martedì 12 gennaio 2010

La guerra finanziaria tra l'Islanda e l'Inghilterra


Il presidente islandese ha bloccato un disegno di legge per pagare fino a 3,4 miliardi di sterline a Gran Bretagna e Olanda per i depositanti di IceSave, ammettendo che il sentimento popolare nell’isola è troppo radicato per procedere senza un referendum.

L’iniziativa riapre un’amara disputa e complica fortemente il contratto di prestito islandese con il Fondo Monetario Europeo e ha già portato ad un nuovo declassamento a BB+ da parte dell’agenzia di rating Fitch, che ha definito la decisione “una significativa battuta d’arresto degli sforzi islandesi per riprendere i normali rapporti finanziari con il resto del mondo”.


La legge su Icesave è stata approvata dal parlamento islandese lo scorso anno in una votazione sul filo del rasoio ma una petizione del movimento InDefense ha cambiato il panorama politico. La lobby ha raccolto 56.000 firme – un quarto degli elettori.

Il presidente Olafur Ragnar Grimsson ha detto che “la stragrande maggioranza” voleva dare direttamente il proprio parere sulla vicenda, e che non sarebbe stato effettuato alcun pagamento senza il loro benestare.

“Il caposaldo della struttura costituzionale della Repubblica d’Islanda è che il popolo sia il giudice supremo della validità della legge”, ha dichiarato. “In questa fondamentale congiuntura è anche importante sottolineare che la ripresa dell’economia islandese è una questione della massima urgenza”.

Se gli elettori diranno di “no” quando tra un paio di mesi si terrà il referendum, l’accordo definito nei dettagli con Londra e L’Aia durante mesi di lunghe discussioni non avrà più alcuna credibilità, qualunque siano le sottigliezze legali.

La realtà è che gli islandesi hanno eruttato una rabbia collettiva verso quella che credono essere una palese ingiustizia e una “diplomazia delle cannoniere” da parte di Downing Street. Quello che brucia è l’utilizzo delle leggi antiterrorismo da parte della Gran Bretagna per congelare i beni islandesi. La banca centrale islandese è stata messa in lista al fianco di Al Qaeda come gruppo terroristico – un trattamento senza precedenti per un alleato della NATO. L’Olanda è stata prudente a non spingersi a tanto.

“Gli importatori non riuscivano ad ottenere trade finance per i generi alimentari. Ci sentiamo profondamente danneggiati”, ha detto Johannes Skulason di InDefense. Nei negozi gli scaffali sono rimasti vuoti per settimane mentre il sistema bancario si disintegrava.

Einars Már Gudmundsson, un romanziere, ha affermato che la maggior parte dei cittadini non sapeva che le tre più importanti banche del paese – Landsbanki, Glitnir e Kaupthing – stavano operando come hedge fund globali con un’esposizione di 11 volte il PIL islandese. “Non avevo mai sentito parlare di IceSave finché non è successo tutto questo”, ha detto Gudmundsson. “Ci era stato comunicato che quello che queste banche avevano fatto all’estero non aveva nulla a che vedere con noi ma quando è andato tutto a rotoli la responsabilità ci è ricaduta addosso. Gli utili sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”.

E ha aggiunto: “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord. Ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”. Sia Gran Bretagna che Olanda si aspettano che l’Islanda si attenga al proprio accordo, ma le rivendicazioni legali sono tutt’altro che inattaccabili. Nel novembre 2008 l’Islanda accettò la “responsabilità politica” per i 320.000 depositi britannici e olandesi in cambio di condizioni indulgenti (senza dubbio negate), ma non accettò mai la rivendicazione legale.

Il Regno Unito ha rimborsato i risparmiatori privati fino a 50.000 sterline ma le amministrazioni locali come quella del Kent fanno affidamento sull’accordo per rifarsi dei soldi. Hanno recuperato 100 milioni di sterline dei 900 milioni depositati nei conti islandesi.

La coalizione di sinistra islandese – che ha scalzato i sostenitori del libero mercato nella “rivoluzione delle pentole” di febbraio – ha appoggiato le condizioni di Icesave, ritenendole l’unico modo che ha l’Islanda per uscire da questa situazione disastrosa. I promotori della petizione hanno detto che accettano il fatto che la popolazione islandese pagherebbe una parte del conto, ma si oppongono a condizioni in stile “Versailles”: un prestito al 5,55 per cento di interesse, da ripagare entro 15 anni. Le banche centrali hanno detto che questo farà aumentare il debito pubblico dell’Islanda al 20 per cento del PIL.

Un rapporto della banca svedese Riksbank ha detto che Gran Bretagna e l’Europa si dividono la colpa per il fallimento. Viene detto che le “assurde” regole dell’UE – che abbracciano indirettamente l’Islanda – hanno detto agli stati di istituire un “programma di garanzia” per le banche, ma non è mai stato detto che i contribuenti fossero tenuti a ripianare le perdite.

Il rapporto ha aggiunto che il Regno Unito si era “a malapena scomodato” di informare i risparmatori che i progetti erano mal finanziati. “La conclusione è chiara: i paesi che fanno parte dell’UE (Regno Unito e Olanda) sono anch’essi da incolpare per il disastro islandese. Sarebbe ragionevole che si accollassero una parte degli oneri. A ballare si è sempre in due”, viene detto.

L’Autorità per i servizi finanziari del Regno Unito ha dichiarato che non è stata in grado di fermare le banche islandesi dal raccogliere depositi nel Regno Unito sotto il sistema dei “passaporti” dell’UE, anche quando hanno iniziato a spremere i clienti britannici per coprire le perdite in patria.

Lasciando da parte le ragioni e i torti, l’Islanda era ormai già stata annientata da uno tsunami finanziario. L’utilizzo in quel momento delle leggi antiterrorismo da parte della Gran Bretagna non troverà un posto di rilievo nella storia diplomatica.

Ambrose Evans-Pritchard
Fonte: http://www.telegraph.co.uk/
Link: http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/6938414/Angry-Iceland-defies-the-world.html

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