sabato 10 luglio 2010

Libano un messaggio chiaro al contingente Unifil

Uno sciame di scooter guidati da ragazzini bloccanodue veicoli blindati dell’Unifil nel sud del Libano. Decine di persone, adulti ma anche giovani, si approssimano ai veicoli, lanciano urla e uova contro la pattuglia francese che tenta di proseguire la marcia. Sale la tensione, dalle uova si passa alle pietre, alcune incrinano i finestrini dei due mezzi.

Da Qabrikha, villaggio a pochi km dalla Linea Blu di separazione con Israele nel settore centrale dell’area di responsabilità della missione Onu, i blindati tentano di salire la collina verso la vicina località di Tulin, ma anche lì trovano ad accoglierli non petali di rose ma altre pietre e bastoni. I locali inferociti bloccano di nuovo il convoglio Unifil, costringono i militari a uscire, strappano loro le armi e squarciano le gomme ai veicoli.

Dopo circa venti minuti dal primo assalto, sopraggiunge finalmente l’esercito libanese che allontana la folla, rassicura i caschi blu francesi e riconsegna loro le armi. E’ questo il racconto di quanto accaduto all’ora di pranzo di sabato 3 luglio 2010, desunto dalle versioni offerte dai portavoce del contingente francese di Unifil e dall’esercito libanese.

Come il 24 luglio 2009, quando soldati italiani e francesi furono feriti da una violenta sassaiola a Khirbet Silm, villaggio – guarda caso - nei pressi di Qabrikha e Tulin. Allora la reazione dei residenti era stata scatenata dal tentativo dei soldati Onu di recarsi sul luogo di una misteriosa esplosione (un deposito di armi di Hezbollah?).

Questa volta, il pretesto per l’aggressione è sembrato più debole di quello di un anno fa (presunti tentativi dei militari Onu di scattare foto dell’area). Anche in rapporto alla violenta reazione espressa dalla gente di Qabrikha e Tulin: non era mai successo in tre anni e mezzo di presenza di Unifil-2 che abitanti del Sud arrivassero a disarmare dei caschi blu. Nel giugno 2007, sei soldati del contingente spagnolo trovarono la morte in un attentato dinamitardo nella piana di Marjuyun ma nessuno finora ha indicato ufficialmente i mandanti e gli esecutori di quell’attacco, da molti in Libano attribuito ad “al-Qaida”.

A spiegare le ragioni dei residenti del Sud, scatenati contro i soldati Unifil, ci ha pensato "una fonte militare autorizzata" dell'esercito libanese citata il 9 luglio 2010 dal quotidiano francofono di Beirut L'Orient-Le Jour. L'anonimo ufficiale afferma che "bisogna capire che per gli abitanti del Sud del Libano ogni straniero e una spia potenziale, soprattutto quando quest'ultimo tenta di ficcare il naso nei villaggi e tra le abitazioni". 

La fonte militare libanese sostiene che la pattuglia francese assalita il 3 luglio stava operando nelle viuzze di Qabrikha secondo un modus operandi estraneo alla missione Unifil. Inoltre, continua l'ufficiale, l'incidente di Qabrikha non è stato altro che il culmine di una moltitudine di piccoli incidenti che si sono accumulati piano piano. L'ex comandante di Unifil, il generale italiano Claudio Graziano, aveva imposto il divieto assoluto allo scatto di foto da parte dei caschi blu durante le loro missioni sul terreno. Mentre col nuovo comandante - ipotizza la fonte militare - questa regola è stata un po' dimenticata e le macchine fotografiche sono tornate ad apparire, così come la paranoia degli abitanti. 

Il quotidiano libanese al-Akhbar, politicamente vicino a Hezbollah, ha invece nei giorni scorsi pubblicato un suo retroscena: i francesi sarebbero stati presi a sassate perché da tempo tentano di monitorare la "Valle delle Pietre" (Wadi al-Ahjar), teatro nell'estate 2006 di una delle più celebri vittorie della milizia sciita contro i carriarmati israeliani Merkava che da est tentavano di avanzare nell'entroterra libanese verso ovest. Il "cimitero dei Merkava" è in effetti non lontano da Qabrikha e Tulin. 

In ogni caso, anche le pietre sanno che nel sud del Libano domina Hezbollah e che i residenti (al-ahali) del sud sostengono il movimento sciita per convinzione ideologica, per comodità o perché “o mangi la minestra…”. Molti di loro affollano le fila dei miliziani della “Resistenza”, l’ala armata del partito che lotta “per difendere il Libano” dalle aggressioni israeliane. 

I rapporti tra civili del sud del Libano e soldati Onu sono definiti, in linea generale, “cordiali”, anche se qualche tensione si è registrata con francesi e spagnoli. I circa 2.000 soldati italiani non sembrano invece avere problemi: sin dall’autunno 2006 sono schierati nel settore ovest, quello costiero e tradizionalmente meno esposto alle turbolenze dei civili pro-Hezbollah e agli incidenti frontalieri con Israele.

Gli spagnoli, che da febbraio guidano la missione col generale Alberto Asarta Cuevas, sono presenti nel settore orientale e hanno sin da subito avuto problemi a comprendere le sfumature levantine. Già in passato si sono verificati attriti tra i caschi blu iberici e la gente del sud del Libano. Sarà stata una scelta forse imposta dalla logistica, ma chiunque abbia deciso di colpire l’Unifil nel giugno 2007, non lo ha fatto puntando sugli italiani o sui ghanesi, bensì sugli spagnoli.

Con i francesi le ruggini sono invece più antiche. La Francia, assieme agli Stati Uniti fu colpita negli attentati compiuti a Beirut negli anni ’80 in piena guerra civile (1975-90) e attribuiti all’allora neonato Hezbollah. Di quella forza multinazionale, il contingente italiano fu l’unico risparmiato dalla mattanza.

Ma gli attriti tra caschi blu francesi e residenti libanesi sono anche dovuti al ruolo che oggi svolge la diplomazia di Parigi nella questione iraniana. Il Quay d’Orsay ha appoggiato le scelte americane di inasprire le sanzioni economiche contro la Repubblica islamica per il suo programma nucleare finalizzato a presunti scopi militari.

E tanto per farsi un’idea della cattiva reputazione che la Francia gode presso la comunità sciita libanese fedele a Hezbollah, basta passeggiare per le vie della periferia sud di Beirut, roccaforte del partito, durante lo svolgimento dei Mondiali di calcio: come nel giugno-luglio 2006, anche per quest’edizione, le bandiere tedesche sono la maggioranza (alcuni pensano che in Germania governa ancora quel tale imbianchino coi baffi!) accanto ad altre spagnole e argentine. Ma nessuno si azzarda a stendere fuori dal balcone il tricolore transalpino, che invece a giugno scorso spopolava – nonostante Domenech - sulle auto e dalle finestre di alcuni quartieri cristiani di Beirut.

Tornando alle pietre e ai bastoni che hanno colpito i soldati Unifil, è evidente che l’assalto portato dalla popolazione locale è stato etero diretto. Qualcuno ha deciso che era il momento di inviare un messaggio chiaro all’Onu. Magari proprio in risposta alla decisione di nuove sanzioni contro l’Iran. 

Sarà inoltre una coincidenza, ma l’aggressione di Qabrikha e Tulin si è avuta all’indomani della diffusione del nuovo rapporto del segretario generale dell’Onu Ban ki-moon sull’applicazione della risoluzione n.1701, con cui nell’estate 2006 sono state interrotte le ostilità tra Hezbollah e Israele.

E chi rappresenta il Palazzo di Vetro in Libano? Formalmente Michael C. Williams, coordinatore speciale per il Libano. Ma il funzionario britannico è seduto nel suo palazzetto di vetro-cemento super controllato al centro di Beirut… troppo lontano per essere bersaglio delle uova degli abitanti del meridione libanese.

Ma ecco che dal fondo della strada impolverata si affaccia una pattuglia dell’Unifil, diretta a Qabrikha, Tulin, Kherbet Silim e altre mille località del sud. I blindati sono sì bianchi come le ambulanze della Mezzaluna Rossa, ma sul fianco hanno scritto “U.N.”. Sugli angoli posteriori del mezzo sventolano poi due bandierine che mostrano un logo tanto simile a quello che appare sulla carta intestata usata nella riunione del Consiglio di Sicurezza dedicata alle sanzioni all’Iran… E poi l’accostamento del bianco e del celeste ricorda tanto la bandiera di quell’odiato “nemico sionista”.

Anche Randa Taqi ad-Din, autorevole editorialista da Washington per al-Hayat (in inglesein arabo) è d’accordo con quest’analisi: in risposta alla mossa americana contro la Repubblica islamica, Teheran avrebbe chiesto a Hezbollah di mobilitare i suoi seguaci nel sud del Libano per ricordare all’Onu la fragilità dei suoi caschi blu, invischiati nella gelatina giallo-verde del Partito di Dio. 

Non è d'accordo con quest'analisi l'ufficiale libanese citato a condizione dell'anonimato da L'Orient-Le Jour. La fonte si dice convinta che la reazione degli abitanti di Qabrikha e Tulin "non era stata pianificata in anticipo né che sia stata organizzata politicamente. "E' stata solo il risultato dell'umore della gente", afferma il militare. 

Un’altra teoria, non in contrasto con quella che vede Hezbollah dietro gli incidenti ma che guarda qualche metro più in là rispetto alla stretta attualità, legge nell’assalto “popolare” contro l’Unifil il desiderio del movimento sciita di riprendersi la scena mediorientale, dopo che dal giugno scorso l’attivismo pro palestinese della Turchia sembra aver relegato Hezbollah a ruolo di co-protagonista, e non più di indiscusso mattatore musulmano di Israele.

La settimana prossima il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si dovrebbe riunire, su richiesta di Parigi, per discutere dell’aggressione subita dalla pattuglia francese a Qabrikha e Tulin, mentre da una settimana i media panarabi e israeliani si occupano giornalmente della vicenda, facendo arrivare qualche lontana eco della questione persino sui tavoli dei capiredattori della stampa italiana. Hezbollah pare esser tornato in cima all’attualità.

Ma c’è dell’altro e a ricordarlo ci ha pensato lo scorso 7 luglio, sempre su al-Hayat, Waddah Sharara (in arabo), sociologo, originario di una illustre famiglia sciita del sud del Libano. Docente all’Università libanese di Beirut, Sharara è noto per essere uno dei più profondi conoscitori di Hezbollah e anche uno dei suoi più arguti critici (è autore, tra l’altro, dell’illuminante Lo Stato di Hezbollah – Il Libano come una società islamica [Dawlat Hizbullah – Lubnan mujtamaan islamiyyan], Dar an-Nahar, Beirut, 1998).

Sharara non interviene per commentare direttamente gli incidenti di Qabrikha e Tulin. Piuttosto preferisce ricordare, a quattro anni dall’inizio della guerra dei 33 giorni tra Hezbollah e Israele, che il movimento sciita, di concerto con l’Iran, si serve di una “forza armata di civili” (quwwa ahliyya musallaha) nell’ambito della guerra asimmetrica (harb ghayr mutakafi’a) in corso tra la Repubblica islamica e Israele.

Hezbollah, definito “il partito khomeinista armato”, diventa così un “partito armato di civili” (hizb al-ahli al-musallah): sono i residenti del sud dietro i quali ci si ripara per inviare messaggi ai propri avversari. Sharara non lo dice esplicitamente ma, ripensando a quanto accaduto a Qabrikha e a Tulin, difficile non ricordare che ai sassi e ai bastoni di quei civili, i caschi blu non possono rispondere. Possono solo tentare la fuga oppure, se impediti perché le ruote del blindato sono state squarciate, possono solo attendere l’arrivo dell’esercito libanese.

E qui si passa al secondo aspetto messo in risalto da Sharara, riguardante le ambiguità insite nel testo della risoluzione n.1701 e le responsabilità della cosiddetta “comunità internazionale”, in primis di Francia e Stati Uniti.

Il testo dell’Onu dell’11 agosto 2006 aveva individuato degli obiettivi validi solo sulla carta, ma non applicabili in questo Libano dove l’esercito nazionale, e lo Stato che lo dovrebbe comandare, sono estremamente deboli, ostaggi delle diverse comunità e dei rispettivi padrini regionali e internazionali.

L’Unifil deve impedire che nella regione compresa tra il fiume Litani e il confine provvisorio con la Galilea (la stessa area, lunga 40 km, della “fascia di sicurezza” israeliana durante l’occupazione del Libano. Inquietante analogia) vi sia presenza di armi non appartenenti all’esercito di Beirut o alla stessa missione Onu. Deve inoltre monitorare costantemente l’area per prevenire incidenti ed eventuali escalation di tensione tra le parti belligeranti (Hezbollah e Israele).

In tutto questo, le forze armate libanesi, tornate nel 2007 a ridosso della frontiera con Israele dopo quasi 40 anni di assenza, dovrebbero svolgere il ruolo di mediatori tra la popolazione civile e le pattuglie Unifil. Subito dopo l’incidente di Qabrikha e Tulin, il presidente Michel Suleiman ha invocato “maggior coordinamento” tra soldati Onu e militari libanesi. Come a dire: la pattuglia francese si è mossa senza avvertire i generali di Beirut.

Gli hanno risposto da Parigi, ricordando che i caschi blu devono avere “piena libertà di manovra”, così come garantito dalla risoluzione n.1701. Ma è sotto gli occhi di tutti quanto questo testo sia scritto per esser applicato altrove, non in Libano: l’esercito libanese è composto da soldati mal armati, male addestrati e mal pagati. Stime non verificate affermano che almeno il 30 per cento degli ufficiali dell’esercito regolare libanese sono “in quota Hezbollah”.

Anche se fossero cifre inventate, si può facilmente immaginare che, come altri organi dello Stato libanese, anche l’esercito rifletta la composizione sociale del Paese. Ergo anche tra i militari ci sono fedeli o simpatizzanti del movimento sciita.

Ecco, secondo l’Onu, questo esercito dovrebbe garantire la sicurezza del sud e svolgere un ruolo di mediatore tra Unifil e residenti locali filo-Hezbollah. Non bisogna sorprendersi allora se il 3 luglio scorso i caschi blu francesi sono rimasti almeno venti minuti in balia degli inferociti abitanti di Qabrikha e Tulin.

Né si possono immaginare inversioni di tendenza nel prossimo futuro: ogni volta che l’Iran verrà in qualche modo preso di mira, la tensione si rifletterà inevitabilmente sulle strade impolverate e male asfaltate del sud del Paese dei Cedri. Chi si aspetta dure prese di posizione da parte delle autorità di Beirut è bene che cerchi lavoro come consulente politico dell’Onu.

Solo al Palazzo di Vetro credono infatti che il presidente Suleiman detenga una qualche autorità su Hezbollah. O che addirittura l’attuale capo dell’esercito Jean Qahwaji (di ritorno da un “faticoso” giro al sud subito dopo l’incidente del 3 luglio) possa indurre i vertici del movimento sciita a cambiare strategia.

Al posto del più malleabile Qahwaji, ai vertici dell’esercito libanese oggi doveva esserci François al-Hajj, candidato a ricoprire la prestigiosa carica se non fosse stato ucciso in un attentato commesso da ignoti il 12 dicembre 2007 (esattamente due anni dopo l’assassinio di Gibran Tueni. Inquietante analogia). C’è chi aveva detto allora che Hajj era stato ucciso perché, sotto il suo comando, l’esercito avrebbe assunto un ruolo forte, diverso dal passato. Un esercito nazionale forte in Libano non è mai piaciuto ai locali signori della guerra e ai loro sponsor regionali. 

Post Scriptum. L’ufficio stampa del comando centrale di Unifil ha appena diffuso (8 luglio 2010) una “Lettera aperta dal comandante in capo” della missione “alla gente del sud del Libano”. A legger le due paginette sembra proprio che anche il generale spagnolo Asarta sia cosciente del ruolo dei signori della guerra locali e dei loro sponsor regionali. Nel penultimo paragrafo della sua lettera, Asarta esprime infatti implicitamente un mea culpa per gli incidenti del 3 luglio scorso a Qabrikha e a Tulin. Ergo, a sbagliare sono stati i caschi blu francesi che hanno provocato gli innocui residenti del sud.


di Lorenzo Trombetta

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