venerdì 18 giugno 2010

La morale della contessa

Mi ha fatto male leggere su Valore Alimentare magazine n.30, primavera 2010 pag.9 la risposta della contessa Giulia Maria Crespi Mozzoni alla domanda: “Perché i prodotti biodinamici costano di più?” Avrebbe potuto limitarsi a dire cose perfettamente condivisibili o addirittura ovvie, come in effetti fa: “Se pensiamo [...] che nella mia azienda [Cascine Orsine], per lavorare 350 ettari, sono necessarie 20 persone mentre in una realtà convenzionale ne sarebbero necessarie 5, lei capisce bene come possono lievitare i costi di produzione. Si tratta di tutta un'altra impostazione tesa appunto alla qualità e alla salute della terra e dell'uomo.” Perfetto!


Ma la contessa, appunto, esordisce con: “C'è un problema: la gente si è abituata a spendere sempre meno per il cibo. Una volta ad esso era destinato il 30-35% dello stipendio medio di un operaio. Oggi il 15%.” Affermazione che fa venire in mente qualche battuta sulle statistiche, ad esempio quella di Andrew Lang sull'usarle come un ubriaco fa con un lampione, per un sostegno piuttosto che per la luce.
È innegabile che cinquant'anni fa la spesa alimentare si mangiava (sic) buona parte del salario e, forse, se torniamo a 100-200 anni fa si mangiava addirittura tutto o quasi! Ma non sono così giovane da non ricordare quando una mela era un frutto a portata di mano e una banana un bene di lusso, il panino si faceva con la mortadella affettata sottile e il prosciutto crudo era un oscuro oggetto di desiderio.
Ora, la spesa alimentare è sicuramente calata in proporzione al reddito, ma se si collocano le statistiche nella realtà, si vedrebbe che non sono cambiate solo le abitudini alimentari: nel bilancio familiare di mio papà e mamma non c'era la spesa per la palestra o la piscina, i pomeriggi non si passavano segregati in una stanzetta ma lungo i fossi a costruire capanne, nei campi a giocare a pallone o per le strade a nascondino; non c'era la spesa per gli abbonamenti al tram e a scuola si andava tutti in bicicletta, e per i vestiti c'era la mamma con la sua macchina per cucire. Non si spendeva nulla per il telefono, che ce l'avevan solo il parroco e l'ostetrica, e neppure per l'automobile (quel privilegiato del vicino metalmeccanico, portava in vespa il figlio grande davanti in piedi e la moglie seduta dietro con il piccolo in braccio). Neanche per l'acqua si spendeva una lira, che si poteva bere quella del pozzo, e non esistevano neppure le bollette per l'asporto rifiuti, che da buttar via c'era ben poco e ogni tanto passava quello di “strasse ossi e ferro vecio”. La domenica i piccoli la passavano all'oratorio e i grandi al bar con il biliardo e non ci si chiedeva ancora “dove passi il week-end?”
Da quarant'anni a questa parte le cose son cambiate grazie anche al fattivo contributo dei mass media, compreso il giornale di famiglia. Se in meglio o in peggio lo lascio dire all'amico 45enne con un lavoro prestigioso (creativo, pubblicitario imprenditore di se stesso): “Mio padre era un misero impiegato, mica un dirigente, aveva tre figli, lavorava solo lui e ogni giorno si prendeva il giornale e un caffè al bar; gli riuscì anche di comprarsi la casa e perfino una macchina. Io son da solo, non ho l'auto e faccio fatica a pagare l'affitto, il giornale non lo prendo e al bar ci vado solo se mi tocca, che non ho un ufficio”. Aggiungo, ad abundantiam, che gli tocca fare la spesa all'hard-discount. (certo, dirà la contessa, se rinunciasse ad andare a qualche mostra a Parigi o Londra... solo che non va neanche al cinema, e ciò cui potrebbe rinunciare sarebbe solo qualche libro (tascabile) e le sigarette. Così facendo potrebbe permettersi le zucchine o le carote biologiche, ma le ciliegie o i carciofi, il seitan o la “buona carne biodinamica” consigliata dai medici antroposofi alla loro sceltissima clientela, temo proprio resterebbero inaccostabili.
Un altro amico, sposato con un figlio piccolo e la moglie che pure lavora, anni fa mi disse di aver dovuto rinunciare con dolore alla spesa biologica perché, semplicemente, non ce la faceva più. E non potevo certo ribattergli di rinunciare a qualcos'altro, perché qualcos'altro cui rinunciare chiaramente non c'era (ma a ripensarci, forse sì: la pizza a domicilio il sabato sera).
Non credo la signora contessa conosca di questi casi, e sono lieto di renderla edotta. Così magari la prossima volta che vuol dare lezioni di economia domestica potrà tenerli presenti.
Cara contessa, ma lo sa che lei sta invitando i poveracci (senza offesa per gli amici!) a mangiare le brioches? Io credo che le sue prediche dovrebbe indirizzarle a chi per avere le fragole biodinamiche non deve certo rinunciare alle ostriche e allo champagne. Mentre la sua condivisibilissima conclusione (“chi spende meno ha necessariamente un prodotto scadente e spesso dannoso per la salute a causa dell'utilizzo di prodotti chimici nelle coltivazioni”) buttata là dopo il richiamo al 35% di una volta suona tanto di solenne rampogna a chi, brutto e sporco, per giunta sarebbe anche stupido. E l'operaio che oggi, a differenza di quello di una volta, non ce la fa ad arrivare a fine mese non credo meriterebbe di sentirselo dire, neppure da chi si vuole impegnato/a nel sociale.


di Lorenzo Santi  - Padova 17 giugno 2010
Articolo inviato a Nuovediscussioni dall'autore Lorenzo Santi

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