martedì 30 novembre 2010

Libano, un Paese tra le paure del presente e i conti in sospeso del passato


Un Paese diviso tra la paura di nuovi scontri e la necessità di chiudere i conti con il proprio passato. Le dichiarazioni dei leader politici che si susseguono sulle testate nazionali, un documentario trasmesso da un’emittente canadese che in poco tempo ha alzato un vero e proprio polverone e i diplomatici del mondo arabo che fanno di tutto per calmare la situazione.

Questa è la fotografia del Libano di oggi, uno stato che tiene il fiato sospeso in attesa dei risultati dell’indagine sull’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri, che perse la vita in un attentato il 14 febbraio 2005.

Era iniziato tutto nel mese di luglio, quando il segretario del partito militante Hezbollah, Hassan Nasrallah, aveva dichiarato alla stampa che alcuni membri del proprio partito erano stati coinvolti nelle indagini avviate dal Tribunale speciale per il Libano (Tsl) incaricato di indagare sull’assassinio. Se avesse coinvolto qualche membro del Partito di Dio libanese - aveva dichiarato il leader sciita - il verdetto non sarebbe stato accettato e le conseguenze non si sarebbero fatte attendere.

I leader regionali hanno cercato di mediare tra le varie parti della scena politica nell’intento di evitare una crisi vera e propria, ma gli sforzi, finora, si sono tramutati in puro immobilismo.

Secondo gli analisti politici, anche se il tribunale dovesse accusare un membro di alto rango di Hezbollah non è detto che si inneschi nuovamente quella violenza settaria che portò il Paese vicino alla guerra civile nel maggio 2008. Anzi, gli esperti e diplomatici ritengono che molto probabilmente il risultato dell’indagine verrà ignorato anche se il tribunale dovesse formalizzare delle accuse contro membri del partito di Dio.

“Non credo che il governo cercherà di arrestare qualcuno”, ha affermato Paul Salem, capo della sede a Beirut delCarnegie Middle East Center, secondo cui “Hezbollah ritiene che potrà sopravvivere al risultato del tribunale”.

Il caso della Cbs

In tutto questo marasma nazionale non poteva mancare un piccolo elemento detonante che accelerasse le reazioni politiche. A questo ci ha pensato la Canadian Broadcasting Corporation, l’emittente canadese che martedì scorso ha trasmesso un documentario sull’attentato del 2005 che proponeva alcune interessanti rivelazioni sui possibili mandanti.

Il programma forniva alcuni elementi abbastanza credibili sul presunto coinvolgimento di Hezbollah con l'assassinio dell’ex premier, Rafiq Hariri. Le prove, basate più che altro su intercettazioni e registrazioni telefoniche, erano state raccolte dal capitano delle forze di sicurezza interna, Wissam Eid (assassinato nel gennaio 2008).

Gli stessi dati dovrebbero essere un elemento portante dell’indagine di Daniel Bellamare, il responsabile del Tsl, e dimostrerebbero l’esistenza di contatti frequenti tra alti esponenti di Hezbollah e i possessori dei telefoni cellulari utilizzati per coordinare l’attentato di Beirut.

Questo coinvolgimento sarebbe stato provato attraverso la tracciatura delle interconnessioni di alcuni telefoni cellulari - rilevati all’interno della cella di trasmissione in cui avvenne l’esplosione - e altre 22 persone situate nel centro comunicazioni di Hezbollah a sud di Beirut.

La difesa di Hezbollah

Il partito di Dio ha risposto alle accuse affermando che Israele, da anni, ha il controllo della rete telefonica libanese e molto probabilmente questo rende impossibile ottenere dei dati certi e inequivocabili su un reale coinvolgimento dei membri del partito.

Lo stesso ministro libanese delle comunicazioni Sherbel Nahhas (un cristiano alleato di Hezbollah) è intervenuto sull’argomento poco dopo la trasmissione del documentario. Nella conferenza stampa – durata quasi tre ore - tenuta da lui stesso e un gruppo di esperti, ha spiegato che Israele gode di un controllo capillare delle comunicazioni libanesi ed è perfettamente in grado di installare linee “parassite” e sovrapporle a quelle esistenti.

A testimoniare il fatto ci ha pensato anche Hassan Fadlallah, il deputato di Hezbollah che è a capo del comitato di comunicazione del Parlamento, il quale ha affermato che qualche tempo fa anche tre operatori Hezbollah furono arrestati con l’accusa di spionaggio ai danni del partito. Gli indagati furono scagionati proprio perché, in seguito a controlli più accurati, si scoprì che le rispettive linee telefoniche erano state infettate dall’intelligence israeliana.

Tutto questo si tradurrà, molto probabilmente, in un’arma di difesa che potrà sicuramente aiutare Hezbollah a scrollarsi di dosso le accuse e etichettare la faccenda come una manipolazione israeliana.

Anche se non c’è stato ancora un annuncio ufficiale, si prevede che le incriminazioni vengano formalizzate intorno alla metà di dicembre, dopodiché il processo di valutazione giudiziale dovrebbe durare circa due mesi prima che scatti il mandato d'arresto.

di Claudio AccheriOsservatorio Iraq

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