sabato 3 luglio 2010

L’assedio israeliano di Gaza è destinato a crollare


In tutte le lotte per la liberazione contro il colonialismo, l’oppressione o il razzismo, arriva un momento in cui la barriera della paura è infranta sotto lo sguardo di tutti; le prossime navi che faranno rotta verso Gaza lo chiariranno a tempo debito, perché esse non mettono in discussione l’esistenza o la sicurezza di Israele, ma soltanto la sua crudeltà nei confronti dei palestinesi – scrive il giornalista arabo-americano Rami Khouri.

La decisione israeliana di allentare l’assedio che da 3 anni soffoca Gaza sta ricevendo una tiepida accoglienza in molti ambienti, e incontrando profondo scetticismo in altri. Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, ha fatto appello al mondo tramite il Quartetto affinché faccia pressione su Israele perché rimuova il blocco completamente, e nel frattempo gruppi libanesi e iraniani pianificano di inviare ulteriori navi di aiuti umanitari a Gaza per sfidare e infrangere il blocco israeliano.
Questi due approcci riflettono posizioni divergenti sulla questione più generale di come si reagisce al potere israeliano, e di cosa si può fare per cambiare la situazione quando il potere è esercitato in maniera ingiusta, brutale o illegale. Si negozia con Israele e si chiede alle potenze occidentali di esercitare pressioni su Tel Aviv affinché rispetti le leggi internazionali e la smetta di comportarsi in maniera criminale? O si fronteggia e si sfida Israele, col rischio di essere arrestati, feriti o uccisi?

Negli ultimi anni, l’esperienza del movimento Free Gaza, che ha inviato una mezza dozzina di spedizioni navali per consegnare aiuti umanitari agli abitanti di Gaza, suggerisce a molti che il confronto a viso aperto è la maniera più efficace per sfidare Israele e obbligarlo a cambiare le sue politiche. L’allentamento del blocco di Gaza è il quarto esempio di un cambiamento di politica da parte di Israele dopo aver subito pressioni. Gli altri tre casi sono stati il ritiro dal sud del Libano e da Gaza a fronte della resistenza guidata da Hezbollah e Hamas, e la parziale sospensione della costruzione di alcuni insediamenti lo scorso anno, per un periodo di 10 mesi, in risposta alle pressioni del governo americano.
Così adesso la domanda è: come reagiranno i popoli e gli stati del mondo arabo e dei territori limitrofi, come l’Iran e la Turchia, all’ultima lezione in cui Israele è stato sfidato con un’azione vigorosa, oltre che con deboli appelli?
Israele sta già avviando due nuove azioni aggressive che presto metteranno alla prova la tempra dei suoi amici e dei suoi nemici. Lo stato ebraico distruggerà diverse dozzine di abitazioni arabe palestinesi nell’occupata Gerusalemme Est per allestire una struttura turistica israeliana, e avvierà la costruzione di altre 600 case per i coloni sionisti nella zona di Gerusalemme.
L’interrogativo interessante oggi non è se Israele sta attuando seri cambiamenti nelle sue politiche o meno: non lo sta facendo. I suoi sono solo cambiamenti di facciata, per tenere a bada le pressioni esterne. I nuovi sviluppi veramente importanti sono la crescente presa di coscienza da parte araba e internazionale che gli eccessi criminali e disumani del sionismo – il colonialismo, le discriminazioni, le punizioni collettive, il razzismo, l’assedio e le privazioni, la strage in acque internazionali, le incarcerazioni di massa e altro – possono essere meglio affrontati se si utilizzano le stesse strategie che alla fine hanno sconfitto i due esempi principali di razzismo e ingiustizia dei tempi moderni: il movimento dei diritti civili che ha stroncato il razzismo ufficiale negli Stati Uniti, e il movimento contro l’Apartheid che ha obbligato il governo della minoranza bianca in Sudafrica ad accettare un sistema pienamente democratico.
Ho la sensazione che le navi del movimento Free Gaza che cercano di rompere l’assedio passeranno alla storia moderna come elementi cruciali nella lotta per la giustizia in Palestina, che aspira a creare condizioni che permettano agli ebrei, ai cristiani e ai musulmani, e a tutti gli altri residenti o visitatori, di vivere in questa terra con eguali diritti. Israele è assolutamente deciso a continuare ad attaccare i convogli di aiuti e ad uccidere attivisti umanitari innocenti. Ma cosa succederà quando la prossima nave salperà con un gruppo di sacerdoti cristiani, che reciteranno versi che inneggiano all’amore di Dio per la giustizia e il perdono, ed al comandamento divino di assistere i bisognosi, tratti dal Libro di Isaia e dal Libro di Giovanni?  
Cosa farà Israele quando un convoglio di navi farà rotta per Gaza trasportando solo maestri di scuola e sacchi di caramelle per i bambini di Gaza? E quando un convoglio di navi si avvicinerà alla costa trasportando solo infermiere e pannolini per i bambini di Gaza?
 
C’è stata una svolta importante a Gaza, poiché si è capovolto il rapporto tra colonizzatore e colonizzato. Quando il colonizzato non ha più paura che gli venga fatto del male, o di essere ucciso, il potere di intimidazione proprio del colonizzatore svanisce. I libanesi e gli iraniani lo capiscono perché a loro modo molti di loro hanno già vissuto episodi di liberazione che riflettono la loro volontà di farsi valere per vivere in libertà e dignità. I palestinesi hanno provato a farlo per decenni con scarso successo.

In tutte le lotte per la liberazione contro il colonialismo, l’oppressione o il razzismo, arriva un momento in cui la barriera della paura è infranta sotto lo sguardo di tutti. In definitiva, ciò impone una rinegoziazione della distribuzione del potere in modo tale che si ristabiliscano i diritti umani, la sicurezza collettiva e la dignità di tutti gli interessati. Ebrei, cristiani e musulmani potranno certamente ricordare il momento in cui è stato sfidato e quello in cui crollerà l’assedio israeliano di Gaza come momenti fondamentali nella lotta tra sionismo e arabismo in Palestina.  
Le navi che verranno lo chiariranno a tempo debito, perché esse non mettono in discussione l’esistenza o la sicurezza di Israele, ma soltanto la sua crudeltà nei confronti dei palestinesi.

di Rami G. Khouri
Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”.
Traduzione a cura di Medarabnews

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