lunedì 19 aprile 2010

Russia, ecco le prove scientifiche: gli OGM sono pericolosi per i mammiferi e li rendono sterili


I cibi ogm fanno rendono sterili Arriva dalla Russia uno studio che evidenzierebbe la pericolosità dei cibi OGM. Gli esperimenti che attesterebbero la pericolosità degli alimenti OGM sono stati condotti dal Dr. Alexei Surov del Institute of ecology and evolution of the Russian Academy of Sciences.
Lo studio indipendente è stato prodotto in collaborazione con il National Association for Gene Security and the Institute of Ecological and Evolutional Problems e ha evidenziato che nei criceti alimentati con fagioli di soia OGM si riduceva la fertilità. Spiega Surov:
Abbiamo suddiviso i criceti in quattro gruppi e messi a coppie nelle gabiette. Il primo gruppo è stato nutrito con soia non OGM trovata con grande difficoltà in Serbia, dato che il 95% della soia prodotta nel mondo è OGM; il secondo solo con soia OGM; il terzo solo con un po’ di mangimi OGM e cibo tradizionale; il quarto con una notevole dose di cibo OGM e solo un po’ di cibo tradizionale. Abbiamo monitorato il loro comportamento, l’aumento di peso e accoppiamenti, gravidanze e parti. All’inizio tutto è andato liscio. Tuttavia, abbiamo notato un effetto molto grave quando abbiamo iniziato a nutrire la seconda generazione di criceti senza modificare le abitudini per ciascun gruppo di provenienza. Nelle coppie nutrite solo con OGMil tasso di crescita è stato più lento così come più lenta è stata la maturazione sessuale. Alla terza generazione di criceti nutriti con OGM non ci sono state più gravidanze.
Altra sorpresa per gli scienziati è stata la crescita di peli all’interno della bocca dei criceti di terza generazione nutriti con i soli OGM. Non è chiaro perché ciò sia accaduto, poiché viene detto che gli effetti degli OGM possono essere neutralizzati dalla sospensione di questi alimenti.
Secondo gli studiosi è comunque troppo presto per trarre conclusioni circa gli effettivi rischi per la salute dell’uomo derivati dall’uso di OGM e insistono sul fatto che vi è la necessità di effettuare altre ricerche approfondite. Surov presenterà lo studio il 5 giugno in occasione della chiusura dei Days of Defence against Environmental Hazards iniziati lo scorso 15 aprile.

Fonte: ecoblog
Comparso su Radiocittaperta.it

Berlusconi e il suo Governo giocolieri con le cifre


In tempo di crisi, capita spesso che i numeri sull'andamento dell'economia non piacciano ai governi. In Italia si cerca di oscurare i dati più importanti con una marea di indicatori parziali, non poche volte irrilevanti o costruiti in modo tale da essere del tutto fuorvianti. E si rifiuta il sistema con cui l'Istat mette insieme tutte le informazioni in indicatori aggregati. Noi continuiamo a difendere le fonti statistiche ufficiali e a pensare che i dati sui redditi medi offrano un'idea più precisa del benessere degli italiani di quelli sulle esportazioni.

Al convegno di Confindustria di Parma, il nostro presidente del Consiglio ha contestato le cifre fornite nella relazione introduttiva di Luca Paolazzi che documentavano, dati Istat alla mano, il declino economico del nostro Paese: un calo del 4,1 per cento del reddito pro-capite degli italiani dal 2000 al 2009.
Silvio Berlusconi ha snocciolato una serie di numeri prodotti dalla Fondazione Edison, che pare abbia deciso di assumere tra le sue funzioni quella di elaborare statistiche da contrapporre ai dati Istat sull’andamento del prodotto interno lordo. I numeri riguardano principalmente le
esportazioni manifatturiere dell’Italia nel periodo 2005-8. Si tratta di dati da utilizzare con cautela perchè i) parziali, ii) potenzialmente fuorvianti e iii) poco rilevanti, se non del tutto irrilevanti. Vediamo perché.

SONO DATI PARZIALI

Il presidente del Consiglio ha sottolineato il grande numero di prodotti per i quali le imprese italiane sarebbero “leader” mondiali. In effetti, la Fondazione Edison pubblica quaderni pieni di cifre oltre che colori (vedi n. 47 gennaio 2010) con un indice (il cosiddetto indice Fortis Corradini, che proporremmo di ribattezzare medagliere azzurro) basato sul numero di prodotti in cui l’Italia figura nei primi tre posti al mondo fra i paesi esportatori. Sarà anche vero, e questi prodotti saranno anche tanti, ma quanto pesano? L’Italia è da decenni leader in tantenicchie di mercato. Nicchie, appunto; ma purtroppo una cosa sarebbe essere leader nella produzione di fiammiferi, un’altra è esserlo nella produzione di auto. Se uno conta i prodotti, vede un pareggio (1 a 1); ma il valore di questi settori è ben diverso. Anche per evitare questi problemi, generalmente si guarda a grandezze quali il Pil. Discutibile è anche la scelta di concentrarsi sulle sole industrie manifatturiere quando ormai la parte preponderante dell’economia è costituita dai servizi e il commercio mondiale in questo settore cresce quanto se non di più che nel manifatturiero.

POTENZIALMENTE FUORVIANTI

Oggi pare che ciascuno si senta in diritto di utilizzare dati diversi, ovvero quelli che gli fanno più comodo. Ad esempio, il presidente del Consiglio ha parlato di un primato italiano nella crescita delle nostre esportazioni nel periodo 2005-8 rispetto agli altri paesi dell’area euro e, in particolare, Francia e Germania. La fonte dei datisulle esportazioni italiane richiamati dal presidente del Consiglio è una pubblicazione Onu-Comtrade (“2008 International Trade Statistics Yearbook”, Tavola I). In questa pubblicazione i dati sono in dollari e, considerando che il 60 per cento delle esportazioni implicate riguardano paesi euro o Unione Europea, la conversione in una valuta che si è deprezzata nel periodo del 18 per cento produce tassi di crescita artificialmente “alti” e può introdurre distorsioni. Perché non considerare dati nella nostra valuta? Inoltre, i numeri sul primato dell’Italia (di fonte Onu, non proprio l’organizzazione maggiormente votata alla produzione di dati economici) non trovano conferma in altri fonti statistiche di utilizzo più comune, quali la banca dati del Wto o i dati degli istituti di statistica nazionali, ma neppure negli stessi dati Comtrade nella versione on-line. La Germania è sempre davanti all’Italia in queste statistiche; è vero che non è un campionato di calcio, ma forte è la sensazione che si vogliano a tutti i costi cercare i dati “migliori” (vedi tabella 1).

SONO DATI POCO RILEVANTI

Infine, ci interessano veramente le esportazioni? Sono importanti, per carità, ma è sbagliato prendere la crescita dell'export come un indicatore di competitività di un Paese, ignorando i dati sulle importazioni. Purtroppo, nello stesso periodo preso come riferimento dal presidente del Consiglio, Istat ci informa che le importazioni sono aumentate più delle esportazioni, peggiorando il saldo commerciale del nostro paese; e le cose vanno ancora peggio guardando al periodo 2000-2009 (vedi tabelle 2 e 3). Il fatto è che il nostro export ha un crescente contenuto di importazioni. Utile semmai guardare al valore aggiunto contenuto nelle nostre esportazioni. Non c’è peraltro nulla di cui gioire da un incremento del nostro commercio col resto del mondo (la somma di esportazioni e importazioni): può, ad esempio, essere dovuto al fatto che le nostre imprese stanno spostando la produzione da qualche altra parte e quindi il commercio aumenta di volume, in uscita come in entrata. È come se un allenatore di calcio cercasse di convincere i tifosi e il presidente della sua squadra circa la bontà dei risultati conseguiti mostrando solo i goal segnati e non quelli subiti.

DAL SILENZIO ALL’INFLAZIONE DI INFORMAZIONI

Un paese che vuole uscire più rapidamente possibile dalla crisi più profonda del Dopoguerra ha bisogno di avere degli indicatori su cui misurare il progresso che compie in questa direzione, darsi dei traguardi, degli obiettivi da raggiungere. Una democrazia ha bisogno che i politici rispondano del loro operato di fronte agli elettori sulla base di metriche condivise. Hanno contribuito ad aumentare la ricchezza nazionale? Hanno migliorato il benessere dei cittadini?
In Italia è in atto da tempo un’
operazione ideologica volta a minare alla base questi presupposti. In un primo tempo era basata sulla denigrazione delle statistiche. Oggi è più subdola: si basa sull’inflazione statistica. Si cercano di oscurare i dati più importanti sull’andamento della nostra economia con una marea di indicatori parziali, non poche volte irrilevanti, e non poche volte costruiti in modo tale da essere del tutto fuorvianti. Si rifiuta il modo con cui le statistiche ufficiali, prodotte dall’Istat, mettono insieme tutte queste informazioni in indicatori aggregati. Col risultato che si rende impossibile a un pubblico già di per sé poco avvezzo alle statistiche riuscire a capire il significato dei dati.
È grave che un commentatore quale il direttore del
Sole-24Ore salti sul carro di chi afferma che “la matematica è un’opinione”. Se tutti i numeri vanno bene, allora a cosa servono i buoni giornalisti? Capiamo che in un periodo complesso prendere posizione sia delicato. Noi continuiamo a difendere le fonti statistiche ufficiali e a pensare che i dati sui redditi medi offrano un’idea più precisa del benessere degli italiani dei dati sulle esportazioni. Nell’ultimo anno molti governi di paesi che hanno sofferto forti cali del prodotto interno lordo hanno insediato commissioni di studio col compito di definire misure alternative (e possibilmente con andamenti “migliori”) al Pil. Ma in nessuno di questi voli pindarici per nascondere la realtà si era arrivati a proporre le esportazioni come misura del benessere.


Tabella 1: Variazioni % export totale in US$, 2005-2008, Diverse fonti

GermaniaFranciaItalia
ONU – COMTRADE353444
ONU - COMTRADE versione on-line443341
WTO on-line492541
i dati degli istituti di statistica nazionali 473745


Tabella 2: Export e import dell’Italia in Euro, 2005-2008, fonte Istat

non destagionalizzatidestagionalizzati
IMPORTEXPORTIMPORTEXPORT
TOTALE 2005309.292299.923311.233300.938
TOTALE 2008382.050369.016382.308368.317
VARIAZIONE72.75869.09271.07667.379
VARIAZIONE %23,5223,0422,8422,39

Tabella 3: Export e import dell’Italia in Euro, 2000-2009, fonte Istat

non destagionalizzatidestagionalizzati
IMPORTEXPORTIMPORTEXPORT
TOTALE 2000254.486256.626259.885262.020
TOTALE 2009294.213290.113296.600290.732
VARIAZIONE39.72733.48636.71628.712
VARIAZIONE%15,6113,0514,1310,96

Russia alle prese con i guai dell'alta velocità

L’alta velocità ferroviaria non è una fonte di guai soltanto in Italia. In Russia, dove il primo treno superveloce è stato messo in servizio dalla RZD (le ferrovie di stato russe) soltanto quattro mesi fa sulla linea Mosca-San Pietroburgo, ha già provocato diversi morti e una montagna di polemiche e proteste. Vittime e proteste derivano entrambe da quella che evidentemente è una concezione sbagliata dell’alta velocità “alla russa”: dal fatto cioè che i binari su cui corre il Sapsan (“falcone”, costruito dalla Siemens tedesca) non sono in una sede completamente separata da quella dei treni normali. Ciò fa si che in molti punti dei circa 700 chilometri del tracciato ci siano attraversamenti stradali e pedonali a livello, e che in molti altri punti la corsa del Sapsan interferisca con il ben più lento procedere dei treni locali e regionali.

Un treno Sapsan sulla linea Mosca-San Pietroburgo

Risultato: come scrive il quotidiano Gazeta, in questi primi mesi già tre persone sono state investite e uccise e altre quattro sono morte in incidenti di attraversamento, mentre lungo tutto il percorso gli abitanti sono inferociti con il nuovo treno per i disagi che ha portato nella loro vita di tutti i giorni. Gli incidenti, scrive il giornale che ha interpellato il portavoce delle ferrovie, “sono dovuti al fatto che molto spesso i pedoni non osservano le regole di sicurezza nell’attraversare i binari”. Ma in effetti – dice il settimanale Ogonyok che ha affrontato lo stesso argomento – i semafori pedonali non sono tutti ben regolati e alcuni scattano al rosso troppo poco tempo prima dell’arrivo del treno, che marcia a 250 km/h ed è molto silenzioso. Se in quel momento sta attraversando una persona anziana, o qualcuno che ha un carico pesante in mano, il pericolo è enorme. Per contro, altri semafori, negli attraversamenti veicolari a livello, restano rossi per un’eternità, creando sulle strade dei veri e propri blocchi. “Se un semaforo resta rosso quindici-venti minuti, come prescrive il regolamento di sicurezza, sulla strada interessata si crea una coda lunghissima di auto in attesa e tutto il traffico ne risulta danneggiato”.

E infine – forse soprattutto – c’è il risentimento che il Sapsan (dove si pagano circa 200 dollari per un viaggio a/r fra le due metropoli russe, cioè l’equivalente di una paga mensile in provincia) sta provocando nei pendolari e negli utenti delle ferrovie locali. I tempi di percorrenza dei treni “minori” si sono allungati notevolmente; spesso questi treni devono fermarsi per mezz’ora in stazioncine qualsiasi per lasciar passare i supertreni per ricchi (esattamente ciò che accade sulle strade di accesso alle grandi città, dove a bloccare tutto per sfrecciare senza ostacoli sono le limousine nere dei vip). Non meraviglia che ci siano già state proteste pubbliche, manifestazioni, cartelli: nelle cittadine di provincia attraversate dalla ferrovia, riportano le cronache locali, ci sono stati diversi episodi di lanci di sassi o pezzi di ferro contro il Sapsan, e persino alcuni spari con fucili da caccia.

Non sembra che per ora RZD abbia intenzione di cambiare realmente la situazione: i piani aziendali prevedono un enorme ampliamento della rete ad alta velocità nei prossimi anni, e con ogni probabilità si continueranno a usare i tracciati già esistenti adattandoli, invece di costruire linee interamente nuove e indipendenti dalla vecchia rete. Il che certamente ridurrà l’impatto ambientale, aumentando però i problemi di sicurezza e le ripercussioni sul resto della mobilità “terrestre”.


di Astrit Dakli

Fonte: il manifesto

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