mercoledì 14 luglio 2010

Cina e India immagazzinano uranio in quantità senza precedenti, finita l'era del basso costo

Il prezzo dell'uranio sembra destinato a crescere velocemente: secondo Bloomberg «La Cina sta comprando quantità senza precedenti di uranio, un segnale che i prezzi sono pronti ad un rimbalzo dopo tre anni di declino». La Cina quest'anno ha comprato circa 5.000 tonnellate metriche di uranio, più del doppio di quel che consuma, per fare le scorte per i suoi nuovi reattori e secondo Thomas Neff, un analista dell'industria dell'uranio del Massachusetts institute of technology di Cambridge «I prezzi nel prossimo anno dovrebbero fare un salto di circa il 32%, il maggiore dal 2006 all'RBC Capital Markets».
A trainare la crescita dei prezzi dell'uranio c'è anche l'espansione atomica dell'India. «La domanda della Cina è insaziabile - dice su Bloomberg Dave Dai, del Daiwa institute of research di  Hong Kong - Dovranno prendere quasi tutto quel che è disponibile». Così l'uranio nel 2011 sembra destinato a salire a circa 55 - 56 dollari alla libbra, ma in 5 anni raggiungerà i 60 dollari. Secondo l'Ux Consulting Co, il 5 luglio scorso una libbra di uranio "for immediate delivery" era a 41,75 dollari. Lo spot trade dell'ossido di uranio quest'anno é stato pari a 20.900.000 sterline, circa 873 milioni dollari.

Va anche detto che l'uranio era calato del 69% rispetto al picco di 136 dollari la libbra raggiunto nel luglio 2007, dopo che era stata incrementata la sua produzione. Negli ultimi 10 anni sono state aperte almeno 27 nuove miniere in 9 Paesi, aggiungendo altri 65 milioni di sterline di produzione mondiale. La Cameco prevede l'apertura di altre 6 miniere di uranio nel mondo nel 2010.
Quello che si legge nei rapporti degli esperti è che comunque gli attuali prezzi dell'uranio sono troppo bassi per stimolare un'offerta sufficiente a coprire il fabbisogno dei reattori previsti: il costo di estrazione una libbra di uranio è di circa 31 dollari, nel 2007 era di  26 dollari.
La World Nuclear Association (WnA)spiega che la Cina, per soddisfare il suo piano di incrementare l'energia atomica fino a 85 gigawatt, 9  volte quella attuale, la domanda di uranio cinese potrebbe salire fino a  20.000 tonnellate entro il 2020, più di un terzo delle 50.572 tonnellate estratte in tutto il mondo nel 2009. La Cina il 24 giugno ha firmato un accordo con la Comeco per comprare 10.000 tonnellate di uranio in 10 anni.
Il fabbisogno indiano crescerà di 10 volte, fino a 8.000 tonnellate, per quadruplicare la sua energia atomica a 20 gigawatts, come conferma Jagdeep Ghai, direttore finanziario dell'impresa atomica statale indiana Nuclear Power Corp.
Neff, che é uno che ha anche interessi privati nel campo dell'uranio, visto che dirige la GoviEx Uranium, una compagnia attiva in Niger, dice che l'attività cinese e indiana «E' essenzialmente di stoccaggio, in attesa di costruire nuovi reattori. Stanno immagazzinando come matti»
Il 6 luglio a Pechino Xu Yuming, il direttore della China Nuclear Energy Association, ha annunciato che la Cina dovrebbe costruire almeno 60 nuovi reattori nucleari entro il 2020. La Wna sottolinea che il costo medio previsto per un  reattore da 1.000 megawatt è di circa 3 miliardi di dollari, e che ognuno ha bisogno per partire di un caricamento di 400 tonnellate di uranio.
Una manna in cui spera molto la francese Areva, il più grande costruttore di reattori, le cui azioni sono calate del 53% negli ultimi tre anni, ma a beneficiarne saranno probabilmente le industrie minerarie come la Cameco, proprietaria della miniera di uranio McArthur River, in Canada, la più grande del mondo, che ha avuto un calo del 60%, oppure per la australiana Paladin Energy, meno 63% e la Energy Resources of Australia, giù del 25%.
Infatti, gli acquisti cinesi hanno subito fatto salire il valore delle azioni di Comeco del 3,9%, di Energy Resources del 3,4%  e la Paladin ha guadagnato il 2,2%. Mentra Areva è scivolata ancora dell'1,9% a Parigi.
Nel lungo periodo ci sarà un deficit di uranio e a guadagnarci sarà chi gestisce le miniere. Anche per questo la China National Nuclear Corporation, il primo operatore di reattori del Paese, ha annunciato il 28 giugno di voler comprare uranio in Niger, Namibia, Zimbabwe e Mongolia. Secondo la Wna questa tendenza a fare da soli da parte dei cinesi aumenterà nei prossimi anni e le imprese nucleari, minerarie e dio costruzione delle centrali, si troveranno ad avere non più solo un cliente, ma un ingombrante concorrente.
Diversi analisti prevedono che il consumo e lo stoccaggio crescenti di uranio possano portare ad un deficit di forniture già entro la seconda metà di questo decennio, perché la nuova produzione non sarà abbastanza.
Friedel Aul, direttore  fuel services della tedesca Nukem Gmbh, uranium trader and broker, spiega a Bloomberg che  «L'attuale produzione si basa su miniere che sono state in attività per un lungo, lungo tempo - Con i costi di avvio, senza dubbio portare una miniera in linea oggi è molto più costoso di quanto non fosse 10, 15 anni fa». Secondo la Rbc, la crescita della produzione, comprese le forniture provenienti dal riciclaggio delle testate atomiche russe fino 2013, può rallentare al 4,8% quest'anno e al 3,4% nel 2011. Nel 2009 aveva fatto un balzo del 12%.
Cosa sta succedendo lo spiega bene Mark Pervan, a capo delle commodity research dell'Australia and New Zealand Banking Group: «Commissionare nuovi impianti é un "game-changer" per l'uranio. Anche se molti non entreranno in funzione nei prossimi due anni, gli interessi speculativi possono spingere i prezzi ad un livello tra i 60 e gli 80 dollari abbastanza velocemente». Anche la Paldin, il nono produttore di uranio del mondo prevede un forte aumento dei prezzi dell'uranio entro la fine dell'anno.

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