domenica 21 febbraio 2010

Nubi cariche di guerra su Beirut


Beirut - Fino ad ora erano state soprattutto indiscrezioni. Mezze frasi, boatos, possibilità. Ma ieri il primo ministro libanese Saad Hariri è stato un po' più che esplicito dicendosi preoccupato dell'escalation di minacce che Israele sta facendo nell'intero scacchiere mediorientale. In effetti da che la missione Onu-Unfiil ha preso possesso dell'area Sud al confine con Israele, dopo la guerra del 2006, le “provocazioni” sono all'ordine del giorno. Un funzionario delle Nazioni unite ci dice che gli aerei di Tsalal violano spesso lo spazio aereo libanese: un giretto e via. Violazioni costantemente denunciate dalla missione il cui comando è ora passato da mano italiana a cappello spagnolo. Ma ieri, in un'intervista alla Bbc, Hariri ha detto che la violazione dello spazio aereo è “quotidiana” e che la prospettiva di “un'altra guerra con Israele” non è un'ipotesi remota.
Che lo stato ebraico sia scontento di Unifil non è una novità: il disarmo di Hezbollah resta una buona intenzione e dunque per Israele la violazione dello spazio aereo, benché non rivendicata ufficialmente, è un modo neppur tanto velato per far sentire che la macchina bellica è sempre all'erta.
La vicenda sta destando preoccupazione non solo nel milieu politico ma soprattutto nel mondo degli affari: gli investitori stranieri stanno alla finestra per vedere cosa succederà. Negli ultimi giorni la guerra di parole tra Israele e la Siria si è fatta più aspra e il riflesso nel paese dei cedri è stato immediato tanto da fra uscire allo scoperto il premier libanese proprio alla vigilia del 14 febbraio, anniversario delle morte di suo padre Rafik e giorno in cui la coalizione che guida il nuovo governo di Beirut ha chiamato tutti i libanesi in piazza. Per ricordare la strage ma anche per dimostrare la forza di un paese in realtà molto debole, strattonato dai comprimari di una scena complessa e dove i venti di guerra non esitano a soffiare.
Secondo Hariri negli ultimi due mesi Israele ha calcato la mano. Una “escalation” che non promette nulla di buono e che, secondo Hariri, conta sulle tradizionali divisioni politico confessionali del paese. Ma questa volta, dice il premier, il Libano saprà dimostrarsi unito in caso di guerra. Una dichiarazione fors'anche in chiave interna, in un paese dove i membri di coalizioni piuttosto eterogenee cambiano spesso bandiera ma dove Israele compatta gli animi.
Un vento gelido ha spazzato per una settimana il Nord del paese ma i suoi effetti si sentono fin sulla Corniche dove la vita notturna non sembra però subire battute d'arresto. Ma la preoccupazione per gli affari c'è tutta. Nello sfavillante “new city center”, una serie di vie perfettamente ristrutturate dove sfavillano le vetrine tirate a lucido di Dior o della Nike e dove un paio di scarpe costa assai di più che nella capitali europee, non c'è anima viva e il quartiere modello di una nuova era di buoni affari coi cuginetti del Golfo – un'area della città senz'anima ossessivamente ripulita da spazzini siriani o etiopici - sembra il manifesto di una paura che incombe su un ottimo business. A parte lo scintillante e un po' desolante shopping mall da 300 milioni di dollari costruito da Solidere, una società per azioni che fa capo alla famiglia Hariri che si è procurata ottimi appalti nel nuovo piano di ricostruzione della città giocando tra diritto pubblico (concessioni e finanziamenti per gli espropri) e interesse privato, il boom edilizio va a gonfie vele. Negli ultimi quattro anni l'aumento del prezzo degli immobili è salito del 30% con prezzi che variano dai 5 agli 8mila dollari al mq. Ma anche altri settori hanno dato ottimi segnali: il turismo ad esempio, che secondo i dati appena diffusi, ha visto 1,8 milioni di stranieri visitare il paese, portando nelle casse libanesi circa 7 miliardi di dollari. Un record che sembra far tornare la città ai bei tempi andati quando, prima della guerra civile del 1975-1990, i visitatori erano un milione e mezzo. E' pur vero, suggeriscono gli scettici, che dentro la voce “turismo” ci sono sicuramente i libanesi della diaspora, uno “stato” all'estero che conterebbe circa 14 milioni di esuli (di cui dieci solo in Brasile) per un paese – il Libano – di soli quattro milioni di abitanti. Ma diaspora o turismo, i soldi corrono. Anche a spese di un'identità architettonica seriamente compromessa.
I vecchi palazzi di epoca ottomana o le belle magioni del mandato francese sono sempre più decadenti. Nel giro di pochi mesi vengono liberate dagli inquilini e sono rapidamente candidate alla demolizione. Il quartiere residenziale di Ashrafieh è uno dei manifesti di quest'andazzo le cui dimensioni si coglieranno nel tempo. Ma le gru lavorano lungo tutti i quattro punti cardinali. Resta appena fuori dai giochi, poco più in là, la via centrale di Gemmayze che si è riempita di locali e ristoranti sostituendo la storica Rue Monnot di Ashrafieh dove, a un certo punto della sua brillante vita notturna, Hezbollah aveva imposto una sorta di coprifuoco ai luoghi dello scandaloso piacere beirutino. Ma anche a Gemmaize ci sono le gru. Possono ben più del Partito di Dio.

di Emanuele Giordana

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