giovedì 24 giugno 2010

La partita baltica degli idrocarburi

Unconventional. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto grosso modo 250 miliardi di metri cubi di gas naturale “non convenzionale”; e dunque di gas “tight”, gas da shale (scisti), e gas da letto di carbone (“CBM”). Tralasciamo l’approfondimento tecnico. A nostri fini, basta sapere che è tutto gas che fino a qualche anno fa non si riteneva possible produrre. Un libro non pubblicato, per parafrasare Goethe, è un libro non scritto. Un gas che non si può produrre è un gas che non c’è. Poi però un po’ alla volta hanno imparato a stamparlo; e adesso c’è, e tanto.  Dieci anni fa, lo avremmo contato come zero e avremmo scritto magari tremanti dell’imminente pesante dipendenza degli Stati Uniti dal gas straniero.  L’anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto più della Russia (ma magari in prima pagina non l’avete trovato), hanno importato meno del 10% del consumato, e il volume di unconventional che hanno prodotto equivale grosso modo al 100% del volume di gas naturale esportato dalla Russia nel corso dell’anno.



Europa. Dice che qui tra ambientalisti e  permitting e (forse) anche una diversa qualità delle risorse col cavolo che l’unconventional si riuscira’ mai a produrlo. Però non c’è nessuno che dica che non c’è.   World Energy Outlook, 2009, p. 413 : “unconventional resources in OECD Europe are large enough to displace 40 years of imports of gas at the current level, assuming recovery rates in line with those in North America”.  Magari e’ una bufala peggio dell’idrogeno. Però se anche fosse solo in parte vera ti cambia il mondo. La Polonia Texas d’Europa. I pellegrinaggi che riscoprono Czestochowa e snobbano Baku, per non parlare di Ashkhabad. Suppongo a qualcuno verrebbe da parlare di rivoluzione geopolitica. In realta’ aveva solo sbagliato scenario. Quando proiettiamo il domani, non facciamo spesso che proiettare l’oggi.  Business as usual.


Prima istruzione per l’uso.  Le risorse naturali preesistono alla politica, e qualche volta la modellano.  I combustibili fossili non si formano nelle viscere dei Dipartimenti di Stato e anche se la dinamica dei fluidi e’ infinitamente più noiosa della politica estera (o forse solo assai più complicata...) non sarebbe male ricordarsi di premettercela. Che poi ne escano modelli con troppe variabili per consentire una predizione dovrebbe essere solo normale. Nel futuro non c’e’ niente di solito.


La guerra del gas . E quelle del petrolio. Produttori contro consumatori. Ricatti e complotti e conflitti. In realtà non funziona. Gli idrocarburi  fino alla fine della seconda Guerra mondiale erano essenzialmente made in the U.S.A.  Negli anni trenta dell’altro secolo gli Stati Uniti arrivarono da soli ad oltre il 60% della produzione mondiale.  Poi si scopri’ che la maggior parte di quello che non era in America sembrava  quasi per contrappasso essersi andato a depositare lontano dalla Democrazia. Di qui, soprattutto dalla crisi del 1973, lamenti e allarmi e paure per la nostra dipendenza.  Facendo magari finta di non capire che chi produce ha spesso più bisogno di chi consuma che non viceversa, perche’ al netto della partita energetica il suo PIL rischia l’invisibilita’ e la sua bilancia dei pagamenti si mette a funzionare solo su un piatto (quello delle importazioni).  


Togliete gli idrocarburi ad Ahmadinejad e poi vediamo come paga le pensioni (tutti sicurissimi che il nucleare lo faccia con finalità prioritariamente belliche?).  Togliete la partita energetica all’amico Russo e ne avrete mutato  in recessione lo sviluppo interno dell’ultimo decennio. La chiusura selettiva dei rubinetti sin qui si è risolta nel chiudere a chi non pagava e quando ne mancava (2005) nel chiudere selettivamente a chi pagava meno. Che poi in entrambi i casi si trattasse di soggetti statali già appartenenti all’orbita sovietica magari dà il sospetto che fosse complotto imperiale; però dà anche la certezza  che la crisi aveva radici nel collasso economico interno. “La via del gas russo non e’ necessariamente una minaccia”; e un modo proficuo per provarsi a leggere la politica russa  da Putin in poi può assumere le lenti del tentativo di diversificare le fonti di prodotto interno, e leggere come priorità dell’Amministrazione russa, prima e più di quelle europee, la necessità di ridurre la propria dipendenza energetica.  Se bastassero riserve e rendita petrolifera a garantire sviluppo Nigeria e Congo sarebbero Paesi ricchi.



Seconda istruzione per l’uso. Per i produttori l’idrocarburo non è (di regola) strumento diretto di politica, ma strumento di finanziamento della politica. Se il prodotto interno è largamente tributario della produzione di idrocarburi non puoi privarti del loro reddito.  Poi, dato che il mondo è ormai un grande mercato, e proprio per questo, puoi permetterti di fare il selettivo. Gli arabi potevano proclamare l’embargo a Stati Uniti ed Olanda, che alla fine il loro greggio ci arrivava comunque attraverso quelli cui l’embargo non si applicava. Chávez può proclamare la priorità politica della destinazione del suo greggio, che in pratica vuol solo dire che dove non vende lui vendono gli altri, e l’importante alla fine è che si riesca a vendere a tutti.  Senza produrre ed esportare non ti paghi né il missile né la pensione.  Non puoi permetterti l’embargo del petrolio o la guerra del gas. Al più, puoi usare petrolio e gas per finanziarti la guerra.



Uovo e gallina. Senza il petrolio non ci sarebbe l’automobile. Falso. Il motore di Otto era progettato per andare a (gas di) carbone, e il motore di Diesel a vegetali. Il primo motore a combustione interna, quello di Barsanti e Matteucci, addirittura a idrogeno.  Poi è vero che senza il petrolio e la sua densità non avremmo cosiì compiutamente sviluppato la premessa della globalizzazione, e dunque la civiltà dell’automobile ovvero della mobilità incondizionata, da punto a punto, di uomini e merci. Pero’ l’intensità  e la modalità dell’applicazione del petrolio, in un secolo nel quale il suo maggior problema era che ce n’era sempre troppo, era spronata o frenata dal consumo, e non dalla produzione. Nella vita tutto è concausa; ma incluse le crisi del 1973 e del 1980 è sempre stato molto più lo sviluppo americano a determinare la produzione dello sceicco di quanto lo sceicco non abbia determinato  i consumi americani. Il mercato, diceva qualcuno, lo fa la domanda; e a volte è persino vero.



Terza istruzione per l’uso.  La tua capacità di approvvigionamento energetico è anzitutto funzione del tuo mercato e del tuo sviluppo interni. “Le pipeline definiscono relazioni industriali e politiche”. Dalla Guerra (nel senso ottocentesco, e non in quello iracheno) come forma necessaria del rapporto di dominio al Mercato (licenza retorica, e pure grondante... “scambi commerciali” sarebbe, nella sua modestia, più esatto) come forma necessaria della coesistenza. Con la conseguenza , tra l’altro, che dopo che nel secolo scorso ti e’ infine (faticosamente) riuscito di chiudere i Ministeri della Guerra, il nuovo paradigma di relazione magari adesso consiglierebbe se non di smagrire almeno di ripensare Dipartimenti di Stato e Farnesine.  Non basta ribattezzare la diplomazia “cooperazione internazionale”, o simili. Magari la diplomazia aiuta. Però non risolve. Perché la tua principale fonte di sicurezza energetica non è la brillantezza o il peso militare della tua politica/proiezione estera. La tua sicurezza energetica è anzitutto la tua capacità di produrre ricchezza interna.  Se mai vi sara’ competizione per risorse scarse, il vantaggio competitivo pendera’ tutto dalla parte di chi sapra’ finanziarsene l’acquisto. La “sicurezza” tributaria della “ricchezza” (e se pensate alle tragedie d’Africa, verrebbe quasi da dire che è sempre stato così). Non è a partire dalla politica estera, ma dal PIL e dalla sua crescita che si modelleranno, se mai, le forme di una assai ipotetica futura competizione eurocinese per il gas russo. ( Che poi magari la scarsità nel breve neanche la intravvedi,e di gas ce ne è, e tanto, e per secoli. Magari moltiplichiamo il nucleare, che col gas ci compete. Magari le rinnovabili diventano una meraviglia anche economica, o finanche l’idrogeno roba seria. Magari per tecnologia e per cultura abbattiamo i consumi fossili molto prima del previsto. .. La casistica delle possibili deviazioni dal business as usual  tende per definizione all’infinito).



La scrittura di “Oro Blu”, pur conoscendole, non esplicita le istruzioni per l’uso.  Sceglie di narrare e di narrarsi per altra via, apparentemente più ligia all’estetica classica della politica estera.  Cinematograficamente, è (quasi) una soggettiva. Perché l’estetica classica resta comunque lo strumento più diffuso della percezione. E perché le parole della politica estera sono le forme del consenso interno.  Un governante produttore che dicesse che gas is just money, oltre a durare pochissimo, fertilizzerebbe per reazione protezionismo e hybris nazionale. L’estetica classica richiede che al governato ed al governante ci si indirizzi in forme più rispettose del consenso e della cultura nazionale. “Sembra quasi che la Russia, per esprimere il suo carattere positivo e costruttivo, debba ancora prendere consapevolezza delle sue enormi potenzialità come Potenza industriale e economica... tornera’ ad essere un grande Paese, ma dovrà avere abbastanza fiducia in sé stessa da mettersi in gioco nella società aperta”. Detta cosi’, vorrebbe andare dalla stessa parte; e rischia pure di arrivarci prima. 


Questo testo è la prefazione del libro di Stefano Casertano "Oro Blu. La contesa del gas tra Cina, Russia ed Europa", di prossima pubblicazione da Fuoco Edizioni e da cui sono tratte le espressioni virgolettate nel testo"
di Massimo Nicolazzi
Fonte: Limes

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