mercoledì 10 febbraio 2010

Il libro bianco della mafia serba


Il 21 gennaio scorso la Procura speciale contro la criminalità organizzata e il ministero della Giustizia hanno portato i giornalisti al tribunale speciale in via Ustanička per mostrare loro una trentina di auto, principalmente di lusso (Porsche, Audi, BMW), parcheggiate di fronte al tribunale. Un modo efficace per far toccare con mano ai media i risultati del primo anno di vita della “Legge per la confisca di proprietà derivanti da attività criminali”. Si tratta di decine di milioni di euro di beni sequestrati - secondo quanto dichiarato dal procuratore Miljko Radisaljević e dal ministro Snežana Malović - tra auto, denaro proveniente dal traffico di droga, ville e terreni. Dall’avvio della legge, lo scorso marzo 2009, sono state indagate 208 persone nel corso di 21 indagini finanziarie.

“In realtà solo un lotto ha passato tutte le istanze ed è diventato dello Stato - spiega a Osservatorio Balcani e Caucaso Stevan Dojčinović del CIN, il Centro per il giornalismo d’inchiesta legato all’associazione di giornalisti NUNS - si tratta di oltre 20 ettari di terreno in via Šilerova per un valore di 1,2 milioni appartenuti ai due defunti leader del clan di Zemun”. Gli ex proprietari sono Dušan Spasojević detto “Šiptar” e Mile Luković detto “Kum”, indicati nelle sentenze per l’assassinio di Zoran Ðinđić come i mandanti e gli organizzatori assieme a Milorad Ulemek “Legija” dell’omicidio del premier il 12 marzo 2003. I due vennero uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia durante l’operazione Sablja (Sciabola) che seguì l’attentato al primo ministro. Lo scorso 24 dicembre il lotto sequestrato in via Šilerova è stato consegnato alla Polizia municipale di Zemun che vi costruirà la propria sede.

“La cosa più importante nelle indagini di mafia è seguire il corso del denaro e le proprietà - ricorda il giornalista di CIN - allo stesso modo il procuratore deve dimostrare che nelle dichiarazioni dei redditi degli imputati non vi sia traccia di guadagni tali da giustificare l’acquisto dei beni in questione”.

Il primo sequestro - ancora non definitivo - avvenuto nel giugno 2009 grazie alla legge, fu quello di parte della casa (178 mq) di Milorad Ulemek “Legija”, ex capo dell’Unità per le operazioni speciali, JSO (la guardia armata dei servizi segreti) condannato in via definitiva per l’omicidio di Ðinđić. Secondo la procura la villa è stata comprata con il riscatto del rapimento di Vuk Bajrušević, fratello di Bojan, sospettato di contrabbando di sigarette. La moglie di Ulemek, Aleksandra Ivanović, è invece riuscita a dimostrare di avere le possibilità economiche di comprare la sua parte di casa, che infatti non è stata toccata dai giudici. Se il sequestro diventerà definitivo, dicono al ministero della Giustizia, quello spazio sarà utilizzato per l’apertura di un nuovo asilo.

“Ormai sappiamo che lo scopo delle attività del crimine organizzato sono quelle di acquisire denaro e attraverso quello potere, per questo intaccare i patrimoni dei criminali è uno degli strumenti più efficaci per stroncare le mafie”. Marco Bonabello è consulente legale sul crimine organizzato per l’OSCE, organizzazione che dal 2004 ha lavorato con il ministero della Giustizia e quello dell’Interno per mettere a punto una legge sulla confisca dei beni del crimine organizzato. “L’Italia in questo senso è all’avanguardia con la legge Rognoni - La Torre e i metodi investigativi e di lavoro della Direzione Nazionale Antimafia. In questi anni la collaborazione tra l’antimafia italiana e il ministero della Giustizia serbo è stata intensa e sta dando i suoi frutti”, spiega Bonabello a Osservatorio Balcani e Caucaso.

In Serbia la lotta al crimine organizzato è solo agli inizi. L’Italia offre a Belgrado un know howdi un certo spessore che va dalla legge per la confisca dei beni al regime carcerario duro per i mafiosi - il nostro 41 bis -, all’utilizzo dei collaboratori di giustizia, al coordinamento tra le procure, fino alla collaborazione internazionale e regionale.

Ma di cosa si parla quando si parla di crimine organizzato in Serbia? “E’ un fenomeno nato negli anni ’90 - spiega Miroljub Stanisavljević, consulente OSCE esperto di crimine organizzato - sotto Milošević. C’erano le guerre, c’erano le sanzioni, la Serbia era isolata: un terreno molto fertile per il crimine organizzato. L’unico modo di procurarsi denaro era quello del contrabbando: sigarette, petrolio, armi etc. e lo Stato era coinvolto, Milošević stesso guadagnava grazie al contrabbando. Il potere politico e quello mafioso si fondevano l’uno nell’altro. Senza contare che all’epoca delle sanzioni la popolazione non percepiva il contrabbando come fenomeno criminale, perché era l’unico modo di commercio possibile”.

Dalla caduta del regime, nel 2000, lo Stato comincia a pensare a come combattere il crimine organizzato. La polizia stila un’informativa sui gruppi criminali allora attivi, il cosiddetto “Libro Bianco”, con foto e nomi dei capi e attività dei clan. Si tratta di un documento non ufficiale redatto nel 2002, un primo passo per l’istruttoria di future indagini. Il clan di Zemun è indicato come il più potente ed efferato. Nello stesso anno viene approvata una legge sull’“Organizzazione e giurisdizione di istituzioni statali per combattere il crimine organizzato”. Nel marzo 2003 arriva la sfida della mafia: anche a causa di queste nuove manovre dello Stato i capi del clan di Zemun assieme ai loro soci decidono di sferrare un attacco al cuore dello stato uccidendo l’allora premier Zoran Ðinđić.

Dopo l’assassinio di Ðinđić lo Stato decise di fare i conti con l’underground belgradese. Oggi sono giunti a conclusione i 4 processi più importanti della Procura Speciale: quello per l’omicidio di Zoran Ðinđić nel quale Milorad Ulemek e Zvezdan Jovanović (che sparò il colpo mortale al premier) sono stati condannati alla massima pena, 40 anni. Il processo per l’omicidio di Ivan Stambolić e l’attentato a Vuk Drašković (entrambi del 2000); il processo contro i componenti del clan di Zemun per attività che vanno da omicidi, rapimenti, attentati terroristici ed infine il processo relativo ad un secondo attentato a Drašković in cui morirono 4 persone.

E adesso? “In estrema sintesi - dice il giornalista di CIN - si possono dividere le fasi in un prima in cui lo Stato impersonato da Milošević a livello politico e da Željko Ražnatović “Arkan” come esecutore erano la mafia in Serbia. Vi erano coinvolti anche altri personaggi di spicco quali ad esempio Stanko Subotić Cane che è diventato uno degli uomini più ricchi nell’Est Europa grazie al contrabbando di sigarette. Cane è tra l'altro in esilio dorato in Svizzera visto che nonostante i mandati di cattura delle procure serbe non c’è estradizione con Zurigo. Quando Arkan venne assassinato nel 2000 si era giunti all'apice di questa fase: Arkan taglieggiava tutti gli altri gruppi criminali ed era tanto convinto di essere intoccabile da andare in giro senza guardie del corpo”. Dopo di lui venne il clan di Zemun “che con la scusa di ‘vendicare’ Arkan fece fuori negli anni successivi tutti gli altri concorrenti e mise in piedi un monopolio rigidissimo. Qualsiasi affare volessi trattare dovevi farlo con loro”.

E ora? “Oggi non c’è più un monopolio come ai tempi di Arkan o del clan di Zemun - continua Dojčinović - diciamo che ci sono più che altro liberi battitori collegati in un network transnazionale”.

E in effetti la criminalità serba sembra più che mai connessa a livello internazionale, come si evince dalle recenti operazioni di polizia. La prima denominata “Guerriero dei Balcani” ha portato al sequestro di 2,8 tonnellate di cocaina proveniente dalla Colombia e portata in Europa da “cellule” serbe. Secondo le ricostruzioni giornalistiche la mafia “serbo-montenegrina” fungerebbe, apparentemente con grande efficienza, da agenzia di “servizi” per il traffico internazionale della cocaina grazie ai legami tra mafia balcanica e sudamericana.

Dall’altro lato ci sono poi i tycoon quelli del - come si dice in Serbia - “non mi chiedere come ho fatto il mio primo milione”, quelli a cui è molto difficile arrivare sia per mancanza di prove vere, perché da anni sono tutti passati ad attività legali, sia per mancanza di volontà politica. Ma proprio questi rappresentano un problema per la Serbia, ci dicono i nostri interlocutori, perché si inseriscono nelle privatizzazioni causando grossi danni economici e per loro l’ingresso in Unione europea non rappresenta un gran vantaggio. Tutt'altro.

Il denaro e le banche


Con questo mio vorrei porre rimedio ad una carenza riscontrata sui vari mezzi di informazione, in quanto si trovano o informazioni molto dettagliate a livello universitario, o articoli su singoli aspetti che però mancano di creare quel quadro complessivo che permetta di inquadrare poi i vari dettagli.
Cercherò quindi qui, di descrivere tale quadro complessivo, sfrondandolo dei particolari inutili alla comprensione del funzionamento di base.
Ad aggiungere dettagli c’è tempo dopo.
Prendo quindi come base della trattazione l’aggregato monetario M1, definito come la quantità di supporto monetario immediatamente spendibile, ovvero la somma del circolante (banconote e monete) più conti correnti e conti postali. Da esso occorre detrarre tutte le banconote che si trovano all’interno delle banche commerciali, ovvero le banconote versate.

È già molto importante capire il perché di questa eccezione. Se andate a chiedere un prestito alla banca e questa ve lo concede, attuerà tale operazione consegnandovi pacchi di banconote ma più probabilmente accreditando la cifra sul vostro conto.
Faccio notare che ricevere il pacco di banconote e ricevere l’accredito è per voi esattamente la stessa cosa, pur richiedendo la prima operazione l’esistenza delle banconote stesse, mentre nel secondo caso, che esistano le banconote o no, per voi è irrilevante.
A tutti gli effetti il pacco di banconote equivale a quel numero sommato sul vostro conto.
E quella cifra fa parte di M1 dal momento che entra nella vostra disponibilità, sia in una forma sia nell’altra.
Pensate di aver ricevuto le banconote, ed ora di depositarle sul conto. Esisteva quella cifra in banconote e, dopo il versamento la stessa cifra esiste sul conto, ma se le banconote versate continuassero ad esser conteggiate, M1 avrebbe visto raddoppiare la cifra, come banconote e ANCHE come conto.
Faccio notare come abbiamo visto, che banconote o importo sul conto, siano due modi alternativi ed equivalenti di disporre di una quantità di denaro.
Pertanto non farò distinzione, per ora tra conti e banconote, chiamandolo semplicemente denaro.
Ed ora passiamo al sistema bancario.
NON tutto il denaro all’interno di una banca fa parte di M1, altrimenti con cosa una banca pagherebbe i suoi dipendenti ? e le fatture di luce, riscaldamento affitto locali, ecc…. ?
La banca commerciale (tanto per intenderci quella che tutti conosciamo, e dove facciamo prelievi, versamenti, paghiamo bollette, ecc…, che quindi ha rapporti con il pubblico ed opera la raccolta e gestione del denaro), la dobbiamo considerare divisa in due parti separate con mansioni e obiettivi ben distinti almeno contabilmente.
Una sezione simile ad una qualsiasi società, con personale, uffici, bollette da pagare, entrate e spese, ed un’altra sezione che gestisce il rapporto con il pubblico, riceve versamenti, fa i prelievi, concede prestiti e li riscuote.
Tanto per intenderci subito, nella prima sezione, quella che definisco la società, circola denaro incluse banconote conteggiate in M1, col quale si pagano stipendi e bollette, l’altra sezione, quella che opera verso il pubblico al cui interno le banconote NON sono conteggiate in M1. La prima sezione, per le proprie esigenze di cassa, ha pure lei un conto presso la sua seconda sezione, come un cliente qualsiasi.
Le entrate di tale società sono costituite semplicemente dagli interessi riscossi dall’altra sezione, sui prestiti concessi al pubblico.
Le uscite, come ho già accennato, sono gli stipendi, gli affitti, le bollette, le manutenzioni, e, se ne avanza, pagate le tasse, il rimanente rappresenta gli utili che verranno distribuiti agli azionisti.
La società, come tutte le società, ha un suo capitale in fondi, edifici, partecipazioni, e tale capitale gioca un ruolo di garanzia sull’attività dell’altra sezione, soprattutto nel limite alla concessione di prestiti. Come arriva il denaro alla banca ?
Semplice, se lo fa imprestare dalla banca centrale.
La banca centrale ha come compito costituzionale quello di creare il denaro, sotto forma di annotazione (quello scritto sui conti correnti si chiama così) o di banconote.
A tale proposito è necessario puntualizzare un fatto.
La banca centrale NON può spendere il denaro creato, ma lo può solo IMPRESTARE. (E, salvo rare eccezioni, solo alle banche ) È una distinzione estremamente importante ai fini di capire come il signoraggio sulle banconote e sul denaro in genere, non esista.
Quando il signore comprava oro, lo coniava ed otteneva in monete un valore superiore all’oro acquistato, poteva andare su un mercato qualsiasi e con tali monete comprarsi cosa desiderava.
La banca centrale invece, crea denaro, lo impresta ed accende un credito nei confronti della banca commerciale richiedente. Su tale credito maturerà interessi, ma, se il denaro gli verrà restituito, cancellerà l’equivalente del debito. Essendo poi tale debito NON CEDIBILE, esso non rappresenta alcuna ricchezza, in quanto non scambiabile. La banca centrale opera un servizio nella gestione della liquidità, nel controllo antifrode (il falsario crea le banconote, ma le SPENDE, e qui è la differenza sostanziale), e per tale servizio incassa gli interessi su tale prestito. Quello è il suo guadagno, la sua entrata.
Ho detto che il denaro viene imprestato dalla banca centrale alla banca commerciale (sezione società) che lo versa sul suo conto, facendolo così affluire nella sua seconda sezione, quella che opera verso il pubblico. Se fosse stato necessario, per riserve diventate troppo esigue, tale prestito poteva essere in banconote, che così affluiscono nella disponibilità della seconda sezione, quindi disponibili per i prelievi del pubblico.
Notare che banconote e annotazione, quando escono dalla banca centrale, sono conteggiate in M1.
Quando l’accredito implementa il conto della sezione società, fa parte di M1, quando le banconote vengono versate sempre sullo stesso conto e passano nel deposito della seconda sezione, escono dal conteggio di M1, per rientrarvi solo quando prelevate dal pubblico.
In tal modo M1 si implementa solo quando il denaro, sotto qualsivoglia forma, esce dalla banca centrale.
Ma M1 può variare anche ad opera della banca commerciale, e qui bisogna parlare delle riserve frazionate o frazionarie.
Nella banca sono affluiti i depositi della clientela (compresa la sua sezione società), e nel movimento dei depositi/prelievi, si nota che solo una piccola percentuale costituisce la variazione, la maggior parte resta sempre ferma, non movimentata.
In effetti se io prelevo, vado a comprare il pane, e il panettiere a fine giornata versa l’incasso, i due movimenti, statisticamente si compensano. Quindi la maggior parte di tale denaro sarebbe improduttiva, se la banca non provvedesse ad imprestarlo, ma chi lo riceve in prestito, o lo versa o lo spende, ma chi lo riceve in pagamento, probabilmente lo versa a sua volta, moltiplicando così la possibilità di imprestare denaro se non per la stessa banca, per un’altra.
Denaro prestato e versato, portano la possibilità della banca ad imprestare un multiplo dei versamenti ricevuti, che a volte sfiora valori assurdi come 50. Normalmente si fermano a 20-30.
Così per ogni unità di denaro versata, la banca ne può prestare anche 30.
Se poi si calcola che se sul vostro deposito la banca vi paga l’1% e sui prestiti che concede chiede il 5% significa che a fronte di un 1 versato a voi pretende 5x30= 150 con un guadagno netto di 149. Questo è un esempio ma nemmeno troppo distante dalla realtà quotidiana.
Notare che i 30 imprestati a fronte dell’1 ricevuto in versamento, sono creati dal nulla, e quindi vanno ad aumentare M1.
La banca commerciale è vincolata ad un tetto massimo del moltiplicatore stabilito dalla banca centrale, ed inoltre è vincolata a non superare un certo multiplo, fissato anch’esso dalla banca centrale, del valore del proprio capitale. Infatti, il capitale della banca interviene in tutti i casi in cui un prestito non venga onorato.
In tal caso si creerà una perdita che verrà ripianata sottraendola ai guadagni (gli interessi riscossi) e nel caso, dal capitale della banca stessa.
La banca centrale ha come obiettivo quello della conservazione del valore del denaro, e, come creditore di ultima istanza è comprensibile che sia suo interesse che tale valore sia conservato, e l’altro obiettivo è fare in modo che, agendo sulla concessione/limitazione del denaro alle banche commerciali, con il controllo del tasso di interesse, al quale poi tutti i tassi si adeguano, fornisca al mercato liquidità sufficiente a permettere agevolmente gli scambi, ma non eccessiva da inflazionare il mercato stesso.

Con questo mio molto succinto quadro, spero di aver dato un insieme logico al funzionamento del sistema bancario, anche se in esso è descritta solo una piccola parte di esso, ma quella parte che ne costituisce la struttura portante.
Il denaro generato dalla banca centrale, oppure da quella commerciale, è comunque di proprietà del sistema bancario.
Una delle questioni sollevate periodicamente è se questa proprietà non generi un impoverimento della società, pertanto si reclama che essi passi allo stato.

Consideriamo la realtà attuale.
Tutti gli stati sono fortemente indebitati. Con i loro cittadini, con i loro sistemi finanziari e bancari, ma anche con sistemi esteri.
Il debito di uno stato nasce dal semplicissimo fatto che riscuote in tasse meno di quanto spende. La differenza se la fa imprestare.

Se la possibilità di ricorrere al credito fosse riservata al solo obiettivo di compensare deficit e surplus nel corso degli anni, senza dover adeguare anno per anno le aliquote o i metodi della tassazione, ripagando negli anni “buoni” quanto richiesto in prestito in quelli “scarsi”, non si creerebbe il problema.

Ma un governo vuole apparire “buono”, esser rieletto, chiedere poche tasse al popolo e dare molti servizi, e così si indebita, riscuotendo il consenso oggi e lasciando i debiti da pagare ai governi e alle generazioni future.

Adesso, vorreste forse dare la possibilità di creare denaro, da una parte, e contemporaneamente di spenderlo, dall’altra, ad uno stato così maldestro nell’amministrare i propri conti, tanto da esser oberato dal pagamento degli interessi sui prestiti richiesti precedentemente?

Sarebbe esattamente come consegnare il libretto degli assegni e la facoltà di emetterli a chi si sapesse che non ha un soldo in banca ma in compenso ha già una montagna di debiti.
Chi pensa che una simile cosa sarebbe saggia ?
La storia è maestra, e basta andare a cercare cosa accadde tutte le volte che i vari stati si misero a generare denaro per pagare debiti (quasi sempre in occasione di guerra), per farsi passar la voglia di riprovarci. È vero quindi che tutto il denaro nasce come prestito da parte del sistema bancario, ma come si dovrebbe esser capito è pochissimo influente chi sia il proprietario del denaro, quanto invece la discussione dovrebbe portarsi sul quanto PAGHIAMO tale servizio, ovvero su quel numerino che è il tasso di interesse, e che costituisce il ricavo del sistema bancario e contemporaneamente l’impoverimento della società in cui tale sistema opera.

Esempi di cosa accadde quando la "stampante" fu data in mano allo stato

Nel maggio del 1775 stava approntando i preparativi per la guerra contro la Gran Bretagna, il Congresso fu messo di fronte al dilemma di come finanziare e rifornire l'esercito che l'avrebbe combattuta.
Invece di tassare i cittadini, si decise di ricorrere alla stampa di una moneta di carta, il Continental dollar, e di immetterla sul mercato, con la promessa di accettarlo in pagamento per eventuali tasse future.
Si chiedeva infatti ai singoli stati di ricorrere alla tassazione per “ritirare dal mercato” quei certificati e dar modo così al Congresso di stamparne altri senza che questi si deprezzassero eccessivamente.
Gli Stati, infatti, si guardarono bene dall'imporre nuove tasse e così i certificati rimasero in circolazione, deprezzandosi nei confronti dei “dollari di metallo” ogni giorno di più.
Alla fine della guerra quel pezzo di carta emesso dallo Stato non valeva più nulla tanto che fu coniato il modo di dire “not worth a Continental” (non vale un Continental) per indicare un oggetto di scarsissimo valore. In tantissimi furono rovinati ma non tutti i contemporanei giudicarono l'operazione come un disastro. Per Benjamin Franklin, anzi, il Continental fu una “macchina meravigliosa” che pagò e tenne rifornito l'esercito, si pagò da solo attraverso il suo deprezzamento e funzionò come una tassa equa.

Diciamo che fu una tassa pagata da chi li aveva incassati.
A pochi anni di distanza, nel vecchio continente, si stava consumando la Grande Rivoluzione che ci ha tramandato i valori della libertà, uguaglianza e fraternità, accompagnati però dal Terrore di Stato e dalla moneta di carta straccia per eccellenza: l'assegnato.
Si stamparono 400 milioni di assegnati nel 1790, poi altri 800, in un'escalation che portò, nel 1795, alla stampa di 33 miliardi di assegnati per coprire le spese statali. A quel punto l'assegnato aveva un potere d'acquisto che era solo più un seicentesimo di quello iniziale per cui si pensò di cambiare.
Si introdusse un'altra moneta, il mandato, che nominalmente valeva 30 assegnati, e si ripartì con la spinta inflazionistica: nel giro di pochi mesi, da febbraio ad agosto del 1796, la nuova moneta era già scesa al 3% del suo valore iniziale.
Ci pensò Napoleone Bonaparte a reinstaurare il sistema monetario metallico, intuendo che fosse più popolare e più saggio per lui depredare le nazioni conquistate invece dei suoi concittadini.

Il campione indiscusso (con John Kennedy) dei sostenitori della moneta di Stato rimane però Abramo Lincoln con i suoi Greenbacks. Anche qui, nulla di nuovo sotto il sole: una guerra (stavolta civile) da combattere e la necessità di integrare le maggiori entrate garantite dalle nuove tasse e tariffe imposte, con ulteriore liquidità senza ricorrere a prestiti che avrebbero avuto condizioni molto svantaggiose.
Invece di “andare per strada a chiedere prestiti”, tuonavano voci dai banchi del Congresso, “preferiamo affermare la dignità ed il potere del Governo di emettere le proprie banconote.”
E così fu, dal febbraio 1862.

150 milioni di banconote di valore legale per il pagamento di tutti i debiti privati, delle tasse e per l'acquisto di terra e... di titoli di stato. Le conseguenze furono quelle che ogni economista si aspetterebbe, portando alla scomparsa dalla circolazione delle monete metalliche, al deprezzamento dei Greenbacks e quindi, nel luglio dello stesso anno, ad una nuova emissione governativa: altri 150 milioni.
Alla fine della guerra erano stati stampati più di 400 milioni di Greenbacks ed il cambio con il dollaro (metallico) era sceso dalla parità al 39%.

L’ultimo esempio è quello offerto dalla repubblica di Weimar, che stampò marchi fino a che il valore del Papiermark crollò da 4,2 per ogni Dollaro statunitense a 1.000.000 di marchi per Dollaro nell'agosto 1923 e a 4.200.000.000.000 per dollaro il 20 novembre. L'1 dicembre venne introdotta una nuova valuta con il tasso di cambio di 1.000.000.000.000 di vecchi marchi per 1 nuovo marco, il Rentenmark.

di Andrea Mensa

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