martedì 5 gennaio 2010

Yemen, il teatro prescelto per l’ennesima guerra a stelle e strisce


Se tanti indizi formano una prova, allora sembra probabile che sia lo Yemen il teatro prescelto per l’ennesima guerra a stelle e strisce. Mediatica, diplomatica e militare, l’escalation di queste ore è evidente. Il fallito attentato al volo Northwest-Delta 253, partito da Amsterdam e diretto a Detroit il giorno di Natale, è stato l’innesco ideale per l’apertura di una campagna di stampa internazionale sul presunto pericolo che lo Yemen rappresenta per la sicurezza mondiale. Minacce di Al-Queda, normalmente gestite dall’intelligence, sono di colpo divenute notizie di rilievo assoluto, sulle quali si montano paginate di giornali e contatti diplomatici. La chiusura delle ambasciate di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Giappone, con l’aggiunta della visita-lampo del Generale Petraeus a Sana’a, sembrano la risposta minacciosa alle minacce: sloggiamo i nostri per poter meglio colpire i vostri.

In realtà, che lo Yemen sia da diversi anni sotto l’influenza di Al-Queda non è una novità per nessuno. E tanto meno risulta una novità l’espansione progressiva dell’organizzazione di Osama bin Laden - o comunque, della galassia quedista - in lungo e in largo; dal Pakistan all’Afghanistan, dall’Indonesia al Maghreb, alla Somalia e, appunto, allo Yemen.

Lo stesso Yemen che in questi anni - ed anche recentemente - ha già avuto la sua dose di bombe e di vittime civili, i famosi “danni collaterali”. Questo, com’era prevedibile, non solo non ha piegato l’estremismo islamico, ma anzi l’ha rinforzato ed esteso. In un paese dove nessuna persona gira senza un’arma addosso, non è certo una buona notizia. Forse incrementare gli aiuti economici, invece che i bombardamenti, scaverebbe un fossato maggiore tra la popolazione e le sirene della Jihad. Per ora da Washington si nega qualunque idea d'intervento diretto, si afferma che “c’è l’impegno a sostenere il governo yemenita contro il terrorismo”, ma di solito il mezzo con cui si recapita il messaggio in qualche modo lo identifica. Quando il latore del messaggio é il comandante delle forze militari in Irak e Afghanistan, invece che un alto diplomatico, si vuole inviare un senso superiore al testo, un “tra le righe” che dice più delle righe stesse.

Ma per quanto un’azione punitiva statunitense possa essere devastante dal punto di vista della popolazione yemenita, la Casa Bianca sa - o dovrebbe sapere - che la guerra asimmetrica contro il terrorismo islamico non può essere condotta con gli schemi della guerra convenzionale. Non vince, non chiude: apre scenari che creano spirali ancora peggiori, invade ma non controlla, resta impantanata perché prevede un’inizio e non una fine, perde perché la guerra permanente, l’occupazione militare di paesi lontani decine di migliaia di chilometri, non può vincere.

Obama avverte la pressione interna dei repubblicani e cerca una strada per affermare una dottrina politico-militare che non si limiti a ripercorrere, pedissequamente, quella del suo predecessore. Non vi sono dubbi sulla diversa impostazione culturale e politica di Barak Obama nei confronti della cultura reazionaria che ha animato i maledetti otto anni dell’era neocon alla Casa Bianca. Ma la sua incapacità di gestire lo scontro interno, o la mancanza di strumenti e di forza per farlo, sembra indirizzarlo, per quanto involontariamente, sempre più nell’emulazione delle politiche internazionali di George Bush.

Mentre infatti ancora si attende il ritiro promesso dall’Irak, un nuovo corso in Medio Oriente, una exit extrategy degna di tal nome dall’Afghanistan ed un robusto cambio di linea in Pakistan, si firma il più imponente budget militare della storia statunitense, si accettano i golpe in America centrale, si riempie di basi militari l’America del Sud, si lascia campo libero a Netanyahu e ci s’infila in un corridoio angusto come quello yemenita, nel quale se si entra non sarà semplice uscire.

Eppure due cose dovrebbero essergli chiare: gli Stati Uniti hanno un’intelligence incapace di tenere la sfida con nemici che dimostrano di non avere timore e di espandersi in diversi paesi; le sue forze armate risultano seriamente inadatte a tenere il campo delle operazioni militari. Quella degli Stati Uniti è una crisi militare, oltre che politica ed economica, che mostra come la leadership globale di Washington sia ormai un dato oggettivo, difficile da confutare con annunci di buone intenzioni e politiche sbagliate.

Servirebbe invece una dimostrazione di leadership e di capacità di tenere la barra del timone che corrispondesse all’aspirazione degli elettori americani e dell’opinione pubblica internazionale, che avevano visto in Obama la speranza di un’altra politica per un’altro Paese, diverso da quello ereditato. Servirebbero idee e decisioni che mirino a ristabilire il comando della politica sulle lobbies del petrolio e delle armi per definire concretamente il new deal. La ricerca del compromesso al ribasso a tutti i costi renderebbe invece chiara l’inadeguatezza del personaggio e l’incoerenza delle tesi sostenute con le azioni intraprese e farebbe sembrare la vittoria del primo presidente afroamericano alla Casa Bianca, poco più che un’operazione di maquillage politico e d’immagine.

di Fabrizio Casari

Fonte: altrenotizie

Il 1989 nei due emisferi


Lo scorso novembre si è celebrato l'anniversario dei grandi avvenimenti del 1989: "il più importante anno della storia mondiale dal 1945”, come è stato descritto dallo storiografo britannico Timothy Garton Ash. Quell’anno "tutto cambiò”, scrive Garton Ash. Le riforme in Russia di Mikhail Gorbachov e la sua "impressionante rinuncia all'uso della violenza" condussero alla caduta del muro di Berlino il 9 novembre e alla liberazione dell'Europa dell’Est dalla tirannia russa.


Gli elogi sono di sicuro meritati, gli eventi sono memorabili. Ma prospettive alternative possono essere rivelatrici.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha già proporzionato tale prospettiva - non intenzionalmente - quando ci ha consigliato di "usare l'inestimabile dono della libertà per abbattere i muri del nostro tempo."

Una via percorribile per seguire il suo buon consiglio sarebbe smantellare il muro enorme che rende assai più esiguo in scala e longitudine quello di Berlino, e che ora serpeggia in territorio palestinese violando il diritto internazionale.

Il "muro di annessione", come dovrebbe essere chiamato, è ovviamente legittimo in termini di "sicurezza", la razionalizzazione per difetto per condurre tante azioni di stato. Se la sicurezza fosse la questione principale, il muro sarebbe stato costruito lungo la frontiera e reso inespugnabile.

Il proposito di questa mostruosità, costruita con l'appoggio degli USA e con la complicità dell'Europa, è permettere ad Israele di appropriarsi di preziosa terra palestinese e delle principali risorse acquifere della regione, ostacolando così qualunque esistenza nazionale percorribile dalla popolazione indigena dell'antica Palestina.

Un'altra prospettiva sul 1989 viene delineata da Thomas Carothers, un erudito che collaborò nei programmi di "rinvigorimento della democrazia” durante l'amministrazione dell'ex presidente Ronald Reagan.

Dopo avere rivisto l'espediente, Carothers conclude che tutti i leader statunitensi si sono mostrati "schizofrenici": appoggiano la democrazia se si adatta agli obiettivi economici e strategici degli USA, come nel caso del paesi satellite sovietici, ma si tirano indietro nel caso di stati clienti degli Stati Uniti.

Questa prospettiva è confermata drammaticamente dalla recente commemorazione degli avvenimenti del novembre del 1989. La caduta del muro di Berlino è stata celebrata con ragione, ma si è dedicata assai poca attenzione a ciò che successe una settimana dopo: il 16 novembre, a El Salvador, vennero assassinati sei leader intellettuali dell'America Latina, sacerdoti gesuiti, assieme alla loro cuoca e sua figlia, per mano del battaglione d’elite Atlacatl, armato dagli USA i quali avevano appena rinnovato la formazione nella Scuola di Guerra Speciale JFK in Fort Bragg, Carolina del Nord.

Il battaglione ed i suoi sbirri avevano già compiuto sanguinanti azioni a El Salvador durante la truculenta decade che cominciò nel 1980 con l'assassinio, a causa dell'intervento di molti degli stessi implicati [del 1989], dell'arcivescovo Óscar Romero, conosciuto come "la voce dei senza voce."

Durante la decade della "guerra al terrorismo” dichiarata dall'amministrazione Reagan, l'orrore è stato simile in tutta l'America Centrale. Il regno della tortura, dell'assassinio e della distruzione nella regione contò centinaia di migliaia di morti.

Il contrasto tra la liberazione dei paesi satellite sovietici e l’annullamento della speranza negli stati clienti degli USA è vistoso ed istruttivo, perfino di più quando disponiamo di maggiore prospettiva.

L'assassinio degli intellettuali gesuiti mise virtualmente fine alla "teologia" della liberazione, facendo rinascere il cristianesimo le cui moderne radici si ritrovano nelle iniziative di Papa Giovanni XXIII e nel Concilio Vaticano II che si aprì nel 1962.

Quest’ultimo "segnò il principio di una nuova era nella storia della Chiesa Cattolica", ha scritto il teologo Hans Kung. I vescovi latinoamericani adottarono “l'opzione preferenziale per i poveri."

Così, i vescovi rinnovarono il pacifismo radicale dei Vangeli, taciuto in passato quando l'imperatore Costantino scelse il cristianesimo come religione dell'Impero Romano: "una rivoluzione" che in meno di un secolo trasformò "la chiesa perseguita" in una "chiesa persecutrice", secondo le parole di Kung.

Nel rinascimento post Vaticano II, i sacerdoti, le suore e i laici dell'America Latina portarono il messaggio dei vangeli ai poveri e ai perseguitati, riunendoli in comunità, e li incoraggiarono a prendere il loro destino nelle proprie mani.

La reazione a tale eresia fu una violenta repressione. Nell'avanzamento del terrore i teologi della liberazione divennero un obiettivo prioritario.

Tra di essi vi erano i sei martiri della chiesa la cui esecuzione 20 anni fa viene ora commemorata con un clamoroso silenzio.

Lo scorso mese a Berlino, i tre presidenti maggiormente coinvolti dalla caduta del muro - George H. W. Bush, Mikhail Gorbachov e Helmut Kohl – hanno discusso riguardo chi meritasse maggior riconoscimento.

"So adesso come il cielo ci aiutò", disse Kohl. George H. W. Bush elogiò la popolazione della Germania dell’Est " privata per troppo tempo dei suoi diritti concessi da Dio". Gorbachov suggerì agli Stati Uniti di intraprendere una propria perestroika.

Non vi è alcun dubbio circa la responsabilità di spianare il tentativo di rivivere la chiesa dei vangeli in America Latina durante la decade dei 80.

La Scuola delle Americhe (già ribattezzata come Istituto dell'Emisfero Occidentale della Cooperazione per la Sicurezza) nel Forte Benning, Georgia, che allena gli ufficiali dell'America Latina, annuncia con orgoglio che l'esercito degli USA ha contribuito a sconfiggere la teologia della "liberazione", assistito senza dubbio dal Vaticano, mediante il guanto bianco dell'espulsione e della repressione.

La campagna lugubre per investire l'eresia messa in moto dal Concilio Vaticano II ha ricevuto un'incomparabile espressione letteraria nella parabola del Grande Inquisitore di Dostoievsky de “I fratelli Karamazov”.

In questo racconto, ambientato a Siviglia nel "momento più terribile dell'Inquisizione", Gesù Cristo appare improvvisamente per le strade, "soavemente inosservato, e tuttavia, per quanto estraneo potesse sembrare, tutti lo riconobbero" e furono "irresistibilmente" attratti verso di lui”.

Il Grande Inquisitore "ordinò alle guardie di prenderlo e portarlo" in prigione. Qui venne accusato Cristo di "ostacolare" il grande compito di distruggere le idee sovversive di libertà e comunità. “Noi non ti seguiamo”, l'Inquisitore rimproverò Gesù; “seguiamo Roma e la spada di Cesare". Cerchiamo di essere gli unici governanti della terra per potere insegnare alle moltitudini "deboli e vili" che "solamente saranno liberi quando rinunceranno alla loro libertà per noi e si sottometteranno". Allora saranno intimiditi e paurosi e felici. Perciò domani, dice l'Inquisitore, dovrò bruciarti."

Eppure alla fine, l'Inquisitore cede e lo libera "nelle stradine oscure della città."

I discepoli della Scuola delle Americhe diretta dagli USA non hanno esercitato la stessa misericordia.

di Noam Chomsky

Noam Chomsky, che ha appena compiuto 81 anni, è l'intellettuale vivo più citato e figura emblematica della resistenza antimperialista mondiale. È professore emerito di linguistica all'Istituto di Tecnologia del Massachussets a Cambridge ed autore del libro “Imperiale Ambitions: Conversations on the Post-9/11 World”.

Fonte: http://www.inthesetimes.com/article/5260/the_legacy_of_1989_in_two_hemispheres

Traduzione di Marica Ganelli
Comparso su A SUD

Graviano, la giusta ricompensa


La richiesta risale allo scorso settembre, ma è stata accolta soltanto in questi giorni, in singolare sintonia con il clima natalizio: il boss stragista Giuseppe Graviano, detenuto al 41 bis, ha ricevuto in dono la revoca dell'isolamento diurno.
Deciso dalla Corte d'assise d'appello di Palermo dopo il ricorso presentato dal legale del capomafia, Gaetano Giacobbe, in seguito alla notifica di un nuovo periodo di detenzione speciale collegato al passaggio in giudicato di due ergastoli inflitti nell'ambito dei processi “Tempesta” e “per le stragi del '92”. I giudici, in poche parole, hanno stabilito che per i reati commessi nel periodo precedente all'arresto il massimo dell'isolamento diurno era da fissare in tre anni, e che tali tre anni sono stati già scontati nel corso dei sedici passati in carcere. Ora il capomafia di Brancaccio è tornato quindi alla “vita comune”. E all'interno del carcere di Milano-Opera, dove è recluso, può “socializzare” con i detenuti non condannati per mafia, trascorrere l'ora d'aria e pranzare in compagnia. Un allentamento che avrà in parte quietato l'animo agitato del boss, che soltanto due settimane prima, in diretta nazionale, aveva lamentato uno stato di salute precario dovuto proprio alle restrizioni carcerarie. E curiosamente, come nella più classica delle tradizioni natalizie, aveva affidato le sue richieste ad una lettera. L'occasione, si ricorderà, era stata l'udienza dell'11 dicembre scorso al processo contro il senatore Marcello Dell'Utri, dove Graviano, insieme al fratello Filippo, era stato chiamato a confermare o smentire le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. Che ripercorrendo gli anni delle stragi aveva raccontato di una “trattativa” in corso tra i boss di Brancaccio e pezzi delle istituzioni identificate dallo stesso Giuseppe Graviano in Silvio Berlusconi e nel “paesano nostro” Marcello Dell'Utri. La trattativa, aveva spiegato, sarebbe proseguita anche negli anni successivi e almeno fino al 2004 quando all'interno del carcere di Tolmezzo Filippo Graviano gli aveva rivelato: “Dobbiamo far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove arrivare è bene che anche noi cominciamo a trattare con i magistrati”. Il progetto, però, era stato momentaneamente accantonato quando il senatore Dell'Utri, condannato in primo grado a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, al Corriere della Sera aveva dichiarato che nonostante i suoi guai giudiziari “fino alla fine avrebbe mantenuto gli impegni presi con gli elettori”. Una dichiarazione che in quel mondo di codici e messaggi che è Cosa Nostra era suonata come una rassicurazione: Dell'Utri, ha spiegato ai magistrati Spatuzza, solitamente non è una figura di “prima linea, ma marginale”, “quindi io che sto leggendo quell'articolo e so tutto che c'è dietro, quindi a 'sto punto, con quell'articolo si sta rivolgendo con me”. Nel corso dell'anomala udienza dell'11 dicembre, seguita agli altrettanto anomali confronti, i fratelli Graviano quelle dichiarazioni non le avevano ovviamente confermate. Ma il loro atteggiamento “affettuoso” nei confronti del pentito non era passato inosservato: niente accuse di infamità, nessuna presa di distanza, ma tanto rispetto nei confronti della scelta del “figlioccio” di passare dalla parte della Giustizia. E quella frase pronunciata da Filippo Graviano, che pur smentendo i fatti specifici raccontati da Spatuzza in riferimento al colloquio nel carcere di Tolmezzo aveva dichiarato: “Non ti dico che stai mentendo”. Per quella stessa udienza, alla quale era presente l'imputato Dell'Utri, Giuseppe Graviano aveva preparato una lettera nella quale elencava il suo precario stato di salute dovuto ai “16 anni di detenzione al 41bis” e ai “più di 10 di isolamento”. E un messaggio a buon intenditor: “Sarà mio dovere quando il mio stato di salute lo permetterà di informare l'Illustrissima Corte d'Appello per rispondere a tutte le domande che mi verranno poste”. Forse qualcuno quel messaggio lo ha raccolto e il dono di Natale potrebbe essere la prima risposta.

Tratto da: ANTIMAFIADuemila

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