venerdì 31 dicembre 2010

Invincibilità di Israele ancora in discussione, tornano a suonare i tamburi di guerra

Si sentono di nuovo i tamburi di guerra in Israele e vengono suonati perché ancora una volta l’invincibilità di Israele è in discussione. Nonostante la retorica trionfalistica nei vari reportage commemorativi dei mass media, due anni dopo l’operazione “Piombo Fuso” si manifesta l’idea che quella campagna sia stata un fallimento così come lo fu la seconda guerra in Libano del 2006. Purtroppo nello stato ebraico i leader, i generali e il pubblico nel suo insieme conoscono solo un modo di affrontare le sconfitte e i disastri militari.
Possono essere riscattati solo tramite un’altra operazione o una guerra che abbiano successo, portate avanti con più forza e più spietatezza della precedente, nella speranza che i risultati siano migliori, la prossima volta.
Forza e potenza, così hanno spiegato i maggiori commentatori dei media locali (replicando pappagallescamente quanto avevano sentito dai generali dell’esercito), sono necessarie al fine di “dissuadere”, “impartire una lezione” e “indebolire” il nemico.
Non c’è nessun nuovo piano per Gaza: non c’è realmente nessun desiderio di occuparla né di metterla sotto diretto comando israeliano. Quel che si propone è di martellare la Striscia e il suo popolo ancora una volta, ma con più intensa brutalità e per un tempo più breve. Ci si potrebbe domandare: perché mai questo dovrebbe portare risultati diversi rispetto all’operazione “Piombo Fuso”?

Ma questa è la domanda sbagliata. La domanda giusta è: cos’altro può fare l’attuale élite politica e militare di Israele (che include il governo e i principali partiti di opposizione)?
Sanno ormai da anni cosa fare in Cisgiordania: colonizzare, fare pulizia etnica e spezzettare l’area fino alla morte, rimanendo nel frattempo pubblicamente fedeli ai vani discorsi di pace ovvero al “processo di pace”. Il risultato finale atteso dovrebbe essere una docile Autorità Palestinese in seno a una Cisgiordania pesantemente ebraicizzata. D’altro canto, sono un fallimento totale nel gestire la situazione nella Striscia di Gaza, sin da quando Ariel Sharon si è “disimpegnato” da essa. La riluttanza del popolo di Gaza a essere sconnesso dalla Cisgiordania, e dal mondo, appare più difficile da sconfiggere, persino dopo l’orribile tributo di vite umane pagato dagli abitanti di Gaza nel dicembre 2008 per la loro resistenza e la loro sfida.
Lo scenario per la prossima fase si sta rivelando di fronte ai nostri occhi e assomiglia avvilentemente allo stesso tipo di deterioramento che aveva preceduto il massacro a Gaza due anni fa: bombardamenti quotidiani nella Striscia e una politica che tenta di provocare Hamas in modo da giustificare assalti ancora più vasti. Come ha spiegato un generale, occorre adesso mettere in conto l’effetto dannoso del rapporto Goldstone: come a dire che il prossimo grande attacco dovrebbe apparire più ragionevole rispetto a quello del 2009 (sebbene questa preoccupazione potrebbe non essere così cruciale agli occhi di questo particolare governo; né servirebbe da ostacolo).
Come sempre accade in questa parte del mondo, sono possibili altri scenari, meno sanguinosi e magari più forieri di speranza.
Ma è difficile vedere chi possa dare origine a un diverso futuro a breve termine: l’inaffidabile amministrazione Obama? Gli impotenti regimi Arabi? La timida Europa o le inabili Nazioni Unite?
La risolutezza del popolo di Gaza e quella del popolo palestinese in generale significano che la grandiosa strategia israeliana volta a farli sparire – come sperava di ottenere con il popolo indigeno di Palestina, già proprio alla fine del XIX secolo, Theodore Herzl, fondatore del movimento sionista – non funzionerà.
Ma il prezzo da pagare può salire ancora ed è il momento per tutti quelli che hanno articolato la loro voce in modo potente ed efficace DOPO la strage di Gaza di due anni fa di agire ORA, e provare a impedire la prossima.
Questa voce è descritta in Israele come un tentativo di “delegittimare” lo Stato Ebraico. È l’unica voce che sembra preoccupare seriamente il governo e l’élite intellettuale di Israele (di gran lunga più seccante per loro di qualsiasi blanda condanna da parte di Hillary Clinton o dell’Unione Europea). Il primo tentativo di reagire a questa voce è consistito nell’asserire che tale delegittimazione non fosse altro che un anti-semitismo camuffato.
Ciò sembra aver causato un risultato indesiderato dal momento in cui Israele ha chiesto di sapere chi, nel mondo, sostenesse le sue politiche; ebbene, si è palesato che i soli sostenitori entusiasti delle politiche di Israele nel mondo occidentale ad oggi sono rappresentati dalle organizzazioni e i politici di estrema destra, tradizionalmente antisemiti.
Il secondo tentativo è quello di provare a sostenere che queste azioni in forma di Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni, renderebbero Israele più determinato a continuare ad essere uno stato canaglia. Tuttavia, questa è una minaccia vuota: le politiche di Israele non sono causate da questa voce morale e rispettabile; al contrario, questa voce è uno dei pochi fattori che ne frena la politica aggressiva e, chissà quando, se in futuro i governi occidentali dovessero unire le loro opinioni pubbliche come alla fine hanno fatto nel caso dell’Apartheid in Sudafrica, potrebbe addirittura porre fine a queste politiche e permettere allo stesso modo ad ebrei e arabi di vivere in pace in Israele e Palestina.
Questa voce è efficace perché mostra in modo chiaro il legame fra il carattere razzista dello stato e la natura criminale delle sue politiche nei confronti dei palestinesi. La voce si è recentemente trasformata in una campagna organizzata e ben definita con un messaggio chiaro: Israele rimarrà uno stato–paria finché la sua Costituzione, le sue leggi e le sue politiche continueranno a violare i diritti umani e civili fondamentali dei palestinesi, ovunque essi siano, incluso il diritto di vivere ed esistere.
Quel che occorre adesso è che la nobile quanto del tutto vana energia spesa dal campo pacifista israeliano e dai suoi equivalenti occidentali nel concetto di “co-esistenza” e nei progetti di “dialogo” sia reinvestita nel tentativo di prevenire un altro capitolo genocida nella storia della guerra di Israele contro i palestinesi, prima che sia troppo tardi.
di Ilan Pappe
Ilan Pappe ha scritto assieme a Noam Chomsky “Gaza in Crisis: Reflections on Israel's War Against the Palestinians” (Haymarket Books).
Traduzione per Megachip a cura di Silvana Muzzi.

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