venerdì 3 settembre 2010

Gli intoccabili

Abusano della loro immunità diplomatica per segregare all'interno delle proprie abitazioni i domestici, africani e asiatici, e trattarli alla mercé di schiavi. L'accusa, piombata sulle teste del personale di diverse sedi diplomatiche straniere in Gran Bretagna, rischia di far scoppiare uno "Slavegate" di portata internazionale. A rivelare i fatti è un'inchiesta giornalistica di Channel 4 che è riuscita a ottenere le prove di quanto accade fra le mura delle lussuose case della Londra che conta.

Il sistema. Non è nuovo alle cronache. Gli immigrati vengono fatti arrivare dall'Africa e dall'Asia in Gran Bretagna dove vengono sfruttati per venti ore al giorno per una paga equivalente a 61 euro a settimana. La ribellione non è contemplata. Fin da subito i datori di lavoro, i carcerieri, annichiliscono ogni possibile conato di orgoglio a suon di calci, violenze sessuali, digiuni forzati e catene con le quali, secondo quanto rivelato dal network britannico, questi "schiavi del 2000" vengono bloccati all'interno delle quattro mura domestiche. Per fugare ogni dubbio sul fatto che la sorte scelta per loro è un obbligo da espiare a vita, i padroni di casa requisiscono i passaporti e, con essi, ogni possibilità di fuga dei loro dipendenti. Ma il filone investigativo sui diplomatici è solo parte di un cerchio più ampio che coinvolge ricche famiglie inglesi e perfino alcuni rami della nobiltà legati alla Corona. Le stime delle organizzazioni umanitarie operanti nel settore rivelano che ogni anno circa 15 mila lavoratori vengono fatti entrare nel Paese dalle famiglie straniere e centinaia di essi scappano dopo aver subito abusi.

Intoccabili. Le autorità di Polizia affermano di conoscere il fenomeno ma di non poter avviare regolari indagini a causa della legge che vieta di investigare su agenti diplomatici stranieri. Richard Martin, inquirente capo, ha riposto alle domande del cronista sostenendo: "Alcune esperienze vissute dalle vittime raccontano che esse sono state letteralmente incatenate in cucina per lavorare 20 ore al giorno, sette giorni alla settimana, per retribuzioni basse o direttamente senza stipendio. Abbiamo appreso - continua il Martin - di persone alle quali è stato permesso di mangiare solo i resti che rimanevano a tavola dopo che i bambini avevano finito, quindi non si alimentavano sufficientemente. Oltre ciò [...] abbiamo saputo di donne che sono state violentate". Tra i soggetti a cui nobili e diplomatici riservano quotidianamente questo brutale trattamento ci sarebbero anche donne e bambini. Uno di loro,Josh giunto dall'Africa all'età di 11 anni, ha raccontato: "Quando sono arrivato in questo paese ho realizzato cosa sia la definizione di dolore. Per anni mi sono alzato al mattino presto, ho fatto lavori duri pur essendo bloccato. Per loro (i padroni ndr) è una forma di liberazione dallo stress scaricare tutta la loro rabbia su di te".


Denunce. Dalla parte degli "schiavi" c'è Kalayann, una organizzazione umanitaria di Londra, che ha aiutato 350 lavoratori emigrati che sono stati ridotti in schiavitù nella terra di Sua Maestà britannica. Uno dei portavoce del gruppo ha sostenuto: "Abbiamo avuto casi di persone che venivano bruciate con un ferro rovente dai datori di lavoro, che erano trattenuti con catene e a cui veniva gettata addosso acqua bollente. Tutto ciò mentre venivano additati con appellativi come cane, scimmia e idiota". Un'ex "schiava" dall'Africa occidentale, Patience, ha sostenuto di essere stata prigioniera per tre anni, 120 ore a settimana, di un avvocato inglese, membro della Law Society (antica associazione legale britannica ndr) e consulente di organizzazioni di beneficenza a Londra. 
"Non mi era permesso di uscire. - ha raccontato Patience - Non mi era permesso di fare amicizia. Non mi era permesso di fare le cose senza permesso. Non avevo nessuno con cui parlare". "Lei mi molestava, mi schiaffeggiava [...] e mi buttava dalle scale da un piano all'altro. Era troppo per me da sopportare". Dopo tre anni di prigionia la donna è riuscita a scappare dalle grinfie della sua carceriera grazie all'aiuto di un vicino di casa, a denunciare la "padrona" al tribunale del lavoro e ad ottenerne anche una condanna per aggressione.


di Antonio Marafioti

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