lunedì 4 gennaio 2010

Perchè la Gaza Freedom March ha fatto bene a rifiutare la proposta egiziana. Lettera di Haidar Eid e di Omar Barghouti


Grazie all’intervento della moglie del presidente egiziano le autorità egiziane hanno autorizzato una delegazione che si pensa rappresentativa della Marcia a recarsi a Gaza in un approccio umanitario, il 30 dicembre 2009. Mentre gli altri 1.300 partecipanti alla marcia restavano confinati a Gaza. I coordinatori palestinesi si rivolgono ai partecipanti alla Marcia.

«Cari organizzatori e partecipanti alla Marcia per la libertà di Gaza,

dopo molte esitazioni e discussioni, vi scriviamo per chiedervi di rifiutare il “mercato” cui siete arrivati con la dirigenza egiziana (attraverso la sig.ra Mubarak). Questo è un cattivo accordo per noi e, ne siamo profondamente persuasi, terribile per il movimento di solidarietà.

Inizialmente, pensavamo che se dei rappresentati della quarantina di Paesi avessero potuto recarsi a Gaza e partecipare a una marcia simbolica con i palestinesi, questa avrebbe potuto trasmettere un messaggio all’opinione pubblica mondiale, nostro obiettivo principale.

Tuttavia, dopo aver ascoltato la conferenza stampa del Ministro degli Esteri egiziano la scorsa notte su Aljazeera e il modo in cui ha descritto l’accordo nei dettagli, pensiamo senza alcuna ambiguità che questo compromesso è troppo pesante, portatore di divisioni e distruttivo per il nostro lavoro e i nostri contatti con i differenti movimenti di solidarietà a livello internazionale.

Abu Al-Gheit[1] ha descritto i 100 delegati che graziosamente erano stati autorizzati ad entrare a Gaza come membri di organizzazioni che l’Egitto considera «buone e sincere nella loro solidarietà con Gaza come noi [il regime]». Ha descritto gli altri come membri «di organizzazioni che non sono interessate che alla sovversione e all’azione contro gli interessi egiziani, a seminare il disordine nelle strade d’Egitto e non alla solidarietà con i palestinesi». Ha anche sostenuto che l’opinione pubblica egiziana era sufficientemente saggia per vedere che questi erano degli hooligans, tenendosene alla larga.

Oltre alla evidente divisione che creerebbe l’accettare questo mercato, ecco cosa è falso in questa presentazione dei fatti:

1) Il regime egiziano, nella conferenza stampa, descrive la grande maggioranza degli internazionali che partecipano alla Gaza Freedom March come hooligans e provocatori, non come dei veri gruppi di solidarietà. Questo è un grave insulto a tutti noi, a tutti i nostri partners e alla GFM intera, perché dipinge tutti noi dei collaboratori al servizio di forze”fanatiche”, “distruttrici” e non di forze unitarie per porre fine all’assedio e perché il diritto abbia la priorità.

2) La direzione egiziana utilizzerà il nostro accordo per sostenere che la sua posizione e il suo «modo di essere solidale con Gaza» sono stati sempre i migliori e che coloro che concordano con questo saggio modo di fare sono stati autorizzati a entrare [a Gaza, NdT].

La pressione dell’opinione pubblica araba e internazionale sul governo egiziano cresce enormemente grazie alle azioni che tutti voi avete intrapreso e [grazie] agli eccellenti messaggi che avete inviato ai media. Il governo egiziano vuole usare questo accordo per alleggerire la pressione e dare l’impressione che è preoccupato per i palestinesi di Gaza.

Tutto questo per distogliere l’attenzione dal Muro d’Acciaio che sta costruendo e dagli appelli che gli vengono rivolti riguardo alla sua complicità con il criminale assedio israeliano.

Il nostro interesse a lungo termine in quanto palestinesi non è di permettere al regime di togliersi dall’imbarazzo così facilmente. O meglio, che autorizzi i 1.400 partecipanti ad andare a Gaza (se questi sono degli “hooligans” , l’Egitto potrebbe liberarsene mandandoli a Gaza, no?), altrimenti, vi esortiamo con tutte le nostre forze a rifiutare questo mercato troppo ristretto, troppo tardivo e troppo mal concepito[2].

Non possiamo decidere al vostro posto, la decisione in ogni caso è di VOI TUTTI. Se una maggioranza CHIARA tra voi si delineasse a favore dell’accordo, vi accoglieremo a Gaza e apprezzeremo fortemente la vostra solidarietà.

Ma noi pensiamo che la vostra solidarietà, senza venire a Gaza, denunciando l’assedio, può essere più fruttuosa per noi e per la fine dell’assedio almeno dal lato egiziano.

Vi salutiamo e vi ringraziamo, dal profondo del cuore, per l’indescrivibile lavoro che tutti voi avete fatto per Gaza!

Rispettosamente,

Haidar Eid, Gaza

Omar Barghouti,

Gerusalemme

Lettera pubblicata il 2 gennaio 2010 sul sito dell’Association France Palestine: http://www.france-palestine.org/article13649.html

Comparso su Contropiano

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[1] Ministro degli esteri egiziano [NdT]

[2] Tra le delegazioni, l’AFPS, l’ABP e il Comitato lussemburghese, alcuni italiani e altri ancora hanno rifiutato di cadere nella trappola tesa alla Marcia.

Immagini di una imboscata in Afghanistan


E’ davvero significativo che i grandi canali televisivi, pubblici e privati, abbiano dato un risalto notevole alle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq da parte degli eserciti occidentali; mostrando per ore e ore e per molti giorni città illuminate, durante la notte, dal fuoco generato dalle bombe, missili lanciati da navi durante “sedute di attacco notturne” e l’avanzata dei carri armati. Poi, concluse le invasioni, quasi che le due guerre fossero terminate, le immagini di guerra hanno cominciato a diminuire con progressione geometrica: qualche filmato dei mezzi corazzati incendiati dai mujahideen, la cattura di Saddam Hussein, la sua impiccagione e poco altro. Le azioni militari degli eserciti occidentali e degli avversari sono state pressoché completamente censurate. Eppure internet pullula di filmati realizzati dagli eserciti occidentali e dai mujahideen.

Questa “scelta”, non sappiamo se effettuata autonomamente dai direttori delle reti televisive o da essi concordata con altri soggetti, ha comportato un grave istupidimento del medio cittadino italiano, il quale non è in grado di comprendere le ragioni per le quali le due guerre non sono ancora terminate con la vittoria degli eserciti occidentali e come sia possibile che i pastori afghani e gli iracheni con la tunica tengano testa all’esercito statunitense e agli alleati. In realtà, il medio cittadino italiano non è in grado ormai nemmeno di comprendere cosa sia una guerra e cosa sia un combattimento. Le armi altamente tecnologiche, riprese dalle telecamere durante l’azione, che appare quasi “azione delle armi” in sé considerate anziché “azione di uomini con armi”, non sono soltanto strumenti da utilizzare contro il nemico, bensì anche mezzi per “affascinare” e così manipolare le coscienze e rafforzare il potere di chi detiene quelle armi, creando ammirazione, timore e quasi venerazione nei confronti dello Stato altamente tecnologizzato: gli Stati Uniti d’America.

E’ importante, allora, sapere in che modo, con quali armi e con quali tecniche, due eserciti popolari – invero costituiti anche da forti nuclei di militari – stiano tenendo testa all’esercito statunitense e agli alleati. Queste modalità esercitano anche esse, per così dire, un fascino. Non perché ci riconducono alla guerra “vera”, quella che i film di Hollywood hanno rappresentato migliaia di volte e nella quale un uomo affronta con un fucile un altro uomo munito anch’esso di fucile. La resistenza irachena e quella afghana, infatti, combattono con imboscate di vario tipo e costituiscono per gli eserciti occidentali un nemico totalmente invisibile. Bensì perché dimostrano che se la tecnologia consente, in astratto, agli Stati Uniti di disporre della possibilità di distruggere in pochi minuti una nazione e di sterminarne tutti gli abitanti, in concreto non è sufficiente a far ottenere agli USA il minimo obiettivo strategico, quello strumentale a qualsiasi altro: instaurare un governo stabile amico e pacificare il territorio invaso, al fine di perseguire i diversi obiettivi strategici finali o mediati. Sempre, naturalmente, che il popolo che subisce l’invasione sia in grado di esprimere una elite, che abbia il sostegno di una parte del popolo, disposta ad una lunga guerra di resistenza.

In questa prima puntata del nostro viaggio nelle guerre afghana e irachena offriamo in visione un video relativo ad una imboscata tesa dai mujahideen ad un plotone di soldati statunitensi che si erano avventurati a piedi per le montagne afghane. Coloro che avranno visto il filmato non si chiederanno più come mai gli Stati Uniti non hanno ancora catturato Osama Bin Laden (sempre che sia vivo) e Ayman al-Zawahiri, né ipotizzeranno chi sa quali segrete volontà strategiche degli Usa. Il video dimostra che per sconfiggere i mujahideen sulle montagne e per catturare i due capi sarebbe necessario inviare, tenuto conto che i massicci afghani sono enormi, eserciti composti da oltre centomila soldati combattenti pronti alla morte. In quel caso, forse, gli obiettivi potrebbero essere raggiunti; ma vi sarebbe anche la certezza che, con la vittoria o con la sconfitta, il 50% di quei soldati sarebbe costretto a scendere dalle montagne dentro una bara. Gli stati Uniti non vogliono – e a rigore non possono – subire un tale numero di perdite. Perciò essi non sono in grado, a priori, di sconfiggere la guerriglia afghana. Per vincere la guerra servono ancora i guerrieri. Questo gli adoratori della tecnologia lo avevano dimenticato.

 
Ecco il video




di Salvatore Calvino

Assassinato Nick Rizzuto


MONTREAL - Nick Rizzuto, 42 anni, figlio del presunto capomafia di Montreal, è stato ucciso martedì pomeriggio nella città canadese. Secondo la polizia si è trattato di un regolamento di conti tra bande rivali. Rizzuto, figlio del boss Vito, si trovava in una strada del centro quando un killer gli si è avvicinato e gli ha sparato davanti a diversi testimoni terrorizzati. La vittima, la 31ma morta ammazzata nel 2009 nella metropoli del Quebec, è deceduta durante il trasporto all'ospedale.

LOTTA - La famiglia Rizzuto, originaria di Cattolica Eraclea in provincia di Agrigento, è arrivata in Canada nel 1954 e da allora ha avuto un ruolo di spicco nella criminalità organizzata canadese. Secondo lo scrittore esperto di mafia canadese Antonio Nicaso, l'omicidio si inquadra nel tentativo di strappare il controllo del territorio alla famiglia Rizzuto, al potere ormai da decenni, da parte di bande rivali. Quest'omicidio potrebbe ora scatenare una vera e propria guerra di mafia in Quebec. Secondo Nicaso, il delitto potrebbe essere legato a una serie di attentati incendiati ai bar italiani di Montreal avvenuti di recente. L'avvicinamento ad alcuni gruppi malavitosi potrebbe avergli creato nemici tra le bande della città provenienti da Haiti o potrebbe trattarsi di un regolamento di conti all'interno della mafia di Montreal.

IN PRIGIONE - Il padre Vito, dal 2004 in una prigione in Colorado dove sta scontando dieci anni per contrabbando e per il suo ruolo nell'eliminazione di tre membri della clan Bonanno, riuscì a farsi riconoscere boss di Montreal mettendo d'accordo varie famiglia mafiose, delinquenti comuni, i criminali irlandesi e colombiani e la banda di motociclisti degli Hell's Angels.

Fonte:  ilCorriere.it

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