciderà sull'indipendenza del Sud del Paese. Il presidente non ha mai nascosto la propria avversione all'idea di permettere la secessione della regione meridionale che, tra l'altro, custodisce al suo interno ingenti capitali petroliferi. Oggi è estremamente difficile pensare che il Sudan People Liberation Movement (Splm) accetti di permettere che risorse come QuesAbyei e i Monti Nuba vengano fatti ricadere, in caso di vittoria, all'interno dei confini settentrionali del Paese. E proprio al-Bashir, contro cui i sudisti hanno rinunciato a competere per non compromettere le consultazioni referendarie del prossimo anno, sarà chiamato a una moderazione inedita in 24 anni di potere. Il presidente dovrà necessariamente confrontarsi con i fatti. E i fatti sono che al sud la popolazione animista-cattolica aspetta pazientemente dal 2005, anno degli accordi globali di pace firmati a Nairobi, di poter esprimere la propria volontà sull'indipendenza completa di Juba da Khartoum. Per non compromettere questo sogno l'Splm ha rinunciato alla lotta armata perfino dopo la morte, avvenuta in seguito a un controverso incidente aereo, del suo leader John Garang.
Parrebbe quanto mai sconsiderato da parte di al-Bashir non considerare questa serie di presupposti socio-politici se dovesse essere riconfermato.

Dopo oltre vent'anni di guerra civile sembra giunto il momento per il vecchio leader di godere degli ultimi stralci di sovranità e permettere la probabile divisione per raggiungere una definitiva pace nazionale.

di Antonio Marafioti

Pechino copia il fiore all'occhiello dell'aviazione militare russa


Quando le superpotenze contribuirono a sostenere l'industria della difesa dei loro alleati durante la Guerra Fredda, non immaginavano che, qualche decade dopo, le conseguenze di tale sostegno avrebbero contribuito a indebolire in modo massiccio la loro economia bellica.

Molti Paesi hanno creato copie perfette di armi, sono diventati militarmente evoluti e oggi offrono sul mercato le stesse armi clonate. Il caso più eclatante è quello del fucile mitragliatore sovietico Kalashnikov. Ai Paesi del Patto di Varsavia (tra cui Cuba, Cina, Libia, Egitto e Finlandia) venne garantita la licenza per la sua produzione. Oggi, nonostante tale licenza sia scaduta, il kalashnikov viene prodotto ancora in Ungheria, Polonia, Croazia, Slovacchia. Ma copie perfette sono realizzate in gran parte dei Paesi in cui infuriano guerre. Nonostante sia l'unica nazione che ha ottenuto una nuova licenza per la produzione del Kalashnikov, la Cina basa gran parte della sua economia sul furto di tecnologie.

Lo scorso anno, le vendite di caccia russi nel mondo hanno raggiunto i tre milioni di dollari. Mosca è al secondo posto nel mondo, dopo gli Stati Uniti, nel mercato dell'aviazione militare. Oggi la Cina reclama una fetta di questo mercato. Attraverso la copia del fiore all'occhiello dei velivoli russi: il Sukhoi Su-27. Pechino ha ottenuto i piani di costruzione del jet nel 1995, quando promise di acquistare 200 kit e assemblarli in patria. Dopo i primi 100 aerei, i cinesi dissero che non 'rispondevano' ai requisiti. L'aeroplano uscì comunque, versione clonata Made in China.

La minaccia cinese è reale, e per l'industria aerea russa sarà difficile mantenere ancora a lungo la posizione di vantaggio, a meno che non protegga la sua proprietà intellettuale con la forza. La controversia tra i due Paesi è mitigata dal fatto che gli esperti di aeronautica militare sostengono che la copia del Sukhoi, il J11B cinese, non abbia le evoluzioni tecniche apportate negli anni dai russi, e che non avrà nessuno spazio nel mercato internazionale. Anche se molti, come Maksim Pyadushkin, del Centro per l'analisi strategica e tecnologica di Mosca, ritengono che "il problema maggiore per la Russia è che vive da troppo tempo sugli allori dell'ex Unione Sovietica, e la sua tecnologia potrebbe presto non essere più tra le migliori del mondo".

di Luca Galassi

Fonte: PeaceReporter

La lunga mano del Cremlino dietro il cambio di vertice in Kirghizistan


Putin compra dovunque energia apparentemente per rivenderla, ma in realtà per farne uso strategico. I poteri globali e regionali continuano a gestire le aree di propria influenza istituzionalizzando e legittimando l’interventismo. Il cambio di vertice in Kirghizistan.

È più che evidente che dietro il cambio di vertice in Kirghizistan ci sia la lunga mano del Cremlino. Lo dimostrano il fido di 150 milioni di dollari elargito subito da Putin a favore dei nuovi governanti Kirghizi i quali parlano già delle basi militari Usa “ non giustificate ”. Il presidente Medvedev senza preoccuparsi nemmeno formalmente della sovranità nazionale del Kirghizistan invita il presidente destituito K. Bakiev a lasciare prima possibile il paese per evitare un altro Afghanistan. Ciò mentre la Bielorussia, stretta alleata di Mosca, offre asilo al presidente destituito che ovviamente rifiuta. Secondo le fonti russe – come secondo un copione - la famiglia Bakiev già durante il cambio di vertice si era trasferita negli Usa.

Solo cinque anni separano la rivolta in Kirghizistan dalla rivoluzione colorata che in linea con le rivoluzioni cromatiche in Ucraina e Georgia aveva portato al potere K.Bakiev il quale protetto dall’establishment Usa non era riuscito a costruire nemmeno una democrazia formale. Le rivoluzioni colorate erano sostenute da un occidente che sfruttando il crollo del sistema ex sovietico e la conseguente crisi, non si era presentato con i valori di una reale democrazia e libertà ma con il desiderio di una maggiore penetrazione, con un occhio alle risorse per allargare i mercati ed abbattere le barriere nazionali e doganali, ottenere le basi per combattere il dilagante talebanismo.

In Kirghizistan anche questa volta come la volta precedente è cambiato tutto al vertice per non cambiare nulla negli equilibri sociali. Il potere nelle repubbliche ex sovietiche rimane saldamente in mano alle vecchie gerarchie degli ex partiti comunisti, trasformate nella nuova borghesia con forti legami con gli eredi dell’ex Kgb e il Cremlino. I nuovi poteri centroasiatici emersi dalle ceneri dell’Urss basandosi sulle strutture di sicurezza - espressione di istanze di gruppo, clan e l’uomo forte (khan) -, ripristinando la tradizione storica applicano i metodi spietati del khan più forte.

Sono nate le parvenze delle istituzioni democratiche come parlamento, partiti politici, sindacati, etc... Ma lo spirito del potere è rimasto saldamente in mano agli ambienti tradizionali delle famiglie e di gruppi che, agendo nel quadro di vecchie e nuove corruzioni, gestiscono l’economia legale e vari traffici illeciti. In questo quadro le masse di diseredati privi di diritti democratici si rifugiano nei movimenti di stampo confessionale. Nel quadro di questo confessionalismo vari taleban in linea o organici con al-Qaida, chiedendo obbedienza organica, promettono la salvezza almeno per l’aldilà.

Nessuno si sarebbe accorto del cambio al vertice in questo piccolo e povero paese se, non fosse per le risorse quasi vergini dell’Asia Centrale, per la posizione geografica nel cuore del continente eurasiatico, per essere alle porte della Russia e suo ex-feudo, nelle vicinanze della Cina e dell’Iran e dell’Afghanistan e per le basi militari costruite o in via di costruzione per gli Usa o per la Russia.

Basi come Manas che servono per coprire le operazioni degli Usa e della Nato in Afghanistan e al Cremlino per il riemergere e lanciarsi alla riconquista - almeno - dei territori e degli spazi dell’ex Unione Sovietica. Infatti l’elemento più importante della vicenda kirghiza consiste nell’ulteriore passo che la nuova Russia compie nel suo riemergere come potenza extranazionale. Una tendenza apparsa già con l'intervento nel Caucaso in sostegno agli ossettini e contro la Georgia dell’ingenuo avventuriero Saakashvili.

Medvedev il presidente indicato da Putin ed eletto dal popolo, afferma senza mezzi termini che il caso del Kirghizistan potrebbe ripetersi anche altrove. Questa affermazione è la dimostrazione della ferrea volontà russa di riprendere il controllo delle aree extranazionali dove è possibile. La Russia in crisi, che aveva accettato l’arrivo e la presenza degli Usa e degli europei (in ordine sparso) fa capire di rivolere i territori perduti. La Russia che nell’ambito dell’ex Urss composto da popoli uguali e fratelli come il grande fratello, come la più uguale tra gli uguali, controllava tutto e tutti ed è intenzionata a riavere tutto il perduto.

Il riemergere della Russia nelle intenzioni e nelle politiche e soprattutto nella volontà di Putin erano ben evidenti. Putin dopo esser stato nominato dal barcollante Yeltsin, sfruttando il terrorismo ceceno di origine indipendentista e di dubbio operato (colpisce puntuale quando Putin è in difficoltà) si è impossessato del potere in tutti i sensi, ricostruendo la burocrazia di stato risuscitando l’anima di Ivan il Terribile. Putin dopo aver eliminato le resistenze della società civile (Anna Politkovskaja è solo uno dei nomi) ha eliminato tutti gli oppositori da Dubai a Londra con pallottole e i veleni di propria competenza.

Putin con l’esclusione dei gerarchi è diventato il gerarca unico e il maggior azionista di Gazprom (uguale alla Russia) e nell’ambito di un potere addomesticato come zar incontrastato è divenuto l’origine di ogni legge. Allora Putin come architetto di quel sistema in cui l’anima è la burocrazia di stato, nelle elezioni secondo ricetta ha fatto eleggere Medvedev presidente. Cosi Putin lo zar dagli occhi di ghiaccio, trasformando l’energia in materia strategica e rinnovando puntualmente anche l'arsenale bellico, ha istituzionalizzato il neozarismo, e mostra l’ansia di metterlo in atto con l’espansionismo verso il Caucaso e Asia Centrale per avere il controllo delle materie prime soprattutto quelle energetiche.

La Russia di Putin - Medvedev comincia a fare accordi e costruire oleodotti. “ North Stream “ sotto il Baltico (via Gerard Schroder) per il Nord Europa che bypassa eurorientali come la Polonia che seguono più la politica di Washington che quella di Brusselles, e “South Stream” per il sud Europa. La Russia fa sapere ai governanti del turkmenistan (30% delle risorse mondiali di gas) di essere disposta a comprare il gas turkmeno al di sopra dei prezzi di mercato. Quando i turkmeni si mostrano disponibili per vendere una percentuale i russi fanno sapere che vogliono comprare il totale.

Potrebbero i turkmeni chiudere gli occhi sulle vicende della vicina Kirghizistan e non vendere?

Putin compra dovunque dall’Algeria al Turkmenistan energia apparentemente per rivenderla, ma in realtà per farne uso strategico. Lo fa capire con la solita bolletta Ucraina non pagata per chiudere i rubinetti dell’energia all’Europa negli inverni gelidi. La Russia con la Gazprom entra nel mercato iraniano dell’energia e devia l’energia iraniana verso l’area indocinese, per tenerla lontana dal Nabucco e mercati europei. Putin aveva già affermato durante la propria presidenza alla Duma: "Il rublo deve diventare un mezzo più diffuso per le transazioni internazionali" ha detto Putin. "A questo punto, abbiamo bisogno di aprire una borsa in Russia per il commercio di petrolio, gas ed altri beni da pagare in rubli."

Ciò vuol dire escludere il dollaro dai circuiti di questa borsa. Anche Teheran e Caracas intendono convergere sul progetto della borsa petrolifera ed escludere il dollaro. Sommando questa esclusione con il fatto che la metà del debito Usa è finanziato dalla Cina e altre banche centrali asiatiche, ciò vorrebbe dire il crollo del sistema basato sul dollaro (oramai senza copertura aurifera) come moneta con la quale si compra energia.

La Russia come pieno membro della Sco (Shanghai Cooperation Organization) diviene più attiva nel mondo islamico attraverso la Conferenza Islamica, mentre trasforma un suo annoso problema del passato come l’Afghanistan in un problema degli Usa e della Nato e dopo la campagna irachena dell’amministrazione Bush avvenuta nel quadro delle logiche Neo-Con, con una politica di comprensione verso Teheran si affaccia anche sul Golfo Persico, un fatto storicamente senza precedenti. Di qui non solo l'impopolarità (che alimenta ulteriormente traffici illeciti e danneggia i ceti meno abbienti) delle sanzioni ma anche la pericolosità di far cadere l’Iran in mano russo-cinese.

Mentre Putin basandosi sulla burocrazia di stato e sulle varie strutture di sicurezza pianifica le linee strategiche della nuova Russia, il Presidente Medvedev dopo aver ammonito e punito l’ avventuriero Saakashvili arriva a consigliare Bakiev di consegnare l’ex feudo a gente di sua fiducia.

I poteri globali e regionali continuano a gestire le aree di propria influenza istituzionalizzando e legittimando l’interventismo, dimenticando che qualcuno potrebbe pensare a legittimare anche il terrorismo. I poteri gestiscono tutto secondo le logiche geopolitiche e spesso dimenticano che esistono milioni di esseri umani che hanno bisogno di sicurezza, di leggi e rispettivi diritti. La mancanza di sicurezza è una epidemia che facilmente potrebbe trasformarsi in pandemia.

di Amir Madani
Fonte: liMes

I bucanieri del Terzo millennio


I bucanieri del Terzo Millennio sono una minaccia per l'ambiente, la sicurezza e la neutralità del mare internazionale. Autodifesa dei singoli Stati o risposta della Comunità Internazionale? I quesiti del mare libero.

Vengono definite «acque internazionali», Ugo Grozio, che ne fu uno dei principali teorizzatori, le chiamava «mare libero», sono i grandi spazi marini al di fuori delle acque territoriali dei singoli Stati nei quali vige la libertà di navigazione di ciascun Paese. Tale principio è stato ripreso dalle più importanti convenzioni internazionali che si sono preoccupate per lo più di regolarne l’utilizzazione e una equa spartizione delle risorse ittiche e del sottosuolo. Ma oggi la neutralità/libertà degli oceani è compromessa da minacce globali, prime fra tutte quelle ambientali come le immense isole di plastica galleggiante (v. Nicolò Carnimeo, Oceani di plastica, in Limes n. Il clima del G2) o quelle relative alla sicurezza, terrorismo e pirateria.

I bucanieri del Terzo millennio hanno compreso la fragilità del nostro sistema economico legato ai trasporti marittimi e di fatto sono divenuti padroni del «mare libero», (Golfo di Aden e grandi porzioni dell’Oceano Indiano) senza che le flotte dei singoli Paesi – anche in collaborazione tra loro - possano riuscire ad arginare efficacemente il fenomeno. Ma le recenti dichiarazioni all’agenzia Reuters dell’Ammiraglio Mark Fitzgerald, comandante in capo della flotta statunitense per l’Europa e l’Africa assomigliano quasi ad una dichiarazione di resa.

Egli ritiene che se anche l’impegno navale dovesse duplicare, e senza considerare le enormi spese a cui si andrebbe incontro, non si potrebbe garantire la sicurezza della flotta mercantile mondiale. Le conclusioni sono che ogni nave o armatore deve attrezzarsi per difendersi autonomamente. Gli oceani rischiano così di trasformarsi in un nuovo Far West dove più che quello di libertà vige il principio di autodifesa. Viene raccomandato l’utilizzo di guardie private a bordo. Né si può pretendere, conclude l’Ammiraglio che gli Stati Uniti possano farsi carico da soli di questo problema visto che sono già impegnati su altri fronti.

L’International Maritime Bureau (istituzione diretta emanazione della Camera di Commercio Internazionale) è da sempre contrario alla militarizzazione di cargo e tanker, le statistiche dimostrano che vi sono conseguenze, soprattutto in termini di vite umane. Una posizione simile ha anche la Confitarma ribadita in più occasioni pubbliche. Sono, però, stati presentati nel nostro Parlamento alcuni disegni di legge l’ultimo il 14 aprile (a firma dei deputati del Pdl Scandroglio, Cassinelli, Berruti, Nola) i quali prevedono la possibilità di utilizzare guardie armate sui mercantili.

L’Italia seguirebbe così l’esempio della Spagna che ha previsto la presenza di guardie armate a bordo della sua flotta tonniera di pescherecci che opera al largo delle Seychelles, soluzione adottata anche dalla Francia che, però, ha preferito inviare truppe speciali della propria Marina.

La presenza di uomini armati sui pescherecci (vale bene ribadire soluzione adottata solo per Seychelles) in diverse occasioni ha portato dei buoni risultati, ma il rischio è sempre quello che si aumenti l’intensità del conflitto, lo dimostrano le recenti dichiarazioni di Vicente de la Cruz, presidente dell’associazione spagnola Ases (Spanish Association of Escorts) il quale riferisce che negli ultimi attacchi i pirati somali hanno utilizzato armi pesanti provenienti dall’ex Unione Sovietica (Kpv 14.5) che consentono di fare fuoco su una nave a due miglia di distanza e sono facilmente rintracciabili nel mercato nero delle armi in Somalia.

De la Cruz prevede di negoziare con le autorità governative delle Seychelles l’uso a bordo di pescherecci di armi simili, indica il 1270 Browning. A cosa potrà portare questa corsa agli armamenti? E cosa accadrebbe se i provvedimenti dovessero estendersi all’intera flotta mercantile e non solo a quella peschereccia? E in ultima istanza chi deve farsi carico della difesa dei mercantili, che sono «pezzi» naviganti dello Stato a cui appartengono?

Non è facile rispondere a questi quesiti specialmente nelle more di una emergenza quale è la pirateria, ma si può affermare che oggi l’intera comunità internazionale in un principio di leale, necessaria, collaborazione dividendo gli oneri debba avere nuova considerazione e farsi carico del «mare libero» perché esso rappresenta patrimonio e spazio di libertà dell’intera umanità. Chissà che il mare ancora una volta non ci indichi la giusta rotta.


Nicolò Carnimeo è giornalista e scrittore. Insegna Diritto della navigazione all'Università di Bari. E' autore del libro
Nei mari dei pirati” (Longanesi) sul fenomeno della pirateria a livello mondiale e che narra delle sue ricerche a bordo di cargo petroliere e barche da diporto.

L’idea di questa nuova rubrica di Limesonline non risiede solo nell’attualità dell’argomento, ma nel convincimento che gli episodi di moderna pirateria risultino essere una straordinaria chiave di lettura delle attuali dinamiche geopolitiche. Queste pagine potranno alimentarsi anche grazie ad uno scambio di esperienze e informazioni di chiunque vada per mare o si occupi dell’argomento e che è invitato sin d’ora a scrivere all'autore (nicolocarnimeo@gmail.com)

di Nicolò Carnimeo
Fonte: liMes

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