venerdì 29 ottobre 2010

Narcotraffico, il Messico è sempre più simile alla Colombia

Lo chiamano «El grande». Devoto della Vergine aveva fatto persino costruire un altare nella sua magione. Uno dei pesci grossi del narcotraffico mondiale, Sergio Villareal detto El grande, è stato arrestato dai marines messicani nello Stato di Puebla lo scorso 13 settembre. Ex agente comunale si è da subito fatto notare all'interno del cartello di Sinaloa del potentissimo clan di Bertrand Leyva, sino a diventarne il capo.

Catturato grazie alle rivelazione de «La Barbie», al secolo Edgard Valdez Villareal, a capo di un cartello rivale. Una guerra tra «narcos» per il controllo dell'unico mercato non in crisi rimasto: quello della cocaina. Una carneficina che parte dal 2006, anno di insediamento del governo di Felipe Calderon. Trentamila morti, ottomilanovecento solo quest'anno secondo la Pgr, la Procura generale della Repubblica. Ma i massacri non includono il conto dei migranti trucidati. Come i 72 corpi ritrovati in una fossa comune a 150 chilometri dal confine statunitense con lo stato del Texas.


Si vocifera che ce ne siano molte altre. Camminando per i mercati dei quartieri popolari di una delle più grandi megalopoli del pianeta, Città del Messico, con i suoi 25 milioni di abitanti, si ha subito l'impressione dell'immaginario macabro ed allo stesso tempo romanzesco che avvolge la figura del narcos. Tra imitazioni di ogni marca conosciuta, pozioni magiche, piccoli chioschi in cui rifarsi velocemente il trucco, si muovono persone con occhiali scuri e ricetrasmittenti in mano che sembrano impartire ordini a strane limousine blindate con motore acceso agli angoli delle strade. Sembra di essere in una specie di presepe del narcotraffico in cui si ascoltano canzoni e biografie ammiccanti di personaggi come el Ingeneiro, el Senores de los cielos, el Jefe de los jefes, la Barbie, el Chapo Guzman.

Un paese in apparenza schiacciato dalla carneficina della guerra tra narcos e tra questi ed il governo di Calderon, al punto da destare la preoccupazione di Hillary Clinton che sostiene come il Messico assomigli sempre più alla Colombia e richieda un intervento statunitense. Allo stesso tempo si moltiplicano gli scandali della «narco-politica», evidenziando i legami tra apparati dello Stato e narcos sino ai livelli più insospettabili, come il caso della presunta frode elettorale con cui l'attuale presidente ha vinto di un soffio le elezioni del 2006 contro il candidato del centro sinistra Lopez Obrador. La realtà del conflitto nel paese di Emiliano Zapata e Pancho Villa appare molto più complessa di come la si descrive.

Nelle statistiche dei massacri e delle carneficine giornaliere non rientrano altri conflitti vissuti ormai in maniera drammatica, al punto che molti osservatori parlano di un paese «fallito». La Commissione Internazionale per i diritti dei lavoratori, ha presentato proprio lo scorso 21 settembre un documento alla Scjm, la Suprema Corte di Giustizia della nazione, firmato da oltre 46 organizzazioni internazionali di giuristi e avvocati, per chiedere «in maniera rispettosa» che vengano garantite le libertà sindacali, il diritto del lavoro e quello umanitario internazionale, ormai sistematicamente violati. Basterebbe ricordare il caso dei lavoratori della Sme, il sindacato messicano degli elettricisti, per capire quanto ormai poco valgono i diritti dei lavoratori nell'epoca della crisi, alla quale tutto si piega. Lo scorso 10 ottobre la Sme ha subito un vero e proprio golpe. Il governo con un decreto considerato incostituzionale ha occupato militarmente l'impresa pubblica Luz y Fuerza del Centro.

L'obiettivo, costato una violenta repressione dei lavoratori, era la privatizzazione di un ente che fornisce l'energia a trenta milioni di persone. Martin Esparza, il combattivo segretario generale del sindacato, in un incontro blindato al nono piano dell'edificio, racconta che 30mila lavoratori hanno perso il posto. Ma il sindacato continua a combattere legalmente e politicamente, anche perché «in questo momento è in gioco ciò che resta della democrazia in Messico». E così mentre il paese nel ranking globale in una lista di 149 Stati scivola alla posizione 107 insieme a Camerun e Cambogia, secondo gli «Indici di pace» che misurano la violenza e la stabilità politica, emerge che alla base dei conflitti sociali la questione «narcos» occupa un posto nettamente minore. Pablo Romo, dell'Osservatorio sulla Conflittualità Sociale, su questo tema è molto chiaro, affermando come il governo stia facendo una guerra a qualcosa di «intangibile» invece di preoccuparsi di riconoscere la grande diversità di un paese di 110 milioni di abitanti.

Il precipitare della spirale di violenza in Messico è dunque imputabile al modello di sviluppo che continua a promuovere politiche di privatizzazione e megaprogetti turistici ed economici che scatenano conflitti sociali enormi e non riconosciuti. Conflitti generati per il controllo della terra e delle risorse energetiche in zone di alta biodiversità come Guerrero, Oaxaca, Chiapas, Veracruz. Sono centinaia le comunità colpite che provano ad organizzarsi. Quasi duecento lo hanno fatto nell'Assemblea Nazionale degli «afectados ambientales», ovvero le vittime dei crimini ambientali. Nel centro di Cuernavaca, Stato di Morelos, insieme ai rappresentanti di Alpulleca, comunità colpita da una delle più grandi discariche del pianete, Andres Barreda, docente di economia della Unam, tra i più autorevoli intellettuali messicani, menziona dati inequivocabili sull'impoverimento del paese, messi a disposizione da molti dipartimenti universitari. «I poveri sono 60 milioni! Dal 2006 il potere d'acquisto è sceso del 60%, la maggiore caduta dagli anni '40. Per avere un'idea: nel 1982, data che segna l'inizio di un modello capitalista selvaggio, con un salario minimo si compravano 18,67 litri di latte. Oggi con un salario minimo ne compri 4,42. A questo si aggiunge una struttura economica atomizzata con il 95% delle attività considerate 'informali', mentre appena otto grandi imprese controllano l'80% del Pil (Prodotto interno lordo). Un modello che produce una precarizzazione lavorativa che ha portato il Messico ad avere la metà dei lavoratori censiti privi di qualsiasi garanzia sociale».

Insicurezza sociale, privatizzazioni delle risorse, della terra e delle principali imprese di Stato sono alla base del tracollo economico e della violenza dilagante. Barreda racconta delle numerose devastazioni ambientali ma anche dell'impatto dei cambiamenti climatici. Così mentre in piazza Calderon lo scorso 15 settembre lanciava «el grito» per ricordare i 200 anni dell'indipendenza messicana, mezzo milione di persone a Veracruz perdevano tutto a causa delle nuove alluvioni che si abbattono sul Messico. I cambiamenti del clima mettono a rischio 800 chilometri quadrati di territorio. Un'emergenza senza precedenti, proprio nel paese che ospiterà il prossimo COP 16, la riunione di tutti i governi del pianeta per affrontare la drammatica crisi climatica.

di Giuseppe de Marzo -  Portavoce dell'Ass. A Sud
Fonte: l'Unità
Comparso su A Sud

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