sabato 17 luglio 2010

Marea nera, il tappo della BP

NEW YORK. Una buona notizia: il tappo tiene! Il video in live streaming dal fondo del Golfo del Messico, che da tre mesi getta l'America nella disperazione, è improvvisamente cambiato: ora tutto tace. Non si vede più il fiume rosso della falla di greggio ad alta pressione. Al suo posto, la tranquilla immagine di un tappo bianco e acqua pulita. Ma si tratta solo di un test e gli esperti sono scettici: presto dovranno riaprire la valvola.
Alle 2:25 di pomeriggio di giovedì scorso, i robot sottomarini sono riusciti ad avvitare la valvola di contenimento sulle estremità slabbrate del pozzo petrolifero, a millecinquecento metri di profondità. Tutti i precedenti tentativi di contenere la falla erano falliti miseramente e ormai nessuno si aspettava che questo invece riuscisse. Ma infine il miracolo è arrivato.


La valvola rimarrà sigillata per almeno due giorni, per dare il tempo agli esperti di studiare la pressione sul tappo e all'interno del pozzo. Un'improvvisa diminuzione della pressione segnalerebbe l'apertura di una nuova in un altro punto e, in quel caso, la valvola verrà riaperta immediatamente. Se il test fornirà i risultati sperati, a quel punto forse si potrà capire quale sarà il passo successivo.
Le possibilità che il governo americano e British Petroleum stanno ora valutando sono tre: attaccare una cannuccia alla valvola e riaprirla per riprendere l'estrazione del petrolio, tornando alla situazione precedente all'incidente; oppure ricominciare l'estrazione e, se il tappo passerà i test sotto sforzo, usare la valvola per chiudere il pozzo durante i frequenti uragani; oppure, se il tappo tiene, chiudere il pozzo definitivamente.
Sembra più probabile che BP decida di riaprire la valvola ed estrarre il petrolio: l'unica situazione che assicura un profitto certo. Due navi preposte all'estrazione sono già sul posto e altre due stanno per arrivare. L'ammiraglio Thad Allen, responsabile della gestione della crisi per l'amministrazione Obama, si è affrettato però a precisare che la chiusura del pozzo è solo temporanea, per poter abbandonare il sito in caso di uragano, ma l'unica soluzione definitiva è la trivellazione dei pozzi paralleli che prenderà ancora qualche settimana.
Nonostante la buona notizia, la reazione dei pescatori lungo la costa non è proprio entusiasta, anzi tendono a non credere più alle notizie provenienti da BP. Il New York Times ha raccolto alcune testimonianze: “È come mettere un cerotto su un cadavere” - sospira un raccoglitore di granchi - “all'inizio li stavo a sentire ma ora credo più a una parola di quello che dicono”. Un'altra pescatrice di gamberetti è sarcastica: “Cosa c'è da celebrare? La mia vita è finita, hanno distrutto tutto quello che avevo e che amo”.
Ma i guai non sono finiti. Nei giorni scorsi, un'inchiesta dell'Associated Press aveva denunciato la presenza di 27.000 pozzi petroliferi abbandonati nel Golfo del Messico, potenzialmente delle bombe ambientali ad orologeria. Alcuni dei pozzi risalgono agli anni quaranta, agli albori della trivellazione sottomarina. 3.500 di questi pozzi risultano “temporaneamente abbandonati”, il che significa che il rubinetto è stato chiuso ma la valvola non è stata sigillata, alcuni addirittura dagli anni Cinquanta. E siccome nessuno si è mai preso la briga di controllare, potrebbero benissimo essere diventati dei colabrodo nel disinteresse generale. Dopo la denuncia dei giornalisti, il Congresso americano ha avviato un'ispezione approfondita dei pozzi e i parlamentari sono già volati sul posto per investigare.
La situazione politica resta ingarbugliata e non si vede alcuna facile soluzione al problema delle trivellazioni offshore. Obama, sulla scia della rabbia popolare seguita al disastro, aveva varato moratoria di sei mesi sulle trivellazioni offshore. Ma un giudice ha bloccato la moratoria e al momento non è chiaro il prossimo passaggio.

Nel frattempo, la popolazione del Golfo si divide a metà tra i lavoratori dell'industria petrolifera, infuriati per i blocchi all'estrazione, e quelli che si guadagnano da vivere sfruttando il pesce e il turismo e che hanno perso ogni fonte di sostentamento. Ma hanno intascato denaro contante da BP, impegnandosi a non chiedere i danni in una eventuale class action contro la compagnia petrolifera.
Un'altra inchiesta giornalistica ha scoperto che, nonostante la moratoria sulle trivellazioni offshore, l'Ufficio preposto alla valutazione delle domande di trivellazione continua a lavorare senza sosta, approvando decine di nuovi progetti tra cui anche quelli presentati da BP. Alcuni di essi prevedono l'apertura di pozzi sottomarini al Polo Nord, dove qualsiasi falla avrebbe conseguenze assai più catastrofiche (se possibile) di quelle attuali.
Una fuoriuscita di petrolio al Polo sarebbe impossibile da richiudere durante quasi tutto l'anno e si spanderebbe senza ostacoli dal Canada alla Norvegia fino alle coste russe. L'amministrazione ha risposto che si tratta solo di “firme su delle carte,” e procedure burocratiche e che “nessuna nuova trivellazione è stata avviata.” Ma il comico Jon Stewart ci tiene a ricordare al Presidente che “non è stato eletto per mettere la firma su delle carte ma per cambiare le cose”.

di Luca Mazzucato

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