martedì 23 marzo 2010

Il ritorno greco sul Danubio


Anno del Signore 1900: sulle lente acque del Danubio, la maggior parti delle navi mercantili si chiamavano Panaghia (Vergine Maria), Aghios Yorghi (San Giorgio), Aghios Nikolaos (San Nicola): tutti nomi greci. E secondo i registri delle autorità portuali che controllavano la navigazione sul grande fiume, ben 83 capitani di battelli erano originari di Cefalonia, Itaca, Chios, Santorini e da altre isole elleniche di millenaria tradizione marinara. Non solo: nel 1895 le dieci maggiori società che controllavano il trasporto di merci, soprattutto di grano, sulla maestosa via d’acqua che dal Mare Nero arriva al cuore dell’Europa, erano guidate da armatori greci che avevano la loro sede legale al Pireo o a Londra e si firmavano Stathatos Brothers, Theofilatos Brothers, Chryssoveloni, Koyklelis & Michaelidis, Karavias per una capacità di trasporto fluviale di 109 tonnellate, facendo concorrenza anche alle potenti compagnie inglesi.

Poi, dopo il 1921, la presenza ellenica sul Danubio si affievolisce sempre più: gli interessi in ballo sono troppo grossi per non regolamentare l’uso di questa enorme arteria d’acqua. Così nasce un'apposita Convenzione europea il 21 luglio 1921 a Parigi. E i greci, che vogliono lasciare libera da vincoli la navigazione sul Danubio e sui suoi maggiori affluenti navigabili come il Prouthos, sono esclusi dal gioco. I rumeni, principali interessati allo sfruttamento del “loro” fiume, prima vietano a ogni battello non battente bandiera rumena di attraversare il Prouthos, poi fanno lo stesso per il Danubio. Finché, dopo la Seconda guerra mondiale e la calata della Cortina di ferro sui Balcani, la Romania nazionalizza le sue acque fluviali nel 1948. Risultato? Se nel 1916 battevano bandiera ellenica 332 navi e 21 rimorchi, nel 1920 già erano calate rispettivamente a 223 battelli e a 22 rimorchi. Fino alla loro progressiva scomparsa, dopo un secolo di supremazia mercantile. .

Ma ora stanno tornando. Almeno secondo un articolo apparso sul quotidiano ateniese TO Vima, che annuncia il rientro da pochi mesi della Grecia nella Commissione europea per la navigazione sul Danubio e affluenti, grazie agli sforzi del ministero della Marina iniziati già nel precedente governo conservatore e portati avanti dall’odierno esecutivo socialista. Obbiettivo: rinnovare con nuove norme la Convenzione di Belgrado del 1948 che aveva di fatto chiuso la navigazione fluviale agli investitori stranieri in seguito alle nazionalizzazioni socialiste (soprattutto da parte della Romania, che ora però è un membro dell’Unione europea) nel periodo della guerra fredda.

“Non abbiamo mai cessato di interessarci ai trasporti su questi fiumi - dice un portavoce degli armatori ateniesi a TO VIMA - se arriveremo a stabilire nuove norme in materia, ormai nell’ambito dell’Unione europea, ci sarà per noi la possibilità di un trasporto merci più rapido, meno costoso e più sicuro in regioni che si trovano nel cuore dell’Europa e che si trovano anche lontano da porti fluviali. Potremo anche investire capitali in molti approdi lungo il Danubio e i suoi affluenti in Stati dell’Europa orientale che oggi sono sottostimati da questo punto di vista, e che potranno così fornire servizi all’avanguardia alle navi e ai container”. Fra gli Stati interessati al rinnovato business c’è naturalmente anche la Russia.

Tutto questo suona decisamente curioso. La Grecia starà attraversando una delle peggiori crisi economiche della sua storia, ma c’è una parte dei suoi imprenditori che sogna in grande e si prepara a investire miliardi fino a migliaia di chilometri di distanza dalla madre patria, e non per fare “fuggire” capitali all’estero perché le navi continueranno come da secoli a partire dai porti del Mare Nero, attraversando il Danubio e addirittura, come spiega TO VIMA, “una volta arrivate in Germania i battelli potranno attraverso il canale di Main, entrare nel Reno e approdare al porto di Rotterdam”.

In realtà anche negli anni della guerra nell’ex Jugoslavia, con i ponti bombardati sul grande fiume e i Balcani e il Caucaso (che si affaccia sui porti del Mar Nero) in fiamme, l’interesse delle società ateniesi per la navigazione danubiana non si è mai sopito. Nel 1995, per esempio, la ditta Theravax tramite una joint venture con il neonato stato moldavo, si era aggiudicata la costruzione dell’unico porto della Moldavia sul Danubio: lungo i soli 500 metri di costa affacciata sul fiume nei pressi di Giurgiumeli. Poi l’impresa ha fatto bancarotta nel 2001 e tutto è finito in mani olandesi. Ma tant’è. Ora i greci ci riprovano. “Sembra il passato che torna” riflette Gerlina Charlaftis, docente di Economia marittima all’università della Ionia, a Corfù, e fra i maggiori esperti di storia degli armatori greci, a cui ha dedicato più di un libro, dalla quale abbiamo attinto molti dati sulla navigazione di bandiera ellenica sul Danubio dal 1850 al 1948.

“Pensate che l’odierno presidente della Anglo-Greek Cooperation Committee a Londra è Epaminondas Embirikos: nipote e omonimo di quel Epaminondas Empirikos che era uno dei maggiori mercanti e armatori sul Danubio!”, afferma la studiosa. Del resto, fin dall’antichità i greci avevano cosparso le coste del Mare Nero, e soprattutto la zona del Delta del grande fiume, di colonie: città come Histria, Callatis (Mangalia), Tomi (l’odiera Costanta) per avviare commerci via mare e via fiume. La storia continua.

di Gilda Lyghounis

Fonte: Osservatorio balcani e caucaso

Gaza, trovati metalli contaminanti nei capelli dei bambini delle aree colpite dai bombardamenti


Tracce di metalli tossici nei capelli sono state rilevate in molti dei bambini palestinesi che vivono
nella Striscia di Gaza in precarie condizioni abitative nelle aree colpite dai bombardamenti
israeliani. E' il risultato di uno studio pilota condotto dal New Weapons Research Group (Nwrg),
una commissione indipendente di scienziati ed esperti basata in Italia che studia l'impiego delle
armi non convenzionali e i loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono
utilizzate.
La ricerca fa seguito a quella pubblicata dal Nwrg il 17 dicembre scorso, con la quale il gruppo
aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree circostanti ai crateri lasciati dai
bombardamenti. Quelle analisi avevano scoperto anomale concentrazioni di metalli tossici nei
crateri, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in
particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze
velenose per via cutanea, respiratoria e attraverso gli alimenti. Con il nuovo studio, ora, il gruppo si
è posto l'obiettivo di verificare se le persone siano state effettivamente contaminate.
Il Nwrg ha esaminato campioni di capelli appartenenti a 95 persone, in larga maggioranza
bambini. Tra loro anche sette donne in gravidanza e 4 feriti. I risultati dello studio hanno stabilito
che la distribuzione media dei contaminanti metallici nei capelli degli abitanti delle tre località in
cui sono stati effettuati i test, Beit Hanun, Gaza-Zeitun e Beith Lalya, è più elevata rispetto alla
media, in circa 60 casi di oltre il doppio. L'indagine ha rilevato insolite concentrazioni di metalli nei
capelli che indicano la loro elevata presenza nell’ambiente, un fatto che può provocare nel tempo
danni alla crescita ed alla salute come conseguenza della esposizione cronica. In diversi campioni
sono stati individuati metalli carcinogenici o tossici, come cromo, cadmio, cobalto, tungsteno e
uranio, mentre in uno dei feriti è stato misurato un livello inusualmente elevato di piombo. Per 39
delle persone esaminate la compresenza di più metalli e/o la presenza di metalli carcinogenici hanno
spinto i ricercatori a raccomandare per loro ulteriori controlli.
Lo studio, che è durato diversi mesi, ha misurato la concentrazione nei capelli di 33 metalli, con
analisi ICP/MS (una tipologia di spettrometria di massa altamente sensibile). Le tracce di metalli
nei capelli indicano la presenza delle stesse sostanze nell'organismo, che potrebbero essere entrate
in circolazione nel sangue ed essere entrate negli organi. L'analisi del capello rappresenta una
tecnica non invasiva, che permette di stimare il problema evitando prelievi del sangue o biopsie. Per
questo motivo le indagini di contaminazione ambientale basate sulla analisi dei capelli sono
raccomandate dalla Environmental Protection Agency (Epa) e la International Atomic Energy
Agency (Iaea).
I risultati delle indagini sono preoccupanti: anche se le quantità di metalli in eccesso, infatti, non
sono superiori di 2-3 volte a quelle presenti nei capelli di persone non contaminate, questi livelli
possono essere comunque patogenici in situazioni di esposizione cronica.
Il problema, infatti, spiega la professoressa Paola Manduca, diventa quello di eliminare ora le
cause della contaminazione: "L'identificazione dei soggetti con confermato e persistente carico
elevato di metalli - sottolinea - richiederebbe la rimozione del soggetto dall'esposizione, l'approccio
terapeutico più favorito in vista della mancanza di prove sull'efficacia e la sicurezza del trattamento
chelante, sopratutto nei bambini. Questo presenta gravi problemi nella situazione attuale di Gaza,
dove la costruzione e la rimozione delle strutture danneggiate è resa difficile o impossibile, e
certamente rappresenta la grave responsabilità di coloro che dovrebbero porre rimedio i danni alla
popolazione civile, secondo le leggi internazionali".
Allo studio hanno lavorato Mario Barbieri, del Cnr, e Maurizio Barbieri, docente di geochimica
ambientale all'università La Sapienza di Roma, e responsabile del laboratorio di spettrometria di
massa Icp, dove sono state realizzate le analisi, e Paola Manduca, genetista. Lo studio è stato
possibile grazie alla collaborazione sul campo dell'associazione Gazzella onlus.

Inviato a Nuovediscussioni da Paola Manduca

CONTATTI UFFICIO STAMPA
Fabio De Ponte
Tel. 347.9422957

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