venerdì 25 giugno 2010

La fine del Thatcherismo



Il «budget inevitabile » presentato martedì dal governo di centrodestra britannico è un tradimento. George Osborne, conservatore, cancelliere dello Scacchiere, ha preso la valigetta rossa e spelacchiata che contiene i conti dello Stato e che i ministri delle Finanze del Regno si passano di mano, è uscito dal numero 11 di Downing Street e alla Camera dei Comuni ha annunciato il piano di rientro dal deficit pubblico, salito a oltre il 10% con la crisi economica. Tagli alla spesa ma soprattutto tasse. Parola che gli eredi di Margaret Thatcher avrebbe dovuto sempre accompagnare con «tagli» ma ora avvicinano ad «aumento ».

Disperati per lo stato delle finanze pubbliche, i conservatori britannici cambiano pelle: la riduzione delle imposte non è più la chiave che apre l’economia e fa prosperare il Paese. Il tradimento di quasi trent’anni di politiche fondate sulla supply side economics — cioè sull’economia che favorisce l’offerta e i suoi soggetti lanciata negli Anni Ottanta dalla signora Thatcher e dal presidente americano Ronald Reagan — non si consuma solo a Londra. Lì, il governo guidato da David Cameron ha deciso di aumentare l’Iva dal 17,5 al 20%, di introdurre nuove tasse su seconde case e investimenti in titoli finanziari, di ridurre le esenzioni fiscali e di inventare un prelievo sui patrimoni delle banche, l’industria più potente del Regno. Una manovra giustificata con i numeri spaventosi del deficit ma presentata anche con una certa baldanza, il che fa pensare che non sia stata una scelta sofferta. In altri Paesi succede lo stesso: magari con meno zelo, ma i partiti di centrodestra mettono le mani nelle tasche dei cittadini proprio come accusavano di fare i rivali socialisti e socialdemocratici. E’ l’austerità, cari europei.
In Germania, il governo tra conservatori e liberali ha vinto le elezioni lo scorso settembre promettendo meno tasse. Nella manovra di risparmi per 80 miliardi varata due settimane fa, Angela Merkel e il suo ministro Wolfgang Schäuble hanno invece introdotto tagli alla spesa ma anche imposte sulle banche, sulla produzione di energia nucleare, sui biglietti aerei. In Francia, Nicolas Sarkozy, altro presidente di centrodestra, è più prudente. Ciò nonostante prevede di chiudere alcune scappatoie fiscali per cinque miliardi e di recuperare altri 35 miliardi quando l’economia tornerà a crescere. In Ungheria, il governo conservatore di Viktor Orbán cerca di evitare la catastrofe finanziaria anche con un prelievo speciale sui profitti delle banche e l’introduzione di una tassa sui redditi uguale per tutti, al 16%, per convincere i cittadini a pagare le imposte. In Svezia, il governo di centrodestra guidato da Fredrik Reinfeldt andrà probabilmente alle elezioni del prossimo autunno con un programma meno aggressivo in fatto di riduzione delle imposte.

Non è ovunque così. In Canada, il primo ministro conservatore Stephen Harper ha tagliato l’Iva, le tasse sul reddito e quelle sulle imprese. E accompagna il tutto con una retorica robusta, tanto che gli avversari lo accusano di avere reso il termine tasse «una parola sporca». E negli Stati Uniti non tutti i conservatori hanno girato le spalle al reaganismo. Arthur Laffer — l’economista che ha inventato la curva che indica che oltre un certo livello di tassazione le entrate dello Stato calano perché l'economia non cresce—sostiene che gli Usa entreranno in recessione nel 2011. Il 1˚ gennaio dell' anno prossimo, infatti, finiscono i tagli alle imposte effettuati da George Bush. «La mia migliore stima — sostiene — è che il treno uscirà dai binari e si avvererà il nostro incubo peggiore, una seria ricaduta nella recessione». In Europa, però, il cambio di stagione è palese, le tasse sono tornate. Nella maggior parte dei casi, forse esclusa la Gran Bretagna, non si tratta però di una rivoluzione ideologica ma di un adattamento ai deficit insostenibili. I partiti conservatori seguono, con moderazione, i modelli socialdemocratici sul versante delle imposte ma non su quello della spesa: quella la tagliano.

Mettono cioè l’accento sulla necessità di riportare sotto controllo i conti anche limitando le dimensioni dello Stato. Pragmaticamente, diventano partiti delle tasse ma non della spesa, un lumicino liberista lo tengono acceso: non mettono imposte allo scopo di spendere di più. Infatti, lo scontro tra destre e sinistre, in questo dopo crisi, si è spostato: le prime vogliono austerità per riprendere in fretta il controllo dei conti, le seconde, ad esempio l'Amministrazione Obama o economisti come il Nobel Paul Krugman, chiedono che gli stimoli alle economie vadano avanti fino a quando la ripresa non sarà solida. Il dilemma diventa acuto in Europa, dove il Welfare State e l’invecchiamento della popolazione mettono in crisi i conti pubblici. Tant’è vero che le sinistre, quando sono al governo come in Spagna e in Grecia, tagliano i sussidi, aumentano l’età pensionabile, liberalizzano il mercato del lavoro. In altre parole, tradiscono anche loro.


di Daniele Taino

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