venerdì 17 settembre 2010

Una vita da supplente: lavorare gratis e pagare le tasse su un busta paga fasulla

Nel mese di ottobre del 2009 una docente di Inglese viene assunta come precaria presso un istituto tecnico commerciale di una città del nord grazie a una semplice messa a disposizione fuori graduatoria, a riprova ulteriore che di lavoro ce n’è, almeno in certe aree. Incontriamo la prof nella sala insegnanti mentre attende il cambio d’ora incollata al monitor di un computer alla ricerca di notizie sul decreto “salva precari” appena trasformato in legge dello Stato.
Le notizie non sono buone e non si capisce perché abbiano battezzato con un nome gentile e rassicurante un provvedimento che nulla può fare contro la grande mattanza di cattedre e di discipline che nel giro di pochi mesi getterà sul lastrico decine di migliaia di lavoratori con famiglie al seguito. La donna ha 38 anni e ci chiede di rispettare il suo anonimato. “Ho lasciato la mia città”, esordisce, “perché era insostenibile continuare a lavorare nelle scuole private. Nella scuola statale, peraltro, non vedevo sbocchi dalle mie parti, ora sono qui e spero nel futuro”. Ma il passato pesa tanto. In passato aveva abbandonato un posto fisso presso l’ufficio di un’azienda privata dopo essersi ribellata alla decurtazione illegale dello stipendio mensile. Ma la scuola non le ha certo riservato sorprese più piacevoli.
Perché ha lasciato il lavoro nella scuola privata?

“Non è pensabile lavorare senza percepire lo stipendio.”
Lei non aveva un contratto regolare?
“Era tutto regolare. C’era tutto tranne lo stipendio. Solo qualche volta mi venivano allungati 100, 150 euro come rimborso spese. La busta paga era regolare ed erano regolari anche il contratto e i contributi. Pure la dichiarazione dei redditi era regolare. Si fa per dire: pagavo le tasse su un reddito inesistente, in sostanza io pagavo per lavorare.”
Era la sola a vivere questa situazione?
“No. Nessuno di noi percepiva lo stipendio.”
Lo sapevate fin dall’inizio?
“Lo apprendevamo all’atto della firma del contratto anche se si sapeva in giro. E io, come gli altri colleghi, ho accettato perché al momento era l’unica possibilità di insegnare per accumulare il punteggio.”
Era assunta come dipendente o come autonoma?
“Ero assunta come co.co.pro. Questa forma contrattuale è molto diffusa. L’anno scorso mi hanno chiamato qui al nord per un contratto simile con la stessa formula e con pochi soldi. Ho detto no grazie, ricominciare da lì no. Lo fanno per risparmiare sui contributi. Certo, i pochi contributi mi erano versati ma ho sentito parlare di altre scuole private dove i miei colleghi erano costretti a dare dei soldi alle scuole perché versassero per loro i contributi, e tante volte la preferenza andava a candidati che avessero due anni di disoccupazione.”
In che senso?
“Per potere usufruire dei contributi dello Stato, le scuole scartavano docenti alle prime armi non perché non avessero esperienza ma perché non potendo dimostrare lo stato di disoccupazione biennale non potevano ottenere i benefici e gli sgravi fiscali previsti per i disoccupati.”
Il danno e la beffa…
“Sì, prendevano due piccioni con una fava. Lavoratori a buon mercato, anzi gratuiti, e i soldi da parte dello Stato.”
Come ci si sente a lavorare gratis da grandi?
“Bisogna avere una grande passione per questo lavoro, che per fortuna ho mantenuto. E poi, quando ci sei dentro perché vedi che è la norma, vai avanti. Però ora che ne sono uscita mi chiedo: ma come ho fatto a sopportare una cosa del genere?”
Provi a descrivere quella scuola.
“Era un istituto paritario con tre indirizzi, scientifico, linguistico e commerciale, con una classe per ciascun indirizzo, in qualche anno mancava la prima, che in genere era meno numerosa rispetto alle altre. Un po’ più facile per gli alunni rispetto alla scuola statale e questo si può immaginare. Per il resto, lezioni, consigli di classe, esami di Stato interni, le cose normali che si fanno a scuola.”
Tranne lo stipendio. I sindacati sanno queste cose?
“Il sindacato sa. Non ci siamo mai rivolti al sindacato. Se non vuoi stare al gioco non ci vai in quelle scuole anche perché ci sono pile così di domande di altri candidati.”
Non ha mai pensato di denunciare il fatto?
“Ci ho pensato tante volte ma in quegli anni s’erano creati dei rapporti di lavoro con il datore di lavoro e andare a denunciare oggi… non mi va.”
Come vede il futuro?
“Spero di riuscire a realizzare il sogno di insegnare, quello che vedevo appena laureata con gli occhi di una che pensa dispaccare il mondo con un 110 e lode. Sottolineo questo voto perché all’epoca mi illudevo che il voto potesse premiare il merito, invece non è così. Il voto non vale niente, valgono solo i corsi a
pagamento, chi ha più soldi ha più abilitazioni. Si pensi anche alla Ssis. Sono stata danneggiata enormemente dai sissini, primo perché il punteggio della Ssis è superiore a quello dei concorsi ordinari, poi perché pur essendoci il divieto di fare supplenze durante il corso abilitante molti della Ssis facevano entrambe le cose e il punteggio lievitava, e così fui superata in graduatoria da ragazzine appena laureate.”

Poteva iscriversi anche lei alla Ssis, no?
“Io ero già abilitata. Perché mai avrei dovuto abilitarmi un’altra volta, pagando? Lo stesso discorso vale per il sostegno: chi ha conseguito il corso abilitante per il sostegno, a pagamento e caldeggiato dai sindacati, non solo ha potuto incrementare il proprio punteggio nella propria disciplina ma poi, dopo cinque anni dall’assunzione in ruolo sull’handicap, passa nell’insegnamento della materia comune.”
Conferma che sono molti quelli che abbandonano l’handicap per passare sulla disciplina comune?
“Molti? C’è un boom. Questi signori aggirano la graduatoria e lasciano con un palmo di naso i colleghi.”
Insistiamo: avrebbe potuto farlo anche lei.
“L’opportunità l’ho avuta più di una volta. Ogni tanto mi viene da pensare che sono stata una cretina. Subito dopo la laurea mi è stato proposto di fare il sostegno. Ho detto no e forse mi sono sbagliata. Di sicuro oggi sarei di ruolo in inglese dopo avere sfruttato l’handicap di qualche studente. Ma sono un’idealista. Mi sono sempre rifiutata anche perché l’ho percepito come un ricatto: pagare per potere insegnare una materia che non è la propria. Stesso discorso per le Ssis. Infatti paghi e passi avanti agli altri. Nelle classi di concorso dove ti puoi abilitare più volte ne frequenti tanti e accumuli punti.”
Si sente amareggiata?
“Mi sento derubata del mio diritto a ottenere il lavoro per il quale ho studiato, e per il quale mi sono a lungo qualificata e specializzata.”
Prima di insegnare lei ha lasciato un lavoro a tempo indeterminato in un’impresa privata di import-export. Perché quella scelta?
“Mi sono licenziata dopo un anno perché non era il lavoro che volevo fare. E poi perché c’erano delle scorrettezze dal punto di vista economico. In pratica mi decurtavano 300 mila lire dalla busta paga giustificandole come permessi straordinari non retribuiti. Ai colleghi, che non erano tenuti a pagare con
assegno, e quindi erano pagati in contanti, arrivavano a togliere anche 500 mila lire. Ho scoperto la cosa solo con la prima busta paga. Ho chiesto spiegazioni al ragioniere della ditta e lui mi ha spiegato che funzionava così. Ho lasciato il privato per lo Stato per evitare queste porcherie e invece mi è capitato di peggio.
Mi ero illusa che le persone che studiano vedranno prima o poi premiato il merito e invece sono passati dodici anni e sono ancora precaria. A quasi 40 anni pur avendo tutte le carte in regola per fare il mio lavoro mi ritrovo in un’altra città a ricominciare quasi da zero.”

Niente di cristiano in molte scuole private
Molte delle scuole non statali sono teatro di ulteriori e più gravi forme di sfruttamento del lavoro, che quasi tutti fanno finta di non vedere. Scrive la Flc/Cgil: “La questione del lavoro nero e in modo particolare del lavoro irregolare rappresenta nel settore della scuola non statale complessivamente intesa, sia curriculare che extracurriculare, un fenomeno storico, irrisolto e non riscontrabile in altri analoghi settori produttivi proprio per via della sua peculiarità. Si tratta di una delle contraddizioni ‘storiche’ del sistema, connotato da sempre dalla coesistenza di situazioni avanzate con sacche consistenti di arretratezza, ulteriormente ampliate dalle nuove norme introdotte sul mercato del lavoro dal D. Lgs 368/2001 sui contratti a termine, dalla legge 30 e dai discutibili interventi della Moratti in tema di parità scolastica”.
Nei gruppi di discussione on line il fenomeno è oggetto di frequenti dibattiti. Vi partecipano docenti che denunciano il proprio stato di sfruttamento, anche se non mancano interventi volti a contenere le critiche. “Nelle scuole cattoliche”, denuncia un utente in rete, “non c’è niente che sia veramente cristiano.
Ho un sacco di amici che si prostituiscono lavorando in scuole paritarie di stampo ‘cattolico’. Lavori il più delle volte gratis e in mansioni che non sono sempre le tue. Un docente può trovarsi anche a svuotare i cestini delle classi perché i bidelli (uno) non lo fanno (conosco uno che lo fa). Oppure partecipare all’openday gratuitamente (minimo 6 ore tra preparativi e tutto). Partecipare a svariati consigli di classe interminabili (di solito il doppio di quelli del pubblico). Sottostare a un preside che rompe a non finire. Però la mattina devi fare il segno della croce in ogni classe. Che ipocrisia!”.
Ma non è sempre così, è ovvio. La denuncia non esclude che nelle altre scuole cattoliche le cose vadano decisamente meglio.
Stando a un passaggio di una più articolata sentenza del Tar del Lazio, le scuole private sarebbero luoghi privilegiati, una sorta di Eden della cultura e della professionalità dei docenti, diversamente da quanto accadrebbe, secondo i giudici romani, nelle scuole pubbliche: “Al contrario”, vi si legge, “l’interesse del gestore privato di offrire un servizio che non pregiudichi il prestigio dell’istituto, che attiri nuovi clienti e che costituisca una soddisfacente remunerazione del capitale investito, induce all’arruolamento del personale migliore reperibile sul mercato (quali i giovani brillantemente laureati, che non hanno possibilità di trovare occupazione immediata nella scuola pubblica)”. Altrettanto “non può dirsi per la scuola pubblica”, prosegue il Tar, “nella quale, fino alla svolta impressa dalla legge 124 del 1999, abbondavano più i docenti sanati che quelli veramente meritevoli”. Sarebbe sufficiente garantire un lavoro sicuro, magari nella scuola pubblica, a tanti docenti sfruttati e umiliati da alcune o molte scuole private, a patto che essi denuncino le angherie di cui sono vittime e complici al contempo. In tal caso ne sentiremmo delle belle.

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