domenica 20 giugno 2010

Kirghizstan “verso la normalità”. Il conto è di 2000 morti

Rifugiati uzbeki ammassati a ridosso della frontiera
La presidente ad interim del Kirghizstan, Roza Otunbayeva, ha visitato oggi la città di Osh (la seconda del paese), devastata dalle violenze inter-etniche dei giorni scorsi, e ha riferito ai giornalisti che il conto delle vittime alla fine raggiungerà probabilmente i 2000 morti, con migliaia di feriti e forse 400.000 sfollati e profughi, in gran parte appartenenti alla comunità uzbeka; circa il 60 per cento delle case di Osh risulta distrutto. Un portavoce dell’Unicef ha affermato che le persone in un modo o nell’altro coinvolte nell’emergenza umanitaria prodottasi in Kirghizstan sarebbero circa un milione.
Ciononostante, ha detto Otunbayeva, “la situazione sta tornando alla normalità” e “non c’è bisogno di un intervento di peacekeeper internazionali, il governo è in grado di tenere la situazione sotto controllo anche da solo” (anche perché il giorno prima le autorità russe avevano escluso di poter partecipare a un’operazione di peacekeeping). Addirittura, la presidente ha voluto confermare di nuovo che il 27 giugno si terrà in ogni caso il referendum costituzionale annunciato il mese scorso – anche se è lecito avere seri dubbi sull’effettivo grado di controllo esercitato nel paese dalle autorità «provvisorie».
I governi che più da vicino seguono la situazione – Russia e Stati uniti, oltre a quelli dei paesi confinanti – per adesso si limitano a rivolgere pressanti inviti alle autorità di Bishkek perché fermino definitivamente i disordini; c’è però chi invece non nasconde la propria sfiducia nel governo provvisorio, e la cosa non è secondaria: si tratta infatti del leader bielorusso Aleksandr Lukashenka, secondo il quale non c’è verso di ripristinare l’ordine e la legalità nel paese centroasiatico se non verrà in qualche modo ri-coinvolto il presidente deposto Kurmanbek Bakiyev, che si trova appunto rifugiato in Bielorussia. La Otunbayeva e gli altri esponenti del governo provvisorio kirghizo sostengono invece che Bakiyev e suo figlio Maxim (rifugiato a Londra) siano i veri responsabili delle violenze dei giorni scorsi, che avrebbero istigato e favorito con traffici di armi e di droga.
Intanto ci sono ancora moltissimi ostaggi in mano ai gruppi armati delle due comunità che si sono affrontate, anche se lo scambio di questi ostaggi è in corso già da un paio di giorni in presenza di rappresentanti del governo centrale e di ong internazionali. Una situazione analoga a quella di Osh si riscontra nell’altro centro colpito dalle violenze, Jalal-abad (sempre nelle regioni meridionali del paese, ai bordi della valle di Ferghana), dove come a Osh resta in vigore il coprifuoco; e ancor peggiore probabilmente è la situazione nei villaggi e nei piccoli centri, in molti dei quali non è ancora arrivato nessun tipo di soccorso o anche solo di autorità in grado di fare un bilancio della situazione. “E si sa che nei nostri villaggi l’uso è quello di seppellire i morti subito, prima del tramonto”, ha aggiunto Otunbayeva per spiegare come mai i corpi fino ad ora identificati siano “solo” un decimo di quello che dovrebbe essere il numero reale dei morti. D’altra parte, ormai da giorni non si sente più sparare, almeno nelle città, e migliaia di persone sfollate nei giorni scorsi nel terrore dei pogrom stanno incominciando a rientrare, sia kirghizi sia uzbeki – quelli che non sono riusciti a passare la frontiera.
Nel frattempo però la tensione è andata spostandosi nelle regioni del nord (soprattutto a Chui) e nella capitale Bishkek. Posti di blocco gestiti dalle forze armate, dalla polizia e da gruppi di volontari armati presidiano praticamente tutte le strade, perché si temono nuove provocazioni e disordini, dietro cui ancora una volta ci sarebbero le trame dei seguaci di Bakiyev.

di Astrit Dakli

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