martedì 15 giugno 2010

In Kirghizistan è ormai caccia aperta all'uzbeco


Esercito, stato d'emergenza e coprifuoco non sono bastati, finora, a fermare quella che ormai è diventato un vero e proprio pogrom anti-uzbeco.

In tre giorni di incontrollabile follia, orde di giovani kirghisi armati di fucili, asce, coltelli e bastoni hanno seminato terrore, morte e distruzione nei quartieri uzbechi di Osh e Jalalabad e nei villaggi delle enclavi uzbeche. 
Donne e bambini inseguiti e uccisi per le strade, i loro cadaveri abbandonati tra le macerie fumanti delle case date alle fiamme. Le uniche abitazioni risparmiate sono quelle contrassegnate dalla scritta 'kyrgyz', a indicare che lì ci vivono dei kirghisi.

Le violenze continuano. Finora si contano almeno 120 morti e 1.500 feriti, quasi tutti uzbechi. Secondo fonti uzbeche, i morti sarebbero oltre 200 ma il bilancio potrebbe essere anche più pesante, perché gli uzbechi non stanno più andando negli ospedali per paura: ormai, se ci riescono, scappano nel vicino Uzbekistan. Finora 100 mila persone sono fuggite oltreconfine, dove la locale crocerossa sta allestendo dei campi profughi.

Finora, polizia ed esercito non sono stati in grado di riprendere il controllo della situazione. In molti casi sembra anzi che abbiano dato man forte alle bande kirghise: diversi video mostrano carri armati e blindati guidati dai militari che scarrozzano in giro giovani armati esultanti. 
Il governo provvisorio ha inviato in zona rinforzi e mobilitato i riservisti. Ha perfino chiesto l'intervento delle truppe russe di stanza nel paese: finora però il Cremlino ha declinato l'invito.

La presidente ad interim, Roza Otunbayeva, ha apertamente accusato il deposto presidente Kurmanbek Bakiyev di aver fomentato queste violenze per destabilizzare il nuovo governo al fine di impedire il referendum costituzionale del 27 giugno e le prossime elezioni di ottobre. Bakiyev, dal suo esilio bielorusso, ha smentito ogni coinvolgimento, ma il sospetto di una manipolazione politica rimane. La regione degli scontri è la storica roccaforte dell'ex presdiente, mentre gli uzbechi sostengono il nuovo governo.
Il timore è che l'instabilità politica seguita alla caduta del regime di Bakiyev riporti a galla le mai sopite tensioni etniche che hanno sempre caratterizzato la storia di questo Paese, caratterizzato da una forte presenza autonomista di uzbechi nella fertile regione agricola meridionale del Fergana. Eredità dei confini anti-etnici tracciati da Stalin, che ripartì questa popolazione tra tre diverse repubbliche sovietiche: Uzbekistan, Tagikistan e appunto Kirghizistan.
Durante gli anni di disfacimento dell'Urss, l'indipendentismo degli uzbechi del Kirghizistan meridionale si risvegliò, esplodendo in proteste e rivolte contro la maggioranza kirghisa che sfociarono nel sanguinoso massacro di Osh, dove esattamente vent'anni fa (giugno 1990) oltre 300 persone morirono nel corso di violentissimi scontri etnici, terminati solo dopo l'intervento dei carri armati russi.
Negli anni successivi, la violenza tra le due comunità riesplose più volte, vestendosi di inediti significati politici e inserendosi nella lotta tra gli opposti clan in lotta per il potere. Gli uzbechi del Fergana furono i più attivi nella rivolta del 2005 che rovesciò il regime di Askar Akayev, e lo stesso è accaduto durante le sommosse dello scorso aprile che hanno rovesciato Bakiyev.

di Enrico Piovesana

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