giovedì 11 marzo 2010

Ponte Connection


Inchieste giudiziarie e ricercatori sostengono che il Ponte sullo Stretto di Messina, più che due sponde, servirà a congiungere due cosche, o meglio, le due grandi holding criminali che controllano il territorio e l’economia in Calabria e Sicilia. Nell’Università di Messina, però, mafia e ‘ndrangheta operano in collegamento perlomeno sin dagli anni ’70, quando anche grazie a certi “studenti” di estrema destra e all’occhio benevolo degli inquirenti, l’Ateneo divenne il laboratorio sperimentale di un’alleanza politico-criminale che avrebbe colto i suoi frutti con la stagione delle stragi del 1992-93.

Mafia e ‘ndrangheta hanno messo le mani su grandi e piccoli affari dell’università dello Stretto: dagli appalti per la realizzazione del Policlinico a quelli per la gestione di mense e servizi; dalla compravendita di esami e titoli di studio al traffico di armi e stupefacenti all’interno dei locali universitari. Non sono mancati gli attentati e i ferimenti di docenti e studenti e finanche un morto eccellente, il professore Matteo Bottari, noto endoscopista, barbaramente assassinato a Messina 13 anni fa.

Senza aver mai promosso un serio dibattito sulle origini e le modalità con cui è proliferato il cancro criminogeno nell’università, i vertici accademici hanno pure impedito che l’istituzione ponesse attenzione alle problematiche di tipo sociale, economico, ambientale e criminale relative alla realizzazione del Ponte sullo Stretto, la più impattante delle Grandi Opere in Italia. Adesso che il governo annuncia a tamburo battente l’avvio dei lavori e si avverte tra Scilla e Cariddi il profumo dei primi milioni di euro, l’Università di Messina fa la sua scelta di campo, quella di abdicare definitivamente alle proprie finalità di promozione della ricerca e dell’interesse pubblico. Secondo quanto rivelato dal quotidiano on line Tempo Stretto.it, le massime autorità dell’Ateneo e i manager di “Eurolink”, l’associazione d’imprese general contractor per i lavori del Ponte, starebbero per definire un accordo finalizzato a coinvolgere direttamente l’Università nella progettazione esecutiva dell’imponente opera.

“Non abbiamo ancora deciso in che modi e in che tempi l’Università potrà partecipare alle fasi preliminari e di studio per la costruzione del Ponte, ma come ha sottolineato l’amministratore delegato della Stretto di Messina Spa, Pietro Ciucci durante la sua ultima visita in città in occasione della presentazione ufficiale del progetto definitivo, anche l’Istituzione universitaria potrà svolgere un ruolo di primo piano”, ha dichiarato a Tempo Stretto il rettore Franco Tomasello.

“L’idea – ha spiegato Tomasello - è quella di creare un Laboratorio di ricerca nel quale far convogliare le migliori professionalità dell’Ateneo e magari offrire una vetrina ai giovani messinesi che hanno conseguito il Dottorato di ricerca o frequentato un Master. Ci siederemo attorno a un tavolo con il direttivo di Eurolink e proveremo a mettere nero su bianco un accordo che soddisfi tutti”. Secondo il quotidiano on line, l’Università avrebbe già individuato il sito in cui potrebbe sorgere il “laboratorio” pro-Ponte: si tratterebbe dell’incubatore realizzato all’interno del polo universitario scientifico del Papardo, su una collina prossima ai cantieri di uno dei due piloni della mega-infrastruttura. Sorto per accogliere le imprese specializzate in “produzioni hi-tech e spin-off da ricerca” provenienti principalmente dall’Ateneo, l’incubatore è stato concesso in uso a Sviluppo Italia Sicilia, ente acquisito recentemente dalla Regione Siciliana che è pure azionista di minoranza della società concessionaria della realizzazione del Ponte.

Il complesso edilizio all’interno del polo universitario si estende su un'area complessiva di 4.400 mq ed è stato finanziato con i fondi della legge 208/98 per gli “interventi di promozione, occupazione ed impresa nelle aree depresse”. Sino ad oggi è rimasto inutilizzato, ma qualora fosse formalizzata la sinergia con l’Università, esso potrebbe ospitare pure gli uffici delle società general contractor del Ponte (Impregilo, Sacyr Sa, Società Italiana per Condotte d’Acqua, Cooperativa Muratori & Cementisti di Ravenna, Ishikawajima-Harima Heavy Industries CO, Aci Scpa – Consorzio Stabile).

Amore non recente quello del rettore Tomasello per il collegamento stabile nello Stretto. Il 14 maggio 2009, egli era stato il moderatore di un incontro pubblico, patrocinato dall’Ateneo, con il professor Enzo Siviero, ordinario di Teoria e Progetto di ponti alla Iuav di Venezia e vicepresidente del Consiglio universitario nazionale. “Il ponte sullo Stretto di Messina è l’occasione per dare continuità alle due sponde, il simbolo istituzionale della futura area metropolitana dello Stretto”, dichiarò allora Siviero. “Se davvero vogliamo ridisegnare la Sicilia , è necessaria un’operazione culturale strategica che veda al centro la realizzazione di questa grande struttura”. E chi meglio di un Ateneo può essere il motore di siffatta “operazione culturale”?

Controverso destino quello di Franco Tomasello. Da una parte tutto sembra presagire che il Magnifico Rettore passerà alla storia per apporre il sigillo dell’Ateneo sul progetto della biblica colata di cemento sulle sponde dello Stretto. Dall’altra, però, a sbiadirne l’immagine, restano i due provvedimenti di sospensione dall’incarico di rettore (per due mesi cadauno), ordinati negli anni scorsi dal Tribunale di Messina. L’ultima sospensione, nel dicembre 2008, è giunta a conclusione dell’inchiesta su un presunto “concorso pilotato” nella facoltà di Veterinaria. Tomasello e altri 22 indagati sono stati rinviati a giudizio e il processo è ancora in corso. Secondo il professor Giuseppe Cucinotta, membro interno della commissione concorsuale, i vertici dell’Università avrebbero voluto che la selezione fosse vinta dal figlio di un ex preside di Veterinaria. Durissimo il pronunciamento del giudice per le indagini preliminari: “Il Tomasello utilizza la sua autorevole posizione di Rettore presso l’Università degli Studi di Messina per intervenire, abusando dei propri poteri nell’assegnazione di incarichi e posti di lavoro. La sua gestione della cosa pubblica, lungi dall’essere improntata a regole di trasparenza ed imparzialità, è invece molto più “pragmaticamente” mossa dalle esigenze di favorire chi può evidentemente ricambiare. La logica dello scambio reciproco, che inquina la sua azione amministrativa ed esprime una disinvoltura non comune, porta a ritenere concreto il pericolo di reiterazione del reato”.

Ancora più duro il giudizio espresso nel 2007 dai giudici del Tribunale del Riesame nel provvedimento di conferma di quella che era stata la prima sospensione dalle funzioni di rettore. Di Tomasello si stigmatizzava l’“allarmante ostinazione manifestata nella conduzione clientelare della propria carica” - e la “pericolosa quanto diffusa inclinazione alla rimozione assoluta del disvalore morale insito nelle condotte in esame ed alla sua sostituzione con un atteggiamento di compiaciuta, disinvolta ed opportunistica solidarietà rispetto al beneficiario dell’abuso, che poco giova al prestigio e all’autorevolezza dei pubblici uffici coinvolti in simili dinamiche”.

Oggetto d’indagine allora, il comportamento assunto da Franco Tomasello per “favorire” l’assunzione come dirigente di Medicina del lavoro al Policlinico, dell’ex presidente del consiglio comunale di Messina, Umberto Bonanno (Psi - Forza Italia). Già al centro del procedimento “Oro grigio” su un supposto giro di tangenti per la lottizzazione di un complesso edilizio in un’area ad alto rischio geologico, secondo l’accusa, Bonanno avrebbe ottenuto l’incarico “su pressioni del Tomasello e della moglie”, presentando certificati e attestazioni, “alcuni dei quali ritenuti falsi”, recanti la firma dell’allora vice-ministro all’Istruzione e alla Ricerca Universitaria, Nanni Ricevuto (successivamente sottosegretario con delega ai lavori del Ponte), odierno presidente della Provincia di Messina.

“Emerge in modo assolutamente chiaro come sia in corso fra il rettore Tomasello ed il duo Bonanno-Ricevuto un continuo, capillare scambio di favori”, si legge nell’ordinanza di sospensione di Franco Tomasello, pubblicata sul sito www.enricodigiacomo.it. “È in questa logica che il Tomasello si attiva per favorire il Bonanno ed è in questa logica che costui ‘lavora’ per assicurare al Tomasello il suo intervento presso il Ricevuto. Ed infatti non è un caso che vi sia una fitta serie di contatti tra i due e che, al contempo, Tomasello rassicuri il Bonanno circa la sua disponibilità nei suoi confronti allorché all’indomani dalla sconfitta delle elezioni amministrative evidentemente cerca di ricollocarsi il più comodamente possibile nel mondo lavorativo”.

Ma la fitta “rete di contatti” dell’ex presidente del consiglio comunale non riguardano solo la sua “promozione” a dirigente di Medicina del lavoro del Policlinico universitario. Nel corso di una telefonata del 13 dicembre 2005, Umberto Bonanno si sofferma con l’interlocutore sul contrastato iter del Ponte sullo Stretto. “Poi ora c’è la storia del Ponte”, afferma Bonanno. “E chi la ferma più? Genovese (l’allora sindaco di Messina Francantonio Genovese, Nda)? No, Peppe, il Ponte non lo ferma più nessuno… E quella famosa convenzione con l’Università è stata fatta. Ed all’interno della convenzione c’è anche la questione della sicurezza dei cantieri, giusto? E la sicurezza dei cantieri, ora bisognerà fare una specifica convenzione con il General Contractor e l’istituto di Medicina del lavoro… Hai capito, si arriverà a questa cosa, si farà… Non è un problema e quella darà la possibilità e l’opportunità…ouh! Dieci milioni di euro di contratto… Se questo contratto verrà fatto è grazie ad Umberto Bonanno… Questa cosa si fa, figurati… Tra l’altro Pietro Ciucci a me ha offerto un posto di lavoro! Ciucci mi ha detto: “Va bene, visto che sei libero, allora noi avremmo bisogno…”; gli ho detto io: “ti ringrazio, cose varie… ma sai, non è la mia aspirazione fare il dipendente della società Stretto di Messina… Quale dipendente della Stretto di Messina, Umberto… mi sono spiegato male”. Io gliel’ho detto di proposito…””.

di Antonio Mazzeo

Link: Megachipdue.info

Art.18 il colpo finale


La sola regola che questa maggioranza sembra capace di rispettare è la sistematica violazione di ogni altra regola, soprattutto se costituzionale. L'aggressione al lavoro compiuta dalla legge approvata al Senato mercoledì scorso va ben al di là dell'aggiramento dell'art.18 dello Statuto che stabilisce il diritto del lavoratore ingiustamente licenziato alla reintegrazione da parte del giudice nel posto di lavoro. Essa equivale a una deregolazione e, di fatto, a una vanificazione delle garanzie giurisdizionali di tutti i diritti dei lavoratori. Il diritto del lavoro era già stato dissestato, nella sua parte sostanziale, dalla precarizzazione dei rapporti di lavoro.

Questa legge è un colpo di grazia anche alla sua parte processuale, dato che vale a esautorare la giurisdizione da tutte le questioni di lavoro. È questa, del resto, la linea di questo governo in tema di giustizia: i processi - il processo del lavoro, il processo penale «breve» o variamente impedito o paralizzato - semplicemente non vanno fatti.

In materia di lavoro questa fuga dalla giurisdizione avviene ora attraverso la violazione del diritto di agire in giudizio a tutela dei propri diritti, stabilito dall'art.24 della Costituzione. Questo diritto non è solo un diritto fondamentale. Si tratta di un meta-diritto alla tutela giurisdizionale dei propri diritti, in assenza del quale tutti gli altri diritti sono destinati a rimanere sulla carta. Ebbene, questa norma-chiave del costituzionalismo democratico è stata da questa legge aggredita, nelle controversie di lavoro, sotto ben tre profili.

Il primo profilo, il più clamoroso e insidioso, è quello espresso dall'art.33 comma 9. Questa norma, inserita in un labirinto illeggibile di 52 articoli dedicati alle materie più disparate, prevede la possibilità che nei contratti di lavoro sia pattuita la cosiddetta «clausola compromissoria», cioè la decisione delle parti «di devolvere ad arbitri le controversie che dovessero insorgere in relazione al rapporto di lavoro». In altre parole, all'atto dell'assunzione il lavoratore potrà vedersi costretto, per essere assunto, a sottoscrivere la rinuncia alla garanzia giurisdizionale e la remissione delle future controversie, incluse quelle relative alla reintegrazione nel posto di lavoro prevista dall'art.18, alla decisione equitativa di un arbitro privato. Ora, come si sa, l'arbitrato è una forma di giustizia privata adottata di solito da soggetti forti, come le grandi imprese commerciali, che con esso intendono raggiungere una più rapida soluzione delle liti. Per questo, a tutela dei soggetti più deboli, il codice di procedura civile lo esclude in via di principio per tutte le controversie che abbiano ad oggetto diritti indisponibili, primi tra tutti i diritti dei lavoratori. La violazione dell'art.24 e dell'art.3 2^ comma della Costituzione da parte di questa legge è perciò clamorosa. Il diritto di agire in giudizio a tutela dei propri diritti, tanto più se indisponibili come quelli in materia di lavoro, è infatti un diritto fondamentale, inalienabile e a sua volta indisponibile. E non può certo una legge ordinaria consentirne la disponibilità per via contrattuale: che poi vuol dire avallare il ricatto cui i lavoratori possono essere sottoposti al momento del contratto.

Ma nella legge c'è una seconda aggressione al diritto di azione dei lavoratori stabilito dall'art.24 della Costituzione. L'art.32, 1^ comma, riduce «il controllo giudiziale» in tutti i casi in cui le leggi «contengano clausole generali, ivi comprese le norme in tema di instaurazione di un rapporto di lavoro, esercizio dei poteri datoriali, trasferimento di azienda e recesso», limitandolo «esclusivamente all'accertamento del presupposto di legittimità» ed escludendolo dal «sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive» del datore di lavoro. Ora è chiaro che le violazioni dei diritti dei lavoratori riguardano, di solito, non tanto la forma, quanto il merito dei provvedimenti dei datori di lavoro; e che perciò questa singolare limitazione del ruolo del giudice e degli spazi della giurisdizione si risolve anch'essa in una generale limitazione, ovviamente incostituzionale, del diritto dei lavoratori di agire in giudizio a tutela dei loro diritti.

Non basta. L'art.32 2^ comma introduce, tramite un'altra limitazione del ruolo del giudice, un'ulteriore restrizione del diritto di azione del lavoratore: «nella qualificazione del contratto di lavoro e nell'interpretazione delle relative clausole il giudice non può discostarsi dalle valutazioni delle parti espresse in sede di certificazione dei contratti di lavoro di cui al titolo VIII del decreto legislativo del 10 settembre 2003, n.276... salvo il caso di erronea qualificazione del contratto, di vizi del consenso o di difformità tra il programma negoziale certificato e la sua successiva attuazione». Il giudice, in breve, è vincolato a queste certificazioni rimesse alle speciali «commissioni di certificazione». Riemerge qui, in forme ancor più grottesche, una vecchia aspirazione del centro destra, che già in passato tentò di includere tra gli illeciti disciplinari l'interpretazione del giudice palesemente in contrasto con la lettera della legge. Ben più radicalmente, infatti, l'attività interpretativa del giudice viene ora preclusa dal fatto che queste certificazioni extra-giudiziali vengono dichiarate vincolanti, in aperto contrasto con l'art.101 della Costituzione secondo cui «i giudici sono soggetti soltanto alla legge». Se allora fu coltivata l'illusione che il giudice possa essere «bocca della legge», oggi si vorrebbe che egli fosse ridotto a «bocca delle certificazioni».

Domanda: come è possibile che di questo mostro giuridico, destinato, a me pare, a una sicura pronuncia di incostituzionalità, nessuno - né l'opposizione, né i sindacati - si sia accorto nei due anni della sua gestazione?

Luigi Ferrajoli (Filosofo del diritto)
Fonte: www.ilmanifesto.it/

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