mercoledì 17 marzo 2010

Haiti, la colpevole inondazione di riso USA


"La situazione continua a essere molto grave" ha detto dalla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, riferendosi alla grave carenza alimentare che affligge il Paese. Non poteva che essere d'accordo il presidente haitiano, Renè Preval, che nei giorni scorsi era volato a Washington per parlare con il suo omologo Usa.
Ma c'è un dato che deve far riflettere. Del miliardo e mezzo di dollari Usa accumulato per l'emergenza terremoto solo il 49 percento sarebbe stato destinato a progetti. Non solo. I troppi aiuti umanitari, soprattutto alimentari, piovuti dall'estero, potrebbero causare non pochi problemi a un'economia già praticamente inesistente.

E' stato il direttore della Fao, Jacques Diouf, a lanciare il problema. Secondo Diouf, infatti, ci sarebbe allarme per l'abbandono del settore agricolo haitiano, fondamentale per questo momento dell'isola.
Anche Preval ha accolto l'appello e ha chiesto alle organizzazioni non governative presenti nel Paese di fare acquisti alimentari all'interno dei confini nazionali, dove, secondo il presidente haitiano, ci sarebbe la possibilità di comprare la quantità di riso necessaria per sfamare la capitale per i prossimi mesi.
Ma il problema economico esiste davvero. Le troppe donazioni alimentari, infatti, potrebbero danneggiare la produzione locale, lasciando invenduta la produzione agricola stagionale.
Insomma, una questione non semplice da risolvere. Dalla regione haitiana dell'Artibonite, un tempo fiore all'occhiello della produzione nazionale di riso, se ne sono andati praticamente tutti qualche anno fa, quando la crisi economica aveva portato la popolazione a spostarsi in città. Nel 1995 infatti l'ex presidente Aristide fu costretto ad accettare le imposizioni del Fondo Monetario Internazionale e da quel giorno il mercato del riso nazionale cambio definitivamente. Sull'isola arrivò il riso di un colosso mondiale, la Riceland Food, cooperativa di produttori dello Stato Usa dell'Arkansas, una delle maggiori al mondo.
Il riso Usa, prodotto su larga scala e sovvenzionato da flussi di denaro statale, costava meno della metà di quello haitiano, con conseguente abbandono delle campagna di parte della popolazione agricola. Oggi molti una buona parte dei cinquecentomila sfollati del dopo terremoto sta tornando nelle zone agricole, ma non si sa con quale futuro.

La distribuzione del riso in Haiti, otto mila tonnellate nelle ultime due settimane fornite dal programma mondiale dell'alimentazione, sta assumendo dunque, nonostante le necessità della popolazione, le proporzioni di un grave problema sociale. Nella zona dell'Artibonite, dove da oltre due secoli i contadini haitiani coltivano il riso, un coltivatore si lamenta degli aiuti stranieri giunti nella capitale. "Ci colpiscono direttamente - dice in un video trasmesso dalla rete - ma la nostra produzione sarebbe capace di soddisfare i bisogni di Port au Prince".
I contadini locali da tempo lamentano difficoltà nella gestione del loro lavoro e il terremoto non ha fatto altro che aggravare la situazione. Gli strumenti con cui lavorano la terra sono ormai obsoleti. Per loro è impossibile accedere al credito, considerando che nel Paese non esiste un programma mirato. Le chiuse che controllano i canali d'acqua per l'irrigazione dei campi sono distrutte da anni. I prezzi dei fertilizzanti sono salati. A tutto questo si deve aggiungere che solo il 2 percento della solidarietà internazionale viene investito nel settore agricolo. Se poi consideriamo l'inondazione di riso arrivata su Haiti negli anni Ottanta dagli Stati Uniti, si può capire come la dipendenza alimentare dell'isola sia una certezza."Un tempo era diverso " raccontano i lavoratori della zona "anni fa eravamo noi a lavorare per il Paese". "Il riso importato e sovvenzionato dal governo Statunitense e da quello haitiano è il motivo principale che ci vieta di vendere il nostro prodotto sul mercato. Importano molto. Il riso costa meno del nostro. Noi abbiamo gravi difficolta a proporre il prodotto sul nostro mercato" dice triste una contadina sudata dopo una giornata passata nei campi a lavorare e a sognare un futuro migliore.

Fonte: PeaceReporter

USA, è finalmente arrivato il momento di sostituire l'uranio impoverito nei proiettili a medio calibro?


Secondo la International Coalition to Ban Uranium Weapons (Icbuw), organizzazione per la messa al bando delle armi all'uranio impoverito, gli Stati Uniti sarebbero in procinto di abbandonarne l'utilizzo nei proiettili a medio calibro.

La fonte della Icbuw e' la Maneuver Ammunition Systems, l'ente del governo Usa che si occupa dell'approvigionamento delle munizioni per l'esercito. Come riferito nel sito della Coalizione, l'ente starebbe cercando alternative all'uranio impoverito per lo sviluppo dei suoi proiettili da 25 e 30 millimetri, quelli usati dai mezzi blindati Bradley e dagli aerei A-10 Thunderbolt, questi ultimi tra i maggiori responsabili della contaminazione da uranio impoverito in Iraq e nei Balcani. A tale scopo, un programma di decontaminazione dell'impianto, costato 2 milioni di dollari e usato per testare le munizioni di 25 millimetri è vicino ad essere ultimato.
Tuttavia, un altro programma è stato mantenuto per futuri test delle munizioni di 30 millimetri dei Thunderbolt.

Tutti i siti a rischio radioattivo devono ottenere una licenza per il trattamento del materiale radioattivo, solitamente concessa dal Governo. Per le località nelle quali si testano munizioni a uranio impoverito le licenze sono molto più ardue da ottenere rispetto a quelle per il semplice trattamento o per la produzione delle stesse munizioni. Non è chiaro se la possibilità di essere prodotte rimane ora per entrambe le munizioni, o se gli Stati Uniti ne hanno una scorta sufficiente per coprire le future richieste. In ogni caso, i programmi di decontaminazione fanno pensare che un' ulteriore sviluppo di proiettili con uranio impoverito sia considerevolmente meno probabile.

Il Maneuver Ammunition System non ha specificato la ragione per la nuova strategia, ma sembra che alla base della scelta vi siano riflessioni legate all'inquinamento ambientale, oltre a questioni più banali, come la capacità penetrante dell'uranio, e le precauzioni che avrebbero dovuto essere prese durante la fase della produzione. Nel luogo autorizzato alle esercitazioni dei proiettili a 25 millimetri, vi era la necessità di iniziare la decontaminazione a partire da una certa data. Un certo numero di siti di proprietà privata precedentemente interessati alla produzione di armi all'uranio non erano stati decontaminati dai loro proprietari, che avevano lasciato il considerevole onere per la decontaminazione ai contribuenti americani.

Improntati alla cautela sono i commenti della comunita' scientifica, anche italiana. Uno dei massimi esperti in materia, Massimo Zucchetti, ingegnere nucleare e professore al Politecnico di Torino, parla di 'cauto ottimismo', nonostante sia un passo comunque 'importante'.

"Non possiamo aspettarci dai militari che per 20 anni hanno sostenuto che l'utilizzo dell'uranio impoverito non creava problemi una completa ammissione di responsabilita'. Il massimo che possiamo aspettarci realisticamente e' appunto che qualcosa si muova, a seguito di evidenze che stanno emergendo e di una migliorata consapevolezza da parte dell'opinione pubblica. Gia' da molto tempo vengono valutate vie d'uscita. Bisogna notare che dall'articolo dell' Icbuw si evidenzia il carattere strategico della probabile eliminazione delle armi a medio calibro, ma non si sa che decisioni verranno prese sugli arsenali che gia' posseggono gli Stati Uniti, ne' quando questa decisione verra' implementata realmente. La motivazione alla base non e' tanto quella dell'impatto ambientale delle munizioni quando queste vengono usate, quanto cio' che accade nella fase di trattamento e produzione. Siccome le licenze per i materiali radioattivi rappresentano una scocciatura per le industrie, allora forse e' piu' conveniente lasciar perdere l'uranio e usare altro, per esempio materiale non radioattivo".

Qual'e' l'alternativa all'uranio impoverito?

Il tungsteno, che pur non essendo radioattivo e' tossico chimicamente, cosi' come e' tossico chimicamente l'uranio. Il tungsteno costa molto di piu' e chi lo produce e' principalmente la Cina. Anche usandolo, poi, non e' detto che non possa essere anche piu' pericoloso dell'uranio. Un'altra alternativa potrebbe essere quella di fare trattamenti superficiali all'acciaio dei proiettili in modo da renderlo ultraduro e penetrante come l'uranio. Anche li' certi componenti leganti dell'acciaio, il vanadio o altri, sono metalli ugualmente cancerogeni. Quando il proiettile colpisce il bersaglio prende fuoco e le polveri si spargono nell'ambiente: che sia questo o quel metallo pesante, alla fine la pericolosita' e la tossicita' rimangono. L'ideale sarebbe abolirli tutti, i proiettili penetranti".

di Luca Galassi

Fonte: PeaceReporter

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