domenica 14 marzo 2010

Effetto Gelmini. L’urlo di dolore della scuola: “Senza fondi non c’è futuro”



Tagli economici e professionali: il j’accuse d’insegnanti e sindacati si amplia e nei primi mesi d’applicazione della riforma Gelmini trova scontenti studenti grandi e piccoli decurtati d’un pezzo di quel bene prezioso che è l’istruzione. A Roma nei giorni scorsi una protesta col classico mezzo dell’occupazione ha visto protagonisti i più giovani fruitori del servizio, bambini fra i sei e dieci anni, che insieme a genitori e docenti hanno deciso di compiere con quel gesto un passo di sensibilizzazione e coscienza civile. Dieci altre scuole del primo ciclo hanno solidarizzato e c’è da giurare che la mobilitazione prevista per il 10 aprile sarà ben più ampia. Il malumore cresce ma i toni non sono dolenti, il sogno è che la voce salga diventando un potente coro. C’è desiderio di dire molto alla politica che trasversalmente mostra la faccia più brutta e bruta: far quadrare i conti senza guardare cosa toglie all’Italia del futuro. Questa con l’energia dei sette anni scrive sui cartelloni pur con grafia incerta “Maestre e supplenti servono per imparare”. Loro, maestri e prof, nonostante i tagli ci mettono anima e corpo e come la manager di Vitinia inventano la scuola creativa. Uniti, nella missione dell’insegnare, al sentimento celebrato dai versi di Kalil Gibran: “Nessuno può rivelarvi nulla se non ciò che già si trova nel dormiveglia della vostra coscienza. L’insegnante fra i discepoli non trasmette la sapienza ma fede e amorevolezza. Se è veramente saggio v’accompagnerà alla soglie della vostra mente”.

Bruna Sferra è una delle maestre che guida didattica e agitazione della scuola elementare “Principe di Piemonte”, luogo quasi magico adagiato su un poggio che guarda la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Dichiara “Le cosiddette riforme di governi di sinistra e di destra hanno affossato il nostro modello scolastico elementare che veniva lodato in tutt’Europa. Iniziò Luigi Berlinguer, barattando una presunta autonomia con sperticati aiuti alla scuola privata. I ministri Moratti e Gelmini hanno completato la svalutazione. Le loro pianificazioni sono incentrate esclusivamente sui tagli al personale e ai finanziamenti. Il budget dell’istituto in cui lavoro che fino all’anno scorso ammontava a tre, dico tre, euro annuali a bambino ora è pari a zero. Qualsiasi strumento utilizzino i 650 scolari – dai pennarelli al computer - viene acquistato dai genitori, le famiglie risultano gli unici finanziatori e naturalmente non tutte possono contribuire. Una situazione umiliante anche per le insegnanti che hanno scelto di servire una scuola pubblica diventata sempre più povera”. Nella scuola pubblica crede Giuseppe De Santis, professore di lettere, scrittore e divulgatore culturale, che ha finora dedicato all’Istituto Tecnico “Maddalena” di Adria venticinque anni di vita. “Da un quindicennio l‘istituzione scolastica ha subìto trasformazioni non sempre brillanti e le menomazioni introdotte dall’ultima riforma pesano. L’anno è iniziato con la sostituzione fra materie e competenze (nel caso di lettere sarebbero storia, diritto, educazione civica) ma accanto alla definizione il ministero non ha fornito nessun metodo applicativo. Abbiamo solo constatato ridimensionamenti di materie come diritto e geografia e riduzioni dell’orario settimanale, da 35 a 32 ore nel triennio sceso a 30 nel biennio. Si risparmia sulla forza lavoro eliminando il personale precario e impedendo nuove ammissioni in ruolo. Non ho dati nazionali perché non faccio il sindacalista, so che la mia scuola ha tagliato il 90% delle supplenze. Ora in caso di assenza d’un professore anziché incaricarne un altro le classi vengono divise oppure ci si chiede di fare ore aggiuntive retribuite, una sorta di cottimismo”.

La ricaduta negativa è sull’organizzazione didattica – prosegue De Santis – siamo tornati alle classi di trenta alunni e per esperienza dico che oltre i venti l’efficacia del lavoro ne risente. In più s’azzera la possibilità di svolgere attività di approfondimento perché i pochissimi fondi destinati agli istituti vengono usati esclusivamente per le supplenze”. Grazie a De Santis e colleghi il Maddalena era considerato nella provincia di Rovigo un esempio per iniziative culturali: animava una pubblicazione scolastica che ospitava contributi famosi (vi scrissero Arslan, Caselli, Caponnetto, Rita Borsellino, Nando Dalla Chiesa, De Luca) e conferenze con scrittori e poeti. Ricordi oramai. “Per continuare dovremmo cercare fondi fra i privati che però vogliono decidere quali argomenti trattare e con chi, condizionando le scelte culturali. La scuola-azienda che il ministro propone apre la porta a modelli d’istruzione gestiti da banche e Confindustria. Purtroppo la qualità del lavoro è da tempo compromessa, il corpo insegnante e i fruitori del servizio non possono più avvalersi neppure di quello strumento d’indirizzo democratico che era il Consiglio di classe. Oggi nei Consigli non si discute di conoscenza, programmi o metodi didattici, si ratificano voti tramite strumenti tecnologici, cosa ben diversa dai confronti fra colleghi incentrati non certo sulle semplici medie matematiche. Un tempo valutavamo col preside il grado di maturità del giovane attraverso molteplici fattori, lui presiedeva un rapporto didattico-conoscitivo che poneva le domande giuste per ottenere giuste risposte a salvaguardia dell’istruzione. C’era circolarità e compenetrazione. L’odierna scuola-azienda dove il preside fa il manager ha interrotto lo scambio, puntando sul rapporto gerarchico questa sorta di amministratore delegato comanda più che ascoltare”.

Non ovunque però. Manager è Anna Maria Lucchese nella scuola media “Tacito” e nell’annessa elementare di Vitinia, metà borgata, metà paese alle porte di Roma. Dal grosso edificio un tempo lo
skyline era dato dal verde intenso delle chiome secolari d’una delle pinete superstiti della zona. Ora predomina l’ocra della cittadella che Caltagirone ha edificato sul lato ovest del Raccordo Anulare. Dirigente da tre anni, insegnante per ventisette fra Milano e Roma, la dottoressa Lucchese conferma come la scuola italiana non sia sempre uguale. Ambiente, tradizioni e non solo producono differenze. “A scuola i ragazzi portano quel che gli gira attorno e non è soltanto questione di nord e sud. In ogni epoca, a ogni latitudine sono sempre esistite scuole migliori di altre: se un istituto si fa una buona fama attira i docenti più capaci e lavorare con chi sa e vuole insegnare riscatta anche le lacune ministeriali. Pur in carenza di risorse possiamo dare alle famiglie un’offerta formativa di qualità avvantaggiando i cittadini del domani. Certo ormai siamo ai salti mortali, a volte bisogna accettare il mercato delle vacche, davanti a me tempo fa s’è seduto un dirigente di banca che proponeva di finanziare iniziative scolastiche. Il mio intento è stato recuperare fondi difendendo i contenuti culturali. E’ durissima ma bisogna provarci. Quest’anno ho un budget di 9.000 euro con cui devo pagare anche le supplenze, ne ho raggiunti 17.000 facendo la questua fra i genitori, sempre più siamo costretti a chiedere un contributo volontario alle famiglie. Poi ci sono le inconguenze: la Regione mette a disposizione 65.000 euro l’anno per pagare l’impresa di pulizie del solo plesso elementare (16 aule, 2 laboratori, 4 atri, 2 rampe di scale), ci lavorano due addetti per quattro ore al giorno. Nella passata stagione la cifra ammontava a 90.000 euro dunque l’operatore della ditta costava 38 euro l’ora, un insegnante ne costa 35. Quelli però sono stanziamenti blindati, non solo a noi inaccessibili ma l’istituto non ha potuto neppure partecipare al bando di gara per il servizio di pulizia”.

Settantacinque professori, dodici collaboratori, quattro segretarie, un direttore amministrativo la scuola della professoressa Lucchese è più d’una piccola impresa
“Lavoriamo come un’azienda non avendone le risorse ma abbiamo la coscienza della nostra formidabile potenzialità: nessuno come la scuola può intervenire nella formazione culturale in maniera complessiva. Naturalmente occorre amarla questa trincea, chi tira al ventisette si sente in gabbia. La stessa figura manageriale tanto criticata ha bisogno di un’anima, occorre interpretare propositivamente il ruolo per non renderlo sterile”.

da Terra del 9 marzo 2010

di Enrico Campofreda

Comparso su il PANE e le rose

Messico, guerra tra gang di narcos. Le vittime sono 24, quattro decapitati


ACAPULCO (Messico) - Una impiegata americana del consolato Usa è stata uccisa ieri pomeriggio in un agguato a Ciudad Juarez. La donna è rimasta uccisa insieme al marito americano e al consorte di una impiegata messicana del consolato.

La guerra tra gang per il controllo del traffico della droga in Messico ha raggiunto il picco ieri, con un bilancio di 24 morti, quasi tutti nello Stato di Guerrero, nella parte sud-occidentale del Paese. Nella sola Acapulco si contano ben 13 vittime. La polizia ha ritrovato i corpi di cinque uomini crivellati di colpi, altri quattro decapitati a Tuncingo, periferia di Acapulco. Nella stessa zona i criminali hanno ucciso cinque agenti di polizia di pattuglia.

Tra le vittime c'è anche un giornalista, Evaristo Solis, 33 anni, qui lavorava per il settimanale locale Vision Informativa. Il suo corpo crivellato di proiettili è stato scoperto a Chilpancingo, la capitale dello Stato di Guerrero, a 100 chilometri a nord-est di Acapulco. Il giornalista, ha specificato la polizia, fa parte delle cosiddette "vittime collaterali", della guerra fra i cartelli messicani per il controllo del traffico della droga. Una guerra che negli ultimi tre anni ha fatto oltre quindicimila morti.

Il presidente del Messico, Felipe Calderon, ha mobilitato decine di migliaia di poliziotti e soldati nello Stato di Guerrero e in altri crocevia cruciali del contrabbando di droga dal Messico verso gli Stati Uniti.

Dal canto suo, il Dipartimento di stato Usa ha autorizzato i dipendenti dei consolati americani delle città messicane considerate a rischio a mandare a casa i familiari entro il 12 aprile. Le città del nord del Messico insanguinate dalla guerra tra narcotrafficanti sono Tijuana, Nogales, Ciudad Juarez, Nuevo Laredo, Monterrey e Matamoros.


Iraq, elezioni e disinformazioni delle occupazioni


Iniziamo con una semplice domanda:
E' ragionevole affermare che in un Paese come l'Iraq, sottoposto ad una pesantissima occupazione militare straniera, possano svolgersi elezioni generali veramente libere e democratiche?
Evidentemente no, poiché lo straniero occupante, che detiene "manu militari" tutti i gangli vitali del governo e dell'economia del Paese occupato, stabilirà lui quali personaggi far correre alle elezioni, scegliendoli in primis tra i collaborazionisti della prima ora ovvero, se proprio vuole darsi una parvenza di decenza, a qualche notabile locale non particolarmente ostile e sensibile al "colore dei soldi".
Tra i secondi possiamo annoverare l'attuale ambiguo "premier" Nouri Al Maliki ed il suo raggruppamento di partiti sciiti (Shiri e Dawa), mentre tra i primi (i collaborazionisti) spicca la personalità del sunnita Ayad Allawi, già capo di un governo provvisorio nel 2004 e nominato a tale incarico direttamente dall'allora gauleiter americano dell'epoca, Paul Bremer. Allawi è uno dei leaders e fondatori (assieme ad Ahmed Chalabi, bancarottiere condannato in Giordania a 22 anni di carcere per una mega truffa ai danni di quello Stato e poi "perdonato" dal re Abdallah su pressioni USA nel 2005) dello INC (Iraqi National Congress); cioè della associazione di fuoriusciti dall'Iraq e stipendiati dalla CIA negli scorsi decenni, associazione che è servita come "think tank" (su ordine della cricca Bush, Cheney e Rumsfeld) per la creazione e lo spaccio a livello mondiale di falsi documenti che attestavano il possesso, da parte del regime di Saddam Hussein, di armi chimiche e nucleri di distruzione di massa.
Guarda caso, nella competizione elettorale, è mancato qualsiasi leder (e ce ne sono anche in campo sciita, come Moqtada Al Sadr) che chiedesse il ritiro completo e immediato delle truppe d'occupazione, una trattativa equa per il risarcimento dei danni di guerra (visto che è stata scatenata su evidenti falsità), la rinegoziazione di tutti i contratti petroliferi stipulati durante il periodo d'occupazione e, infine, l'indizione di una vera conferenza di pace tra tutte le componenti etniche e confessionali dell'Iraq per raggiungere una nuova costituzione per il martoriato Paese. Tutto questo, guarda caso, è mancato!
Per non parlare poi (in un Paese in cui tutto è precario, dall'elettricità all'acqua potabile, dal lavoro alla scuola) del voto di scambio: un candidato cioè assicura la soddisfazione, anche parziale e precaria, di un bisogno essenziale in cambio del voto di una famiglia, di un gruppo o di un'intera tribù. Come si può escludere che in questo inevitabile gioco non si inserisca la Potenza occupante, che accentra poteri reali immensi, per "spingere" il candidato a lei più legato e fedele?
E queste sarebbero elezioni libere e democratiche? O non sono piuttosto dei "ludi cartacei", per mascherare la gravità del sussistere di un stato d'occupazione e far finta che l'Iraq sia un Paese normale?
Inutile dire che le stesse identiche considerazioni possono essere fatte anche per le elezioni che si sono ottenute in Afghanistan lo scorso anno.
Ebbene, la propaganda italiana (non è il caso di chiamarla informazione), nel commentare l'evento delle elezioni in Iraq, non ha nemmeno sfiorato questa anomalia grande come una casa. A questo riguardo il servizio più paradossale lo ha fatto il giornale radio 3, alcuni giorni fa, intervistando un ministro del governo iracheno uscente. L'intervistatrice chiedeva al ministro se non vi fosse il pericolo di un'influenza del vicino Iran sul nuovo governo che verrà. Avete capito bene? la giornalista di radio 3 si preoccupava della possibile influenza iraniana, ma dell'influenza degli USA, che sono in Iraq da 7 anni con centinaia di migliaia di soldati, non sembrava affatto preoccupata!
Aggiungo che l'intervistato, in modo molto diplomatico, ha risposto che l'ultimo dei problemi dell'Iraq attuale sono i rapporti con il vicino Iran, facendo una figura nettamente migliore della sua intervistatrice.
Ma il terzo canale della radio-televisione italiana non era l'ultimo baluardo dell'informazione libera dalle manipolazioni del governo? Non era la "riserva indiana" in cui erano confinati tutti gli esponenti pensanti e democratici della sinistra italiana?
Se questa è l'obbiettività di ciò che resta della sinistra italiana, cosa possiamo aspettarci dal mainstream mediatico berlusconiano?
Non abbiamo certo motivo di stare allegri.

di Gian Carlo Caprino

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