domenica 18 aprile 2010

FALLUJAH DOPO HIROSHIMA E NAGASAKI


Gli Stati Uniti prendono molto seriamente la questione dei "bambini a tre teste"

Quand’è che è iniziato tutto questo “Stiamo prendendo la Sua questione/chiamata/il Suo problema molto seriamente”? L’incubo segreterie telefoniche? Mentre aspetti all’infinito e l’azienda o l’ente governativa ti assicura che, qualsiasi sia il motivo della tua chiamata, la prenderanno molto seriamente. Che mondo caro ed altruista quello in cui viviamo.

Il mese scorso, la BBC ha riferito che nella città irachena di Fallujah i dottori stanno riportando un eminente livello di nascite di bambini malformati, con alcuni che accusano le armi usate dagli Stati Uniti durante la sua truce offensiva che nel 2004 lasciò gran parte della città in rovine. “Fu come un terremoto” dichiarò nel 2005 al Washington Post un ingegnere locale candidato ad un seggio dell’assemblea nazionale. “Dopo Hiroshima e Nagasaki, c’è stata Fallujah”. Oggi, il numero di cuori malformati tra i neonati pare essere 13 volte più alto che in Europa.

Nella foto: un bombardamento USA con armi al fosforo bianco

Il corrispondente della BBC ha inoltre rilevato nella città bambini affetti da paralisi e disturbi celebrali e fotografato un neonato con tre teste. Ha aggiunto aver sentito più volte funzionari a Fallujah ammonire le donne a non aver figli. Un dottore ha paragonato dati riguardanti nascite di bambini malformati precedenti al 2003, quando i casi erano all’incirca uno ogni due mesi, ad oggi, quando invece vi sono casi tutti i giorni. “Ho visto filmati di bambini nati con un occhio in mezzo alla fronte, il naso sulla fronte” ha aggiunto.

Un portavoce dell’esercito statunitense, Michael Kilpatrick, ha affermato di prendere sempre in “serie considerazioni” le questioni riguardanti la salute pubblica ma che, “Nessun studio ad oggi, ha evidenziato problemi ambientali risultanti in specifici problemi sanitari”. [1]

Si potrebbero scrivere volumi interi con tutti i dettagli degli orrori ambientali ed umani che gli Stati Uniti hanno portato a Fallujah ed altre parti dell’Iraq in questi sette anni d’uso di bombe al Fosforo Bianco, Uranio impoverito, Napalm, bombe a grappolo, bombe al neutrone, armi laser, armi a microonde ad alta energia e tante altre meravigliose invenzioni dell’arsenale fantascientifico del Pentagono... la lista degli abomini e delle mostruose maniere per morire è lunga, lunghissima, la sfrenata crudeltà della politica americana, sconvolgente. Nel Novembre del 2004, l’esercito statunitense colpì un ospedale a Fallujah “perché l’esercito statunitense credeva fosse alla fonte di voci su forti perdite”[2]. Alla pari della famosa ed egualmente gloriosa battuta sulla guerra americana in Vietnam: “Dovevamo distruggere la città per salvarla”.

Come fa il mondo a fare i conti con tale comportamento disumano? (ovviamente il sopra citato appena sfiora la superficie del curriculum internazionale statunitense.) Per questa ragione, nel 1998 è stata istituita, a Roma, la Corte Penale Internazionale (CPI), in vigore a partire dal 1° Luglio 2002 sotto l’egida delle Nazioni Unite. La Corte è stata stabilita all’Aia, Olanda per investigare ed imputare gli individui, non gli Stati, per i “crimini di genocidio; crimini contro l’umanità; crimini di guerra; o il crimine di aggressione” (Articolo 5 dello Statuto di Roma). Sin dal principio, gli Stati Uniti si sono opposti a diventare membri della CPI e non hanno ratificato la loro posizione, il tutto giustificato dal presunto rischio della Corte di usare scorrettamente i propri poteri per accusare “frivolamente” degli Statunitensi.

I poteri statunitensi erano a tal punto preoccupati dalle accuse che gli Stati Uniti sono andati in giro nel mondo usando un sistema di minacce e mazzette contro gli Stati per indurli a firmare accordi prestanti giuramento di non trasferire alle Corte (CPI) i cittadini statunitensi accusati di aver commesso crimini di guerra all’estero. Solo poco più di 100 governi ad oggi hanno ceduto alla pressione esercitata e firmato l’accordo. Nel Congresso del 2002, sotto l’amministrazione Bush, è passato “l’American Service Members Protection Act” che richiede “tutti i mezzi necessari ed adeguati per portare al rilascio di qualsiasi personale statunitense o alleato detenuto o imprigionato dalla...Corte Penale Internazionale”. In Olanda è generalmente e beffardamente noto come “Invasion of the Hague Act”[3] (Decreto dell'invasione dell’Aia). La legge è ancora nei libri.

Nonostante gli Statunitensi abbiano spesso parlato di accuse “frivole” — di persecuzione a sfondo politico contro soldati, appaltatori civili e militari ed ex- ufficiali — è giusto aggiungere che quello che veramente li preoccupa sono accuse “serie” basate su eventi reali. Ma non hanno da preoccuparsi. La mistica di “L’America, la Virtuosa” è ancora apparentemente viva alla Corte Penale Internazionale, come lo è ancora tra molte altre organizzazioni internazionali; di fatto tra la maggioranza della gente di questo mondo.

Nei primi anni, la CPI, sotto il Procuratore Capo Luis Moreno-Ocampo, argentino, respinse centinaia di petizioni accusanti gli Stati Uniti di crimini di guerra, incluse 240 riguardanti la guerra in Iraq. I casi furono respinti per mancanza di prove, mancanza di giurisdizione o per la capacità degli Stati Uniti di condurre le proprie investigazioni ed i propri processi. Apparentemente il fatto che gli Stati Uniti non abbiano mai veramente usato questa capacità non è stato significativo per la Corte. ‘Mancanza di giurisdizione” si riferisce al fatto che gli Stati Uniti non hanno ratificato l’accordo. All’apparenza appare alquanto strano. Possono nazioni commettere impunemente crimini di guerra perché non sono parte di un trattato che mette al bando i crimini di guerra? Hmmmm...Le possibilità sono infinite.

Uno studio congressuale rilasciato nell’Agosto del 2006, concluse che il Capo Procuratore della CPI dimostrava “una riluttanza ad avviare un’investigazione contro gli Stati Uniti” basata su dichiarazioni riguardanti la sua condotta in Iraq[4] . Sic transit gloria Corte Penale Internazionale.

Riguardo al crimine di aggressione, lo Statuto della Corte specifica che la Corte “deve esercitare la giurisdizione per i crimini di aggressione quando una provvisione è adottata...definendo il crimine e le condizioni sotto le quali la Corte deve esercitare giurisdizione in rispetto al crimine commesso.” In breve, il crimine di aggressione è omesso dalla giurisdizione della Corte fino a quando non viene definita “l’aggressione”. La scrittrice Diana Johnstone ha osservato: “Questo è un argomento specioso, dal momento che il termine aggressione è stato chiaramente definito nel 1974 dalla Risoluzione 3314 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiaranti che: ‘Aggressione è l’uso di forze armate da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato’, ed ha elencato sette esempi specifici,” compresi:

L’invasione o l’attacco del territorio di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato, qualsiasi tipo di occupazione militare, anche se temporanea, risultante da tale invasione o attacco, o qualsiasi annessione del territorio di un altro Stato o di una sua parte conseguente all’uso della forza, e

Il bombardamento da parte delle forze armate di uno Stato contro il territorio di un altro Stato o l’uso di armi contro il territorio di uno Stato da parte di un altro Stato.


La delibera delle Nazione Unite dichiara inoltre “Nessun tipo di considerazione sia essa politica, economica, militare o non, può servire da giustificazione per il crimine di aggressione”.

La vera ragione per la quale il crimine di aggressione rimane fuori dalla giurisdizione della CPI è che gli Stati Uniti, che hanno rivestito un ruolo importante nel redigere lo Statuto, prima di rifiutarsi di ratificarlo, sono categoricamente contrari alla sua inclusione. Non è difficile vederne la ragione. E’ facile notare che casi di “aggressione”, palesemente reali sono molto più facilmente identificabili rispetto a casi di “genocidio”, la cui definizione dipende da supposizioni d’intenzione [5].

A Maggio, a Kampala, in Uganda vi sarà una conferenza della CPI per discutere la questione specifica sulla definizione di “aggressione.” Gli Stati Uniti sono chiaramente interessati alla questione. Qui di seguito, lo scorso 19 Novembre all’Aia, Stephen J. Rapp., Ambasciatore au-Large statunitense per i Crimini di Guerra, si rivolge agli Stati membri della CPI (ad oggi 111 hanno ratificato):

“Sarei negligente se non condividessi con voi le preoccupazioni della mia nazione riguardo una questione rimasta in sospeso, davanti a quest’organismo, alla quale diamo particolare importanza: la definizione del crimine di aggressione che sarà affrontata, l’anno prossimo, alla Conferenza di Revisione a Kampala. Gli Stati Uniti hanno un punto di vista risaputo riguardo al “crimine di aggressione”, che riflette il determinato ruolo e le responsabilità conferite al Consiglio di Sicurezza dallo Statuto dell’ONU nel rispondere all’aggressione o alle sue minacce, nonchè preoccupazione per il modo in cui è formulata la bozza della definizione in sé. La nostra opinione è, e rimane, che nel caso in cui lo Statuto di Roma dovesse emendare per includere un definito crimine di aggressione, che la giurisdizione dovrà seguire la risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza che stabilisce se l’aggressione è avvenuta o meno. “


Capite tutti quello che Mr. Rapp ci sta dicendo? Che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe essere l’organismo determinante se o meno un’ aggressione è avvenuta. Lo stesso organismo in cui gli Stati Uniti hanno potere di veto. Prevenire l’uso di una definizione di aggressione che potrebbe stigmatizzare la politica estera statunitense è probabilmente la principale ragione per la quale gli Stati Uniti presenzieranno a questa prossima conferenza.

Tuttavia, il fatto che gli Stati Uniti parteciperanno alla conferenza sarà sicuramente evidenziato da alcuni come un altro esempio di come la politica estera dell’amministrazione Obama è un netto miglioramento rispetto all’amministrazione Bush. Ma, come quasi tutti tali esempi, è un’illusione di propaganda. Come la copertina della rivista Newsweek dell’8 Marzo, con la scritta a grossi caratteri: “Finalmente la vittoria: l’emergere di un Iraq democratico”. Anche prima dell’attuale farsa elettorale irachena, con candidati vincenti arrestati o in fuga[6], questa testata avrebbe dovuto volgere un pensiero alle interminabili battute statunitensi fatte durante la Guerra Fredda su Pravda e Izvestia.

di WILLIAM BLUM
Information Clearing House

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info
06.04.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CAROCINA OPERATOR

Note

BBC, 4 Marzo 2010; Washington Post, December 3, 2005

New York Times, 8 Novembre 2004

Christian Science Monitor, 13 Febbraio 2009

Washington Post, 7 Novembre 2006

Diana Johnstone, Counterpunch, 27/28 Gennaio 2007

Washington Post, 2 Aprile 2010

Titolo originale: "The United States Takes the Matter of Three-headed Babies Very Seriously. "


Prigionieri di guerra


«Stanno tutti bene» e poi, malcelato, «sono in ansia perché non è chiaro quale sarà il loro futuro». Queste le scarne resocontazioni dell'inviato del ministero degli esteri che ha incontrato in un carcere di Kabul (ufficialmente, «struttura detentiva») in questi giorni i tre operatori di Emergency sequestrati ormai una settimana fa dai servizi segreti afghani e dalle truppe britanniche della Nato-Isaf nell'ospedale di Lashkar Gah.
Ha ragione Gino Strada a denunciare la premeditazione, a gridare: «Li hanno visti? Bene allora liberateli, che cada questa stupida montatura». Perché le parole ufficiali non riescono a nascondere la vergogna rappresentata dal ruolo del governo italiano che ha dapprima accreditato la provocazione prendendo le distanze e solo cinque giorni dopo ha fatto dietrofront e li ha chiamati «connazionali». Un governo che in Afghanistan è impegnato in una guerra costosa e inutile, partecipa con truppe e mezzi alle battaglie, indirizza dai comandi unificati i target dei bombardamenti aerei. In una parola è protagonista - e lo rivendica - di un'ampia strage che si consuma fino all'ultimo civile. La guerra non va bene, a ogni massacro di donne e bambini si allarga l'influenza dei talebani. La destabilizzazione indotta dall'impresa militare della coalizione occidentale a guida anglo-americana, che dura ormai da quasi nove anni, si è estesa a un terzo del Pakistan e influenza tutta l'area, con il miraggio nefasto di una pressione evidente nei confronti dell'Iran.
Questa devastazione, per un'azione militare che doveva vendicare l'11 settembre, non era «calcolata». Scriveva Luigi Pintor commentando l'inizio della guerra afghana: «Da coloro che calcolano così bene i costi e i ricavi di ogni guerra e come oscilleranno i prezzi del petrolio e come si chiamerà il prossimo dittatore esportato vorrei sapere quale sarà il prezzo di sangue, quanto saranno le vittime innocenti. È disgustoso questo dettaglio, che le vittime civili siano ormai un sottinteso irrilevante». È così. Quel che accade non è un effetto collaterale, è il cuore della guerra. Quella afghana fin dai primi giorni dell'ottobre 2001 si è caratterizzata come strage di civili, contro i media e le strutture sanitarie. Per togliere subito di mezzo ogni testimone. E la verità.
Dopo molto tempo, in piazza a Roma è ritornato il popolo della pace. Era scomparso o si era fatto invisibile, non dimentichiamolo, perché annichilito troppe volte non solo dalle guerrafondaie strategie dei neo-imperi, ma dalle volontà bipartisan e da una sinistra che lo ha cancellato dall'agenda. Un popolo che protesta perché orgoglioso di chi soccorre tutti i feriti e tutti i deboli, non delle sue truppe «finalmente combattenti» tanto care al ministro La Russa. E che, con Emergency, chiede che Matteo Pagani, Marco Garatti e Matteo Dall'Aria, prigionieri di guerra, vengano liberati. Un messaggio limpido, che parla alla deriva della politica, al baratro del paese-Italia che ha la pace nel suo dna costitutivo ma che ha perso, con la pietà, anche la memoria.

di Tommaso Di Francesco

Le ambiguità cinesi al Nuclear Security Summit di Washington


Il primo e più discusso incontro del Nuclear Security Summit di Washington, quello tra Stati Uniti e Cina, potrebbe rivelarsi nient'altro che un fuoco di paglia. Due serie di motivi farebbero pensare che l'ora e mezza di conversazione bilaterale fra il presidente cinese Hu Jintao e quello statunitense Barack Obama non abbia in realtà sbrogliato definitivamente la questione delle sanzioni contro la Repubblica Islamica dell'Iran. In primo luogo ci sono proprio le dichiarazioni giunte dai rappresentanti del governo di Pechino che ancora non hanno giurato piena collaborazione agli States ma si sono limitati a dire che "La Cina spera che le varie parti interessate continueranno ad aumentare i loro sforzi diplomatici e si impegnerà modi efficaci per risolvere la questione nucleare iraniana attraverso il dialogo e i negoziati". Queste parole pronunciate dal portavoce della delegazione cinese dal Ma Zhaoxu alla fine del faccia a faccia tra Hu e Obama hanno lasciato intendere che, pur essendo sulla stessa direzione politica di Washington, la Cina continua a preferire, in ogni caso, la linea soft del dialogo piuttosto che quella dura delle sanzioni nei confronti del governo Ahmadinejad. In secondo luogo pare che la seduta bilaterale fra le due superpotenze abbia avuto come unico risultato concreto più una distensione fra i rispettivi governi rispetto al disegno anti-Iran pensato dall'establishment della Casa Bianca.

A queste condizioni. L'appoggio della Cina, cercato nell'ottica di una maggioranza all'interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è giunto, seppur accompagnato dalla proverbiale prudenza degli asiatici, dopo una serie di concessioni fatte da Obama a Hu. Prima carta giocata dal presidente Usa è stata quella petrolifera. Obama ha rassicurato la Cina sugli aiuti che arriveranno da Washington in caso l'Iran decida di bloccare l'esportazioni dell'oro nero verso Pechino, che attualmente equivalgono al 12 percento degli acquisti totali da parte della Repubblica Popolare. Secondo molti sarebbe proprio la paura di perdere il partner commerciale in Medio Oriente la causa per cui la Cina non avrebbe finora preso una posizione netta nei confronti dell'Iran. La riunione a due avrebbe in linea teorica scalfito anche quest'ultimo tabù dopo che i due presidenti si sarebbero chiariti su una serie di questioni che nei mesi scorsi hanno messo acredine fra i due paesi. Tra questi ci sarebbe stata la visita del Dalai Lama negli Stati Uniti e la vendita di armi a Taiwan. Oltre le ragioni politiche ci sarebbero state quelle di carattere commerciale legate alla forza artificiale dello yen che, secondo Washington, impedisce un equo commercio bilaterale. La soluzione all'ultimo problema sarebbe stata trovata nel corso del meeting e prevederebbe un deprezzamento graduale del conio cinese in cambio dell'omissione da parte del dipartimento del Tesoro Usa di una denuncia sulla manipolazione dello yen all'interno del proprio rapporto semestrale.

Accordo di massima. Dopo aver ottenuto le promesse delle delegazioni canadese e ucraina di abbandonare entro il 2012 ogni scorta di uranio altamente arricchito, i 47 paesi partecipanti hanno raggiunto un accordo sulla messa al sicuro delle materie poco protette entro quattro anni e sulla cooperazione in tema di lotta alla proliferazione nucleare. La serenità delle ultime ore non ha comunque evitato prese di posizione nette all'interno del vertice. In assenza dei rappresentanti di Teheran e Pyongyang, non invitati al summit, ci ha pensato il presidente francese Nicolas Sarkozy a inasprire i toni dichiarando che, pur avendo azzerato i test nucleari e diminuito l'arsenale nucleare, la Francia non andrà oltre queste misure per non mettere a repentaglio la sicurezza del Paese. Più accomodante l'intervento del presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi che dopo aver chiosato sul suo sogno di "un mondo senza l'incubo delle armi atomiche" ha annunciato la costituzione di un'Agenzia italiana per la sicurezza nucleare e di una Scuola nazionale per la sicurezza nucleare.
Alla fine dei lavori il bilancio del summit è stato comunque positivo segnando la prima vittoria diplomatica di Obama che è riuscito a concretizzare la conferenza multilaterale più imponente dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma se da una parte tutto porta a pensare che la comunità internazionale sia ben intenzionata a mantenere la faccenda del nucleare sotto la soglia d'allarme, dall'altra è inevitabile dover riscontrare che sull'altare dell'intera operazione è stata sacrificata, almeno per il momento, ogni possibilità di dialogo con Iran e Corea del Nord.

di Antonio Marafioti

Fonte: PeaceReporter

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