giovedì 30 dicembre 2010

I due Presidenti nella crisi ivoriana

Un'elezione finita male che rischia di far precipitare il paese in un nuovo conflitto. Le origini della crisi. Le carte in mano agli attori principali. Gli squadroni della morte tornano in azione, mentre la comunità internazionale fa fronte compatto per ristabilire l'ordine. 

Le elezioni ivoriane del 28 novembre scorso avrebbero dovuto segnare la fine di dieci anni di crisi politica in quello che era un tempo uno dei paesi più prosperi dell’Africa Occidentale. Così purtroppo non è stato e il paese si ritrova con due candidati che rivendicano la vittoria: l’ex primo ministro Alassane Ouattara e il presidente uscente Laurent Gbagbo. 

Il primo può contare sul sostegno quasi unanime della comunità internazionale e sull’appoggio degli ex ribelli delle Forces Nouvelles. Il secondo controlla l’esercito, le milizie giovanili e i mezzi di comunicazione di Stato. La lotta tra i due uomini sembra riaprire la frattura tra Nord e Sud del paese e riportare la Costa d’Avorio all’atmosfera della guerra civile del 2002. 

Dalla metà degli anni Novanta, l’epoca della morte del primo e celebrato presidente Félix Houphouet-Boigny, la Costa d’Avorio non è più riuscita a ritornare alla stabilità dei primi decenni della sua esistenza come Stato indipendente. 

La crisi ivoriana ha origine in quegli anni, nella lotta di successione tra Ouattara, allora primo ministro, e il presidente dell’Assemblea nazionale Henri Konan Bedié. 

Per escludere il rivale dalla competizione elettorale, Bedié aveva coniato allora il concetto di ivoirité (letteralmente “ivorietà”) e aveva accusato Ouattara di essere burkinabé almeno da parte di madre. Bedié ha in seguito fatto marcia indietro e le ultime elezioni lo hanno visto addirittura entrare in un’alleanza con Ouattara. 

Ma il “vaso di Pandora” era ormai stato aperto. In un paese in cui i flussi migratori, sia tra le diverse regioni del paese sia provenienti dai paesi vicini, sono molto consistenti, la polemica sulla nazionalità di Ouattara apriva la strada alla xenofobia e alla discriminazione dei cittadini originari del nord del paese, automaticamente sospettati di non essere dei “veri ivoriani”. 

Il sentimento di esclusione e di ingiustizia tra gli ivoriani del Nord ha permesso a un gruppo ribelle, le Forces Nouvelles (Fn), di prendere nel 2002 il controllo di metà della zona settentrionale del paese. Il Sud è rimasto in mano a Laurent Gbagbo, ex docente di storia e oppositore politico di lungo corso, eletto nelle elezioni del 2000, alle quali era stato impedito di partecipare sia a Ouattara che a Bedié. 

Dopo numerosi accordi di pace falliti e forti polemiche tra il governo nazionalista di Gbagbo e la Francia, che era intervenuta per interporsi tra i belligeranti, nel 2007 ci si è illusi di essere alla fine del tunnel. Gbagbo decideva di propria volontà di sottoscrivere un accordo con le Fn, in seguito al quale Guillaume Soro, il giovane leader della ribellione, è diventato primo ministro. 

Ma oggi, il rifiuto di Gbagbo di riconoscere la sua sconfitta alle urne unitamente alle manovre compiacenti del Consiglio Costituzionale rischiano di rimettere tutto in discussione. 

La tensione era salita molto nei giorni precedenti il secondo turno dell'elezione presidenziale, ma il caos è scoppiato nel momento in cui la Commissione elettorale indipendente (Cei) si preparava a proclamare i risultati. 

Il primo dicembre, davanti alle telecamere degli allibiti giornalisti di numerosi media internazionali, Damana Adia Pikass, rappresentante del partito di Gbagbo all’interno della Cei, ha strappato dalle mani del portavoce Bamba Yacouba i fogli che questi si apprestava a leggere. 

Soltanto il giorno successivo il presidente della Cei Youssouf Bakayoko riusciva a comunicare i risultati in una conferenza stampa all’Hotel du Golf, sotto protezione Onu. Secondo Bakayoko, Ouattara sarebbe stato il vincitore delle consultazioni elettorali con il 54,1% dei voti. 

Ma nel frattempo il Consiglio costituzionale dichiarava i risultati della Cei non validi per decorrenza dei termini e si impadroniva del dossier. Invocando presunte frodi commesse nella zona controllata dalle Fn, il suo presidente Yao N’dre annullava con un tratto di penna i risultati di sette dipartimenti del Nord, cancellando circa 600 000 voti: quanto bastava per portare Gbagbo dal 45,90% al 51,45% e a permettergli quindi di conquistare la poltrona di presidente. 

Agli occhi della comunità internazionale le argomentazioni addotte da Yao N’dre appaiono pretestuose, considerato anche che lo stesso Consiglio costituzionale non aveva avuto niente da ridire sui risultati, seppure analoghi, del primo turno nelle stesse regioni. 

Un’opinione condivisa dalle principali missioni di osservazione internazionale e dai prefetti dei dipartimenti sotto accusa, che hanno espresso la loro contrarietà all’annullazione del voto. 

Gli accordi di pace tra Gbagbo e le Fn attribuiscono alla missione di peacekeepingdelle Nazioni Unite (Onuci) il diritto di certificare la correttezza del processo elettorale. Un diritto di cui il rappresentante dell’Onu Young-jin Choi si è avvalso per ristabilire i risultati proclamati dalla Cei e dichiarare che, pur escludendo i seggi dove sarebbero avvenuti i presunti brogli, Ouattara sarebbe rimasto il vincitore delle presidenziali. 

Ouattara e Gbagbo fingono di ignorarsi e, in una specie di gioco di specchi, ognuno agisce come se fosse l’indiscusso leader del paese. I due rivali hanno entrambi nominato un governo. Ouattara ha riconfermato Guillaume Soro come Primo Ministro mentre Gbagbo ha puntato su un economista quasi sconosciuto, Gilbert Marie N'gbo Aké. 

La vittoria di Ouattara è stata riconosciuta dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dalla Comunità Economica dell’Africa Occidentale (Cedeao), dall’Unione Africana (Ua), dalla Francia, dagli Usa e da numerosi altri paesi quali la Germania, il Canada e il Giappone. 

Ouattara non è più il tecnocrate internazionale sconosciuto che Houphouet-Boigny volle nel 1990 come suo primo ministro, ormai è un uomo abituato alla durezza della lotta politica e che può contare sull’appoggio di Soro e delle Fn. Ma Gbagbo ha ancora la maggioranza dalla sua parte nel Sud del paese e controlla l’esercito, con il pieno sostegno del suo il cui capo di Stato maggiore, Philippe Mangou. 

Il presidente legittimo e i membri del suo governo si ritrovano barricati nel loro quartier generale, il lussuoso Hotel du Golf, dove i militari dell’Onuci garantiscono la loro sicurezza. Da alcuni giorni ormai l’accesso all’hotel è bloccato dalle forze di sicurezza filo-Gbagbo e i rifornimenti vengono fatti arrivare in elicottero. 

Il 16 dicembre scorso, il campo di Ouattara ha sfidato Gbagbo. Guillaume Soro, che da quando si è schierato con Ouattara ha ripreso i panni del combattente, ha lanciato un appello alla mobilitazione popolare e all’occupazione delle sedi della televisione di Stato e del governo. 

La reazione non si è fatta attendere. Davanti all’Hotel du Golf ci sono stati scontri a fuoco tra la Guardia Repubblicana pro-Gbagbo e gruppi di militari delle Fn che presidiavano l’albergo. Soro e i suoi non sono riusciti a scendere in strada. 
Ma sono stati i quartieri popolari di Abidjan a maggioranza “nordista”, come Abobo o Koumassi, a subire le conseguenze più tragiche dopo che la popolazione aveva tentato - invano - di manifestare. 

Lo stesso 16 dicembre, la polizia ha sparato per disperdere i manifestanti, uccidendo varie persone. Nei giorni seguenti, il panico è dilagato in seguito alle incursioni notturne nei quartieri pro-Ouattara di misteriosi uomini armati leali al regime. Gli “squadroni della morte” non sono una novità ad Abidjan, ma sembravano scomparsi dopo la sanguinosa repressione di un’altra manifestazione dell’opposizione nel 2004. 

L’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani, ha documentato tra il 16 e il 21 dicembre, 173 omicidi, 90 casi di tortura e maltrattamenti, 471 arresti abusivi e 24 sparizioni, tutti commessi dal regime Gbagbo contro persone sospettate di essere dei militanti del campo rivale. 

Secondo numerose testimonianze, in molti casi a fare il lavoro “sporco” sarebbero non dei membri delle forze dell’ordine ufficiali ma dei mercenari che Gbagbo avrebbe fatto arrivare dalla Liberia poco prima delle elezioni. 

Con i pochi mezzi che ha a disposizione, la popolazione ha messo in atto delle strategie di difesa. Ad Abobo sono state erette delle barricate per controllare l’accesso al quartiere. Ad Adjamé, gruppi di donne si sono messe d’accordo per fare la guardia e dare l’allarme battendo sulle pentole in caso di avvistamento di individui sospetti. 

Gli eventi del 16 dicembre e dei giorni seguenti hanno portato la comunità internazionale a serrare il giro di vite contro il presidente autoproclamato. 

L’Ue ha annunciato l’adozione di sanzioni, che prevedono un gelo dei beni all’estero e un’interdizione di soggiorno su tutto il territorio europeo, sia contro Gbagbo che contro una serie di personalità del regime, inclusi i presunti responsabili degli “squadroni della morte”. Riunita il 24 dicembre per un summit straordinario, la Cedeao si è spinta ancora più in là, minacciando un intervento militare contro Gbagbo. 

Gbagbo ha reagito alla pressione internazionale con un atteggiamento di sfida. Per bocca del ministro dell’Educazione Jacqueline Oble, il governo a lui leale ha chiesto alla missione Onuci di andarsene, sostenendo che l’Onu avrebbe perso la neutralità nella crisi post-elettorale. 

Le Nazioni Unite hanno tuttavia scelto la fermezza e hanno deciso di ignorare la richiesta, in quanto non emessa da un governo legittimo. Una presa di posizione che è già costata ai caschi blu due attacchi contro le loro pattuglie da parte di militanti pro-Gbagbo. 

Gbagbo conta di utilizzare contro la comunità internazionale un’arma che già gli è stata utile in passato: la retorica nazionalista e il mito del “complotto internazionale” contro la Costa d’Avorio. Subito dopo l’annuncio dei risultati da parte della Cei, trasmesso da France 24, il Consiglio Costituzionale ha deciso di sospendere le trasmissioni dei media internazionali. 

Gli ivoriani, abituati a seguire le reti di informazione francesi, sono rimasti con una televisione nazionale che il giornalista Venance Konan definisce giustamente “nordcoreanizzata”, dove ogni contestazione è presentata come un complotto dell’imperialismo francese e occidentale. 

L’offensiva mediatica potrebbe però subire una battuta d’arresto, perché da qualche giorno le trasmissioni sono state misteriosamente interrotte al di fuori della capitale economica Abidjan. Poiché il satellite è controllato da una società americana, non sono in pochi a scorgere lo zampino dell’amministrazione Obama, che, rompendo con l’indifferenza dell’era Bush, ha preso una posizione molto decisa sulla crisi ivoriana. 

Ma l’arma nazionalista non è fatta solo di parole: il presidente controlla una serie di agguerriti gruppi nazionalisti, noti in Costa d’Avorio come i “giovani patrioti”. Già protagonisti nel 2004 di violenti scontri con l’esercito francese e nel 2006 di un’ondata di manifestazioni contro le Nazioni Unite, i patrioti potrebbero rientrare in azione. 

Uno dei loro più popolari leader, Charles Blé Goudé, appena diventato ministro della Gioventù e dello Sport del governo Gbagbo, ha annunciato manifestazioni di sostegno a Gbagbo nei prossimi giorni. 

Come finirà la lotta? La Cedeao è fortemente preoccupata per le conseguenze che una nuova discesa della Costa d’Avorio nella guerra civile avrebbe per la sub-regione. La Costa d’Avorio non è solo la locomotiva dell’economia dell’Africa occidentale francofona, ma ospita importanti comunità di immigrati dai paesi vicini, come il Burkina, il Mali, la Guinea o il Senegal. 

Se l’instabilità e le minacce del regime costringessero questi stranieri a rientrare nei loro paesi di origine, questi si troverebbero davanti a un problema difficile da gestire. Nell’ovest, la zona più insicura e instabile del paese, circa 19mila ivoriani sono già fuggiti per rifugiarsi nella confinante Liberia. 

Il 28 dicembre scorso, tre presidenti della Cedeao hanno incontrato Gbagbo, secondo l’opposizione per intimargli un ultimatum. Ma l’Africa Occidentale avrà realmente il coraggio di perseguire fino in fondo l’opzione militare? Con lo spirito di Realpolitikche lo contraddistingue, Gbagbo ha dichiarato al giornale francese Le Figaro di non temere un intervento armato: “Sarebbe davvero la prima volta per dei paesi africani essere pronti ad andare in guerra perché un’elezione è andata male! Se si dovesse fare la guerra in tutti i casi del genere, l’Africa sarebbe perennemente in guerra”. 

Ma l’opzione militare non è l’unica carta in mano a Ouattara e alla comunità internazionale. Gbagbo è riuscito a pagare i salari dei funzionari statali per l’ultimo mese, ma la Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale ha fatto sapere di non riconoscere altra firma che quella di Ouattara e del suo ministro delle Finanze, Charles Diby Koffi. L’aereo presidenziale di Gbagbo è bloccato in Francia e gli ambasciatori all’Onu e a Parigi sono stati sostituiti da uomini leali a Ouattara. 

Il regime riuscirà a resistere ancora per molto o finirà asfissiato dalla pressione internazionale? Tutti gli scenari restano aperti: abituati a pensare a sé stessi come a un popolo di pace, gli ivoriani non vogliono una nuova guerra. Ma gli accordi di pace sottoscritti in malafede e i cacofonici governi di unità nazionale che ne sono scaturiti sono forse un’alternativa praticabile, quando sappiamo che dal 2002 non sono riusciti a porre la parola fine alla crisi economica e alla divisione del paese? 

Giulia Piccolino è dottoranda in Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Firenze, attualmente lavora a una tesi sul processo di pace ivoriano. L’autrice è stata inoltre osservatrice elettorale di lungo periodo in Costa d’Avorio con il Centro Carter.


di Giulia Piccolino
Fonte: liMes

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