mercoledì 23 giugno 2010

La ribalta turca


Negli ultimi tempi la Turchia sta salendo con sempre maggiore frequenza alla ribalta delle cronache mediorientali ed internazionali, non solo in qualità di emergente potenza economica, ma anche in quanto paese intenzionato a giocare un ruolo politico sempre più incisivo in Medio Oriente e a livello globale.
Due eventi in particolare hanno attirato l’attenzione della stampa internazionale, suscitando in alcuni casi paure e sospetti, in Occidente, sulle reali motivazioni alla base delle politiche regionali turche: la crisi nei rapporti fra Ankara e Tel Aviv seguita all’incidente della flottiglia di Gaza, ed il voto contrario espresso dalla Turchia in occasione dell’approvazione di nuove sanzioni all’Iran da parte dell’ONU.
Il fatto che questi due eventi si siano verificati in rapida successione ha contribuito a suscitare un vero e proprio dibattito in molti paesi occidentali, ma anche all’interno della stessa Turchia, sulla possibilità che Ankara si stia allontanando dall’Occidente e stia cercando di proporsi come paese guida di un nuovo fronte mediorientale cementato da una solidarietà “islamica”.

Se molti analisti turchi hanno negato che il baricentro politico del loro paese si stia spostando verso oriente, è tuttavia opinione diffusa che alcune incomprensioni tra la Turchia e l’Occidente in questo momento effettivamente esistano.
Per cogliere la reale entità di queste incomprensioni, è necessario da un lato tener presente quella che un commentatore turco ha definito la triplice identità della Turchia – occidentale, turca, e musulmana – e dall’altro distinguere i tre principali fronti – americano, europeo, ed israeliano – sui quali tali incomprensioni si sono verificate.
Fin dall’epoca ottomana, la Turchia ha sempre guardato verso occidente, ed ha ambito ad essere considerata come una potenza europea. Allo stesso tempo, l’identità turca la spinge a non dimenticare i propri legami con le regioni del Caucaso, del Caspio e dell’Asia centrale. Il suo carattere musulmano (Istanbul fu l’ultima sede del califfato, che fu definitivamente abolito con il crollo dell’Impero Ottomano) la spinge a guardare al mondo islamico, ed al mondo arabo che ne costituisce il cuore.
Come hanno osservato alcuni, la Turchia sembra condannata dalla sua storia e dalla sua posizione geografica a basare il suo ruolo sulla propria capacità di preservare fragili equilibri culturali, economici e politici, a cavallo fra due continenti e due visioni del mondo – un destino perfettamente simboleggiato dalla sua città più rappresentativa, Istanbul, situata a cavallo fra due mari e in bilico fra Europa ed Asia.
Se la fine traumatica dell’Impero Ottomano aveva spinto i turchi a mettere momentaneamente in secondo piano la loro identità musulmana – portando il fondatore della moderna Turchia, Mustafa Kemal Ataturk, a laicizzare il paese guardando all’Europa ed all’Occidente, e a troncare i rapporti con il retroterra arabo-islamico che aveva rappresentato una componente fondamentale dell’impero – il progressivo riemergere di questa identità negli ultimi decenni – accompagnato dalla comparsa di partiti politici di ispirazione islamica, e culminato con l’ascesa al potere del partito “Giustizia e Sviluppo” (AKP) guidato da Recep Tayyip Erdogan – ha spinto i turchi a riallacciare i legami con il mondo arabo-islamico, all’insegna della cooperazione economica e della riscoperta di comuni radici culturali.

Tuttavia – hanno fatto osservare alcuni commentatori turchi – anche questa rinnovata spinta verso oriente avviene all’insegna di valori europei ed occidentali. Al recente Forum di Cooperazione turco-arabo, un diplomatico turco ha affermato che Ankara, con i suoi sforzi volti a promuovere l’integrazione regionale in Medio Oriente, non sta facendo altro che applicare ai paesi confinanti un ideale che fu espresso nel 1950 da Robert Schumann, uno dei fondatori dell’Europa moderna, quando propose l’integrazione europea come strumento per assicurare la pace e la prosperità nel vecchio continente appena emerso dai drammatici anni della seconda guerra mondiale.
Molti analisti sostengono che lo sforzo turco di creare una maggiore integrazione economica regionale e di diventare uno snodo delle principali rotte energetiche eurasiatiche sia finalizzato a migliorare lo status della Turchia agli occhi dei paesi europei rendendo l’ingresso di Ankara in Europa un affare economicamente vantaggioso per tali paesi.
Questa ambizione turca sembrava essere stata colta dal presidente americano Barack Obama quando, rivolgendosi ai turchi nel suo discorso del 6 aprile 2009 ad Ankara, disse: “La grandezza della Turchia sta nella vostra capacità di essere al centro delle cose. Qui non è dove l’Oriente e l’Occidente si separano, è dove si riuniscono: nella bellezza della vostra cultura; nella ricchezza della vostra storia; nella forza della vostra democrazia; nelle vostre speranze per il domani”.
Tuttavia, più di un anno è trascorso da allora, e lo spirito di dialogo auspicato da Obama in quell’occasione, e poi nel suo discorso del 4 giugno al Cairo, non sembra aver preso piede. La ragione non sta però nelle incomprensioni sorte in quest’ultimo anno, quanto piuttosto nell’incapacità (americana in primo luogo) di fermare una deriva ormai in atto da tempo.
I recenti episodi, come l’incidente della flottiglia di Gaza e il diverso approccio alla questione nucleare iraniana, sono – a giudizio di molti osservatori – solo la manifestazione esteriore di divergenze originate dalle trasformazioni politiche degli ultimi vent’anni che, coma già accennato, hanno portato all’insorgere di incomprensioni fra la Turchia e l’Occidente nelle sue tre componenti: Stati Uniti, Europa, ed Israele.
Il primo spartiacque nella storia di queste trasformazioni è certamente rappresentato dalla fine della Guerra Fredda, che fece perdere alla Turchia il ruolo di baluardo della NATO contro il blocco sovietico. L’era della Guerra Fredda era stata accompagnata in Medio Oriente da un assetto che vedeva paesi non arabi, come Israele, la Turchia e l’Iran – all’epoca tutti caratterizzati da sistemi statali e governi laici, e schierati con il blocco occidentale – contrapporsi ai paesi arabi. Il primo duro colpo a questo assetto fu inferto dalla Rivoluzione Islamica del 1979 in Iran, che fece perdere agli Stati Uniti e ad Israele un importante alleato.
In Turchia, l’establishment dell’epoca, secolarizzato e dominato dall’esercito, vide nella Rivoluzione iraniana e nell’Islam politico che essa propugnava una minaccia al principio di laicità su cui si fondava lo stato turco. L’altra grande minaccia agli occhi dell’establishment turco era rappresentata dall’irredentismo curdo. Nel corso degli anni ’90, Ankara accusò la Siria e l’Iran di appoggiare il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).
L’inimicizia con Damasco e Teheran contribuì a mantenere salda, ed anzi a far fiorire, l’alleanza turca con Israele. Tutto ciò cominciò a cambiare con la cattura del leader del PKK Abdullah Ocalan nel 1999. Negli anni successivi i rapporti tra la Turchia e la Siria migliorarono notevolmente. Con la salita al potere del partito di ispirazione islamica AKP nel 2002, e con il progressivo ridimensionamento del potere dell’esercito in Turchia, anche le relazioni tra Ankara e Teheran cominciarono a migliorare.
Nel frattempo, la fine della Guerra Fredda aveva segnato l’inizio dell’unipolarismo americano in Medio Oriente, che sarebbe culminato con l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, scontrandosi con gli interessi regionali della Turchia. In quell’occasione Ankara si rifiutò di concedere agli americani il territorio turco per invadere l’Iraq da nord. Il timore turco era che la guerra potesse portare all’emergere di uno stato curdo indipendente nel nord dell’Iraq.
Questa prospettiva era invece vista favorevolmente da Israele che, considerandosi una minoranza in un Medio Oriente dominato dagli arabi e dai musulmani, ha sempre incoraggiato l’emergere di minoranze non arabe (come nel caso dei curdi) o non musulmane, ed ha sempre appoggiato le loro istanze.
Il venir meno dell’inimicizia che negli anni passati aveva allontanato la Turchia dagli altri paesi mediorientali, il diverso atteggiamento di Ankara e di Tel Aviv nei confronti del Kurdistan iracheno, e la crescente diffidenza con cui Israele guardava al partito “islamico” AKP al governo in Turchia (nel contesto più generale del funesto “scontro di civiltà” promosso dalle politiche di Bush), sono – a giudizio di molti osservatori – gli elementi che hanno portato al deterioramento del rapporto turco-israeliano  nei primi anni del nuovo millennio.
Le successive crisi diplomatiche fra i due paesi, da quella legata alla guerra israeliana a Gaza alle aspre tensioni di questi giorni originate dall’incidente della Flottiglia della Libertà, non sono che la logica conseguenza di questo deterioramento (al quale – sia detto per inciso – le violente politiche israeliane degli ultimi anni in Palestina hanno dato un contributo determinante, così come esse hanno lasciato segni indelebili in tutto il Medio Oriente, dato il carattere altamente simbolico che la questione palestinese ha per tutti i paesi della regione).
Ankara e Tel Aviv sembrano avere ormai visioni divergenti riguardo al Medio Oriente. Mentre Israele continua a considerare ostili la maggior parte dei paesi della regione, la Turchia ha risolto buona parte delle antiche controversie, ed ha stabilito importanti rapporti economici e commerciali con molti di questi paesi, dalla Siria all’Iran, allo stesso Kurdistan iracheno.
La Turchia si sta affermando come una potenza economica emergente, e come tale è desiderosa di creare un ordine mediorientale basato sull’integrazione economica e sulla stabilità politica. Agli occhi di Ankara, le politiche israeliane rappresentano un ostacolo al raggiungimento di questo obiettivo (si pensi ad esempio al fallimento dei colloqui di pace tra Siria ed Israele mediati proprio dalla Turchia, o alla guerra israeliana a Gaza che ha dato un contributo decisivo al fallimento di quelle trattative).
In base alla logica dell’integrazione economica e della stabilità politica si spiega anche l’atteggiamento di Ankara nei confronti del regime iraniano. I turchi non vogliono certamente un Iran in possesso di armi nucleari, ed hanno più volte criticato l’atteggiamento intransigente di Teheran, ma condividono con quel paese importanti interessi economici ed energetici, e non possono in alcun modo permettersi di correre i tremendi rischi che un’escalation della crisi con Teheran comporterebbe per la stabilità regionale.
E’ questo che ha spinto Ankara a compiere grandi sforzi diplomatici per giungere, insieme con il Brasile, alla firma dell’accordo sull’uranio arricchito iraniano, ed a votare “no” alle sanzioni ONU, suscitando l’irritazione dell’amministrazione americana.
contrasti turco-americani riguardanti l’approccio alla questione iraniana per certi versi replicano quelli che si ebbero tra Washington e Ankara in occasione dell’invasione americana dell’Iraq.
La stabilità regionale è di vitale importanza per Ankara, tanto più se si considera che l’altro potenziale sbocco economico a cui la Turchia ha ambito per decenni continua a rimanere precluso a questo paese: l’Unione Europea.
L’Europa costituisce il terzo fronte di incomprensione tra la Turchia e l’Occidente. La diffidenza di molti paesi europei nei confronti della Turchia è uno dei principali fattori che hanno spinto il governo guidato dall’AKP a cercare sbocchi economici alternativi, e non viceversa. L’AKP, che è accusato da molti in Occidente di aver rivolto lo sguardo a oriente spinto dalle proprie ambizioni “islamiste”, è stato in realtà uno dei partiti più convintamente europeisti in Turchia.
Naturalmente, sebbene il governo turco possa avere le proprie giustificazioni per la sua attuale linea politica, dei rischi esistono nell’attuale condotta di Ankara. La recente crisi nei rapporti turco-israeliani rischia di andare a scapito di entrambi i paesi. La Turchia da paese mediatore rischia di diventare parte in causa nel conflitto israelo-palestinese. Se da un lato ciò le farebbe guadagnare il consenso delle masse arabe, dall’altro certamente non le farebbe ottenere il favore dei regimi arabi (che guardano con diffidenza al ruolo turco nella regione) e susciterebbe ulteriori sospetti in Occidente.
La ricerca del dialogo con Teheran è scambiata da alcuni in Occidente come un’aperta dichiarazione di amicizia nei confronti del regime iraniano e del suo presidente Ahmadinejad, le cui dichiarazioni sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica sono certamente inaccettabili, soprattutto se si vuole avere la speranza di raggiungere un compromesso pacifico nella regione.
A giudizio di molti analisti, Ankara deve dunque evitare di diventare ostaggio delle proprie scelte politiche, cercando di non appiattirsi sulle posizioni iraniane e di non assumere un atteggiamento intransigente nella propria difesa dei palestinesi, e ribadendo invece la propria volontà di essere un ponte fra Oriente e Occidente, e fra l’Europa e il mondo arabo-islamico.
Il governo turco deve rifuggire da posizioni demagogiche e da errori come quello commesso dal primo ministro Erdogan quando ha espresso la propria solidarietà al presidente sudanese Omar al-Bashir, responsabile dei massacri in Darfur, affermando che “non è possibile, per coloro che appartengono alla fede musulmana, compiere genocidi”.
In assenza di una politica estremamente accorta da parte di Ankara, il rischio è che le divergenze tra la Turchia e l’Occidente crescano ulteriormente favorendo gli ambienti politici occidentali più intransigenti, che sono intenzionati a promuovere politiche ostili ad Ankara, come le dure parole di esponenti della maggioranza israeliana e dei neocon americani – i quali si ostinano a descrivere il governo turco come un governo che persegue un’agenda “islamista” – lasciano presagire.
Queste tensioni rischiano a loro volta di ripercuotersi sul dibattito politico in Turchia, inasprendo i contrasti fra l’AKP e l’opposizione laica nel paese in vista di delicati appuntamenti come il referendum del 12 settembre sul pacchetto di riforme costituzionali e le elezioni del 2011, ed alla luce della nuova offensiva del PKK e dell’impasse del processo di democratizzazione volto a risolvere la questione curda.

di Redazione - Medarabnews

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