lunedì 22 febbraio 2010

Biomasse la nuova follia per distruggere il Salento


Non entrerò nell'argomento sanità perchè non è il mio campo, anche se mi pare lampante che una centrale a combustione inquini più di nessuna centrale a combustione.

Il mio campo è l'ingegneria, la tecnica e gli studi di fattibilità.

La produzione di energia elettrica da biomasse ha un vantaggio innegabile rispetto alle fonti tradizionali che è quello del bilancio di CO2 "quasi nullo", cioè la CO2 riversata in ambiente durante la combustione è solo leggermente superiore a quella fissata dalla pianta da cui la biomassa è estratta durante la sua vita.

Ora chiediamoci per un attimo: ma questo bilancio resta "quasi nullo" qualunque sia la dimensione dell'impianto? Che cos'altro entra nel calcolo finale del bilancio di anidride carbonica?

Il girasole non si coltiva da solo: bisogna lavorare e preparare il terreno. Utilizzare fertilizzanti e fitofarmaci che vengono prodotti altrove e trasportati nell'area di coltura.
La materia prima coltivata va trasportata al luogo di lavorazione, da cui verrà estratto, spendendo energia, l'olio combustibile.
Questo andrà a sua volta trasportato alla centrale di produzione.

Tutti quelli descritti prima sono dei passaggi della filiera di lavorazione che comportano uso di energia, tra l'altro anche probabilmente prodotta con fonti fossili.

Risulta chiaro, spero, che quanto più grande è l'area dedicata alla coltivazione per la centrale più aumentano le spese energetiche (e la CO2 emessa) per gestirla e la convenienza e la sostenibilità ambientale di un impianto a biomasse diminuiscono drasticamente.

Come ampiamente sostenuto e divulgato nella letteratura tecnica, per essere a bilancio di CO2 "quasi nullo", un impianto a biomasse deve avere un'area di raccolta (ne parlerò in seguito) adeguata al territorio ospitante, una filiera cortissima e possibilmente del tutto interna all'area interessata per minimizzare i costi economici e ambientali dei trasporti, e in generale una vocazione all'utilizzo delle biomasse cosiddette "residuali", cioè scarto delle lavorazioni già presenti sul territorio in questione.

Realizzare impianti di grossa taglia, non adeguati al territorio che li ospita, non è razionale dal punto di vista della sostenibilità ambientale e delle ricadute sul territorio.

Inoltre, visto che una centrale a biomasse produce energia termica insieme a quella elettrica, bisogna predisporre il progetto di un sistema di teleriscaldamento (anch'esso il più possibile di breve sviluppo) per utilizzarla,
altrimenti questa viene perduta e il rendimento della centrale scende visto che una buona quota dell'energia che produce viene dispersa come calore.

Adesso mi addentro un pò nei calcoli, spero mi seguiate.

Poniamo di voler realizzare una centrale a biomasse da 30MW, un esempio molto simile al caso in esame.
In un anno abbiamo 8760 ore: ipotizziamo che la centrale funzioni 8000 ore, al netto dei tempi di manutenzione programmata. Risulta che l'energia prodotta in un anno dalla centrale è 30 x 8000 = 240.000 MWh.

Adesso facciamo un'altra ipotesi: la centrale ha un rendimento del 100%, cioè riesce a trasformare tutta l'energia presente nell'olio di girasole in energia utilizzabile.
Chiaramente, ci serviranno per farla funzionare le tonnellate di olio di girasole che possano sviluppare 240.000 MWh in un anno.

Quante tonnellate di semi di girasole produce un ettaro di terreno in un anno nel norditalia? circa 2,8.
Quante nel sud-italia? al massimo 2, per via del terreno meno fertile e della scarsità delle risorse irrigue.
(dati CTI - Comitato termotecnico italiano - indagine BIOFIT 2000)

In peso, quante di queste tonnellate diventano olio? il 36-38%, cioè da 100 tonnellate di seme si possono estrarre fino a 38 tonnellate di olio.
Quindi, ogni ettaro di terreno in un anno qui in provincia può fornire al massimo: 2,0 tonnellate di seme x 38% = 0,76 tonnellate di olio per ettaro, 760 chili.

Ora, il potere calorifico inferiore dell'olio di girasole (cioè l'energia che se ne può estrarre) è di circa 10KWh per ogni chilogrammo di olio.

Quanto olio mi servirà per alimentare una centrale che produce 240.000 MWh (cioè 240.000.000 di KWh) all'anno? Facile, dovrò utilizzare 240.000.000 / 10 = 24.000.000 kg = 24.000 tonnellate di olio all'anno.

Per produrre queste 24mila tonnellate quanto terreno mi servirà? Anche qui il calcolo è semplice, se un ettaro produce 0,76 tonnellate, per produrne 24mila occorreranno 24.000 / 0,76 = circa 31.600 ettari di terreno coltivati a girasole. Ma cauteliamoci, poniamo che ne servano 31mila "soltanto".

Abbiamo ipotizzato che tutta l'energia dell'olio venga trasformata in energia fruibile, ma in realtà il rendimento tipico di un impianto di cogenerazione non supera l'85%, ciò significa che arriviamo a 31.000 / 0,85 = 36.500 ettari necessari.

Non è finita qui: il girasole è per forza di cose una coltura rotativa e per evitare parassiti e flora patogena non può ritornare sullo stesso terreno che minimo ogni 3 anni. Questo significa che dobbiamo moltiplicare per 3 il fabbisogno di aree coltivate: per alimentare la centrale servono dunque 36.500 x 3 = 109.000 ettari. Francamente stupisce, su questo tema, la vaghezza di Coldiretti.

109mila ettari??? Mi sorge un dubbio... ma quant'è l'area disponibile in provincia? Il 5°censimento agricoltura (www.census.istat.it) attesta che l'INTERA superficie coltivabile in provincia di lecce è di 152mila ettari!!!

Con tutte le ipotesi cautelative che abbiamo fatto, possiamo prefigurarci una Provincia di Lecce che diventa un'unica grande spianata dedicata alla coltura del girasole... ma immagino che ci sarebbero non poche resistenze.
Diventerebbe assai più conveniente approvvigionarsi di olio da chi già lo fa, nazioni come il Madagascar che sono diventate delle "isole di coltivazione energetica", in cui gran parte delle aree coltivabili sono state vendute o affittate dai governi a produttori di olio combustibile con la tragica conseguenza dell'aumento del prezzo dei generi alimentari (se ne producono di meno su meno terra) e della fame della popolazione locale, tutti fenomeni ahimé arcinoti e riportati da tutti i telegiornali e le fonti di informazione.

Come si sono regolati da altre parti? La Regione Piemonte, nel piano energetico ambientale regionale del 2004 (quindi ben prima dell'"inizio del sogno"), ha emanato linee guida ferree sugli impianti di media e grande taglia, favorendo gli impianti di dimensioni contenute tra 3 e 6 MW (non 30!) e assolutamente collegati alla filiera locale, correlando dimensionamento e approvvigionamento del combustibile.
Non si comprende, in un'isola energetica com'è la Puglia che già produce molto più del suo fabbisogno energetico, la necessità di un impianto da 30MW complessivi che, obiettivamente, NON POTRA' ESSERE ALIMENTATO CON LE SOLE RISORSE DEL TERRITORIO.

La cosa poi veramente incredibile è che si proponga lo svellimento degli alberi d'olivo a favore della coltura del girasole, cioè sostituire una coltura autoctona di pregio (che andrebbe incentivata, non eliminata) con una coltura di origine estranea e di dubbia produttività. Alla faccia della biodiversità, della sostenibilità, delle politiche ambientali, del "pensare in VERDE"!

Matteo Morelli
Ingegnere elettrico, specializzato in Energia e Produzione Energetica
Università di Pisa

Distruzione Agip


Nell'Amazzonia ecuadoriana la compagnia iColore testotaliana AGIP circa vent'anni fa ha iniziato a sondare il cosiddetto blocco 10 (200.000 ettari) al fine di estrarre petrolio. I negoziati con la comunitá indigena, che, secondo la legge ecuadoriana detiene il titolo di proprietá della selva storicamente abitata, hanno portato, una quindicina d'anni fa, a un compromesso che permetteva alla compagnia di estrarre il greggio in cambio di investimenti che permettessero di sviluppare il territorio locale.
Spinte dalla promessa di una pioggia di soldi e di formazione tecnica per la realizzazione di infrastrutture, molte comunità acconsentirono.
Peacereporter ha incontrato Darìo, un dirigente della comunità Villano Paparaua, nel cui territorio si svolge la trivellazione Agip, per raccogliere la sua testimonianza.

"Tutto iniziò quando lo stato ecuadoriano scoprì l'esistenza di grandi quantità di petrolio leggero sotto il territorio di Villano, nel cosiddetto Bloque 10. Nell'arco di vent'anni la zona ha perso le proprie caratteristiche e si è trasformata.
Diversamente da quanto richiede la prassi, i diritti petroliferi non sono stati concessi ad alcuna compagnia ma sfruttati per forma diretta dallo stato ecuadoriano. Quest'ultimo ha firmato contratti di servizio ai fini estrattivi con compagnie straniere, come la Arcoriente e l'italiana AGIP OIL. Dopodichè, Agip, comprando la maggioranza delle azioni di Arcoriente, ha assunto il pieno diritto di sfruttamento del territorio, nonostante questi continuino ad appartenere, formalmente, a Petroecuador.

La presenza di Agip ha causato gravi impatti sociali e culturali, portando le comunità locali ad una sorta di sudditanza dal denaro e dalle decisioni della compagnia, rimanendo poveri sul proprio territorio. Negli ultimi dieci anni le conseguenze ambientali derivanti dallo sfruttamento sono emerse in tutta la loro gravità. Esiste uno studio secondo il quale si sono estinte specie endemiche locali. La presenza della compagnia petrolífera ha poi causato una pericolosa migrazione interna: migliaia di persone, attratte dalle nuove prospettive di lavoro, si sono riversate a Villano, danneggiando ulteriormente il delicato ecosistema della selva amazzonica.

Con ogni probabilità sono stati effettuati sversamenti nel fiume di acque reflue non trattate. La moria di pesce, la presenza di schiuma di colore verde, i forti olezzi hanno portato la comunità locale ad approfondire a denunciare l'attività inquinante della Agip alle autorità dello stato. Ulteriore allarme per la comunità il fatto che il contratto tra lo stato ecuadoriano e la compagnia italiana sia formalmente cessato, pur continuando l'attività estrattiva con una proroga di cui non è possibile rintracciare ufficialità. Gli appelli inascoltati hanno spinto i Paparaua ad aprire, a fine 2009, un giudizio per danni ambientali contro l'Agip presso il tribunale di Puyo per svariati milioni di dollari.

Analogamente la comunità chiede conto della continuazione della trivellazione: si parla infatti di tre nuovi pozzi, senza previa consultazione degli abitanti, in contrasto con quanto stabilito dalla costituzione ecuadoriana. La poca trasparenza nei rapporti tra Agip, concessionario di lavori di estrazione, e il governo dell'Ecuador, che sfrutta i diritti economici, non permette di individuare il reale responsabile dell'inquinamento ambientale, generando un continuo scaricabarile. Le denunce e le manifestazioni degli anni passati in difesa del territorio sono addirittura sfociate in una denuncia per "terrorismo" di Agip contro trenta famiglie indigene. Inchiesta misteriosamente sparita dalla cronaca, in cui gli imputati non hanno la minima idea dei risultati del giudizio.

In questi anni l'azienda italiana ha ricavato notevoli utili dallo sfruttamento ma le promesse non si sono avverate. I soldi e lo sviluppo promesso sono rimasti sulla carta. Si parla di somme di denaro somministrate regolarmente ai dirigenti indigeni e agli opportunisti di turno per controllare le proteste e limitare gli investimenti. Molti denunciano che i dirigenti firmatari dei compromessi con la compagnia siano stati "comprati" dalla stessa. Troppe volte alcuni dirigenti "corrotti" sono stati visti in lussuosi alberghi e a bere alcolici a spese della compagnia. Pertanto, alcuni giovani indigeni hanno costituito un soggetto giuridico associativo per la difesa della comunità, cercando di sostituirsi alla dirigenza inefficace dell'associazione Assodirdi cui Agip stessa aveva sollecitato la costituzione, debilitando e dividendo il fronte indigeno preesistente. Malversazioni, appropriazioni di fondi destinati alla comunità hanno caratterizzato questa associazione.

Oggi gli effetti secondari dell'intervento occidentale, quali aver causato divisione nell'organizzazione indigena, alcolismo, contaminazione del suolo e conseguente povertà per mancanza di alternative sono elementi di cui le nuove generazioni chiedono conto. C'è effettivamente stato un accenno di sviluppo. La gente pero' non si è resa conto di aver pagato con la propria cultura, di aver perso la capacità di vivere la Natura. In un certo senso è corretto dire che ci siamo impoveriti tutti, perché ci è stato tolto il bene più prezioso che avevamo, un patrimonio tramandato a voce per secoli".

scritto per PeaceReporter da

Alessandro Ingaria e Sandro Bozzolo

Fonte: PeaceReporter -Stella Spinelli

La firma del Mossad che non si troverà mai


Quante volte, discutendo dell'11 settembre, mi sono sentito rivolgere domande sul funzionamento dei servizi segreti e sulla loro possibile connessione con attentati terroristici. Ogni volta è difficile spiegare a pubblici inesperti come funzionano le cose. Non ne capiscono un acca nemmeno molti giornalisti. I quali, infatti, da anni corrono dietro ad al-Qa'ida,

che è la sigla, il logo, che non ha dietro un bel niente se non le capacità inventive della CIA, del Mossad e dell'MI-5.

Non ne capisce molto nemmeno quel degno e ammirevole intellettuale critico che si chiama Noam Chomsky, figuriamoci.

Per questo scrivo questa postilla alle istruttive rivelazioni che emergono dallo scandalo dell'assassinio, in Dubai, diMahmoud Al-Mabhouh, uno dei principali dirigenti dell'ala militare di Hamas.

In scena, ovviamente, il Mossad, ma la firma non la si troverà mai. Gl'imbecilli che continuano a pensare che i complotti non esistono, non possono ovviamente capire un mondo dove il complotto è diventato la regola generale, inclusa la finanza e l'economia. Ma basta dare un'occhiata nel mucchio delle cose che si vedono, per capire come funzionano queste operazioni. Lasciamo stare i passaporti veri, rubati, con le foto false. A parte il fatto che il trucco ricorda da vicino quello che venne usato per rivelare le identità dei 19 terroristi presunti dell'11 settembre: questo è l'abc delle spie. Ma guarda invece chi ha partecipato all'operazione in Dubai.

Nota 1 – Il Mossad è imbottito di agenti arabi. Così come di ogni altra nazionalità immaginabile, in ogni scenario. Ma questo è solo il primo strato. Ce ne sono molti altri. Per esempio nelle indagini in Dubai sono incappati due ex funzionari della polizia politica palestinese (Ahmad Hasnain e Awar Shekhaiber). Nota l'”ex”. Lo erano. Adesso sono businessmen in Giordania. Si fa sempre così. E' la forma di outsourcing dei servizi segreti. Comunque sappiamo che il Mossad ha suoi uomini direttamente nei gangli vitali dell'Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. La quale è interamente al soldo della CIA. Si chiama infiltrazione. E poi andate a chiede ad Hamas di fare pace con Al Fatah: se vi ridono in faccia è perché sono gentili.

Nota 2 - Ma non penserete mica che il Mossad abbia le sue mani così corte da fermarsi agli amici degli amici! Infatti ha infiltrati anche dentro Hamas. E' finito in carcere, in Siria, uno dei più vicini consiglieri di Khaled Mashaal, il capo di Hamas. L'accusa è di essere stato la talpa per liquidare Mahmoud Al Mabhouh.

Nota 3 (storica) – A parte lo stranissimo “anarchico” Gianfranco Bertoli - che tirò la bomba contro la folla che stazionava attorno alla Questura di Milano dopo il passaggio dell'allora premier Mariano Rumor - (“anarchico” proveniente da un kibbutz israeliano, ex agente - per ammissione esplicita di Niccolò Pollari – prima del SIFAR e poi del SID) torna alla mente la rivelazione che Giovanni Galloni, stretto collaboratore di Aldo Moro, fece dopo l'assassinio dello statista democristiano. Sono le parole pronunciate da Aldo Moro in persona prima di essere rapito e ucciso: “La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la notizia che i servizi segreti, sia americani che israeliani, hanno infiltrati nelle Brigate Rosse, ma noi non siamo stati avvertiti di questo, sennò i covi li avremmo trovati”.

Lo ricordo perché tutti (in particolare i più giovani) si guardino dalle sciocchezze che circolano e non mi chiedano più se io penso che CIA e Mossad avessero infiltrati nei gruppi terroristici che parteciparono all'11 settembre. Certo che li avevano! E che li hanno! Dunque ogni volta che un attentato produce morte e paura ricordatevelo sempre: loro come minimo sapevano, come massimo hanno partecipato. La percentuale azionaria varia da caso a caso.

di Giulietto Chiesa

Fonte: megachip

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