sabato 26 giugno 2010

Kirghizistan, gli scontri etnici orchestrati dagli alleati di Bakiyev


Secondo numerosi testimoni, sono stati gli alleati di Bakiyev a fomentare ad arte gli scontri ed a farli apparire come il risultato di tensioni etniche, favoriti dall’incapacità del governo provvisorio di controllare la situazione – scrive il corrispondente del Washington Post dal Kirghizistan, Philip P. Pan.

Un mese prima dei mortali scontri etnici che hanno devastato il Kirghizistan la scorsa settimana, una folla leale al presidente appena deposto, Kurmanbek Bakiyev, si era impadronita del palazzo del governo di Jalal-Abad ed aveva cacciato il governatore locale. Il giorno successivo, un altro gruppo di persone, che sosteneva le forze che hanno rovesciato Bakiyev, aveva ripreso possesso del palazzo ed aveva reinsediato il funzionario.
Da lontano, l’incidente poteva difficilmente apparire molto significativo. Il nuovo governo ad interim del Kirghizistan sembrava aver mantenuto lo status quo.

Ma il tira e molla del 13-14 maggio fu una svolta. Siccome molti nella folla che aveva avuto la meglio appartenevano alla minoranza uzbeka, la lotta per il controllo politico della regione cominciò ad essere visto come una battaglia per la sopravvivenza etnica, specialmente all’interno della maggioranza kirghisa. Questa sensazione divenne sempre più forte nelle settimane successive, fomentata da politici locali mentre le autorità nazionali nel Nord del paese faticavano a reagire.
Adesso, dopo lo scoppio dei tumulti, degli omicidi e degli stupri che hanno provocato circa 2.200 vittime e hanno devastato interi quartieri, due comunità che hanno vissuto insieme pacificamente per quasi 20 anni stanno ribollendo di ostilità reciproca, e il governo di questo paese strategicamente situato nell’Asia Centrale sembra più fragile che mai.
In un’intervista rilasciata a tarda notte, dopo il suo primo viaggio nel sud del paese, la presidente ad interim Roza Otunbayeva ha addossato la colpa delle violenze al suo predecessore in esilio, sostenendo che gli alleati di Bakiyev hanno sfruttato le annose tensioni etniche incitando alla rivolta. “La gente di Bakiyev ha capito che questo è il  punto su cui battere per distruggere davvero il governo e dare una svolta all’attuale situazione”, ha detto.
La Otunbayeva ha ammesso di non avere il pieno controllo delle forze di sicurezza e ha ammonito che gli alleati di Bakiyev stavano pianificando attacchi nel Kirgizistan del Nord, che ospita un’importante base aerea americana. “Ci sono parecchie persone che ricoprono posizioni chiave che sono leali a Bakiyev, e lo stesso si verifica nei governi locali”, ha detto. “Essi stanno lavorando duramente, e senza dubbio sono impegnati in azioni di sabotaggio”.
Ma il governo ad interim della Otunbayeva – formato da una coalizione di ex leader dell’opposizione che ha assunto il potere durante la sanguinosa rivolta di aprile contro Bakiyev – è stato sottoposto a dure critiche per aver mal gestito le relazioni etniche nel Kirghizistan del Sud e per non aver saputo impedire le violenze a Jalal-Abad e nella vicina Osh, la seconda città del paese.
Alcuni accusano il governo di viziare gli attivisti uzbeki che hanno irritato l’opinione pubblica kirghisa con richieste di maggiori diritti e di una maggiore rappresentanza. Altri dicono che esso ha tradito gli uzbeki – che sono stati suoi alleati nel rovesciare Bakiyev – non riuscendo ad affrontare i suoi sostenitori kirghisi.
L’etnia uzbeka rappresenta circa il 15% della popolazione, ma gli uzbeki rivaleggiano numericamente con i kirghisi nel sud del paese, che si trova a cavallo di una valle densamente popolata condivisa con l’Uzbekistan e il Tagikistan in base a confini arbitrari stabiliti nell’epoca sovietica. Nel 1990, un contenzioso tra uzbeki e kirghisi per il possesso della terra nella città di Osh provocò centinaia di morti.
Dopo che il Kirghizistan si è guadagnato l’indipendenza con il crollo dell’Unione Sovietica, il suo nuovo governo ha corteggiato gli uzbeki definendo il paese come “la nostra casa comune”, e le tensioni si sono attenuate. Sebbene gli uzbeki abbiano goduto di una rappresentanza limitata all’interno del sistema politico, essi si sono arricchiti e sono riusciti ad imporsi nel settore del commercio nel sud del paese.  
Ma lo scontento è cresciuto sotto il governo Bakiyev, un nativo del sud che giunse al potere nel 2005 e cercò di consolidare il controllo sull’economia. Gli uzbeki si sono uniti all’opposizione che lo ha estromesso, e a maggio, quando i fedeli di Bakiyev hanno preso il controllo degli uffici del governatore a Jalal-Abad, gli uzbeki hanno risposto alla richiesta di aiuto del governo ad interim per riprenderne possesso.
In prima fila c’era Kadyrzhan Batyrov, un importante politico uzbeko, uomo d’affari e preside di un’università, che ha affermato che la cacciata di Bakiyev significava che gli uzbeki avrebbero finalmente ottenuto i diritti che gli spettano. Dopo aver riconquistato il palazzo, la folla ha marciato verso la residenza della famiglia Bakiyev a Jalal-Abad e l’ha data alle fiamme.
Testimoni affermano che i kirghisi e gli uzbeki hanno marciato fianco a fianco. Ma i sostenitori di Bakiyev hanno inquadrato il conflitto in termini etnici e hanno dipinto Batyrov come un nazionalista uzbeko radicale, instillando nei kirghisi locali la paura che gli uzbeki potessero ottenere troppo potere per poi tentare la via della secessione.
Cinque giorni dopo l’incidente, una folla di kirghisi armati ha marciato verso l’università di Batyrov e si è scontrata con i suoi sostenitori uzbechi. Almeno due persone sono rimaste uccise e i feriti sono stati più di 70.
I leader uzbeki hanno esortato il governo a difendere Batyrov, ma sotto la pressione pubblica, esso invece ha intentato un’azione penale contro di lui.
“È stato un tradimento puro e semplice”, ha detto Edil Baisalov, che aveva prestato servizio come capo dello staff della Otunbayeva fino a quando non ha rassegnato le dimissioni lo scorso mese per avviare un suo partito politico. “I nostri nemici hanno cercato di definire quello che è avvenuto in termini etnici, e la codardia della leadership del governo ad interim glielo ha consentito”. 
Baisalov ha detto che le tensioni etniche nel sud sono andate crescendo per anni, ma che la riluttanza del governo a rimuovere i sostenitori di Bakiyev, compreso il sindaco di Osh, hanno peggiorato la situazione. “Questa mancanza di volontà e di spina dorsale ha comportato una totale mancanza di sicurezza”, ha detto.
Felix Kulov, un ex primo ministro nonché leader dell’opposizione, è d’accordo sul fatto che il governo abbia sbagliato nel non eliminare gli alleati di Bakiyev. Ma egli ha detto che le autorità avrebbero anche dovuto persuadere i leader uzbeki come Batyrov a trattenersi dal fare richieste politiche su argomenti sensibili – compreso il riconoscimento dell’uzbeko come lingua ufficiale insieme al kirghiso e al russo – nel corso di una transizione politica incompiuta.

“Non è un crimine, ma guardiamo alle conseguenze”, ha detto. “Ciò ha contribuito direttamente a questi eventi”.
Kamchylbek Tashiev, un politico nazionalista kirghiso, ha detto che gli sforzi del governo volti ad assicurarsi il voto degli uzbeki alle prossime elezioni hanno rafforzato radicali come Batyrov, da lui accusato di essere direttamente coinvolto nelle violenze. “I leader uzbeki in Kirghizistan sono la causa principale di questo conflitto”, ha detto, sostenendo che è stato pericoloso accettare persino di discutere le loro richieste.
Alcuni membri del governo hanno anch’essi iniziato a dare la colpa delle rivolte a Batyrov, che ha fatto perdere le proprie tracce, così come anche ad altri individui da loro descritti come estremisti uzbeki. Ma Jalaldin Salakhitdinov, un leader uzbeko di Osh, ha detto che simili affermazioni sono ridicole. 
“Non ci sono estremisti uzbeki. Erano kirghisi coloro che ci stavano uccidendo, e ora il governo parla di estremisti uzbeki?” ha detto Salakhitdinov. “Per loro è un’ottima scusa per mascherare la loro incompetenza”. 

di Philip P. Pan
Philip P. Pan, inviato in Kirghizistan per il Washington Post, è direttore degli uffici di Mosca del giornale americano; è autore del libro “Out of Mao’s Shadow. The Struggle for the Soul of a New China”
Traduzione a cura di Medarabnews

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