mercoledì 23 giugno 2010

Il "Cul de sac" dell'Ossezia del Sud

Leningor-Tzkhinval (Ossetia del Sud) - Arrivare a Leningor (Montagna di Lenin) dalla capitale Tzkhinval è davvero un’impresa. Novanta chilometri di monti e di valli di una bellezza indescrivibile, immersi in un verde cupo, compatto, ondulato come una capigliatura ricciuta che non lascia mai intravvedere la cute. La strada è stata scavata in tutta fretta dai bulldozer, in pochi mesi. Il fondo stradale è un mare dalle onde aguzze di pietra. Condutture di scolo non c’era il tempo di scavarle e, dunque, la terra, ricchissima di acqua alpina, crea pantani e laghi interi, dentro il quale solo auto da guerra e giganteschi Kamaz posso sguazzare.
 Le salite e le discese sono così ripide che solo prime marce rinforzate consentono di superarle. Chi si rompe rimane sul posto in attesa che, qualche giorno dopo, vengano a trarlo d’impaccio.
Non c’è altro modo. Il quarto distretto dell’Ossetia del Sud, quello che appunto si chiama Leningorskij (gli altri tre sono il Dzhavskij, lo Tkhinvalskij, e lo Znaurskij) è separato dagli altri da montagne intatte. Quando l’Ossetia del Sud era una regione autonoma della Georgia, cioè fino al 1990, per restare nel secolo XX, per passare da una valle all’altra si scendeva da Tzkhinval a Gori, e poi si risaliva verso Leningor. In tutto una quarantina di chilometri, per giunta asfaltati.
Ma adesso quella strada passa tutta in territorio nemico, cioè georgiano. E allora non è restato altro che farne una nuova, a tappe forzate, in territorio amico.
zchinvali065
Ecco un altro esempio di questa “finis Terrae”. Un paese che ha una sola porta d’ingresso, il tunnel di Rok, a quasi 2000 metri, per arrivare dall’Ossetia del Nord, cioè dalla Russia. E non ha uscite di sorta. Un cul de sac chiuso da tutti i lati: alle spalle dalla imponente catena del Caucaso, a sud, est e ovest, scendendo le valli, c’è la frontiera contrastata, contestata, intinta di sangue e di odi. Che non è mai stata amica, in nessuno dei dieci secoli precedenti. E che, anche per questa non banale ragione, non sarà amica mai più.

In politica, come in amore, mai dire mai. Ma questa è un’eccezione. Dopo tanti massacri, gli Osseti del Sud tutto potranno essere salvo che georgiani. Provare per credere. Io posso dire ormai di conoscerli abbastanza. Ma sarebbe utile che qualche delegazione parlamentare europea, o italiana, andasse a sincerarsi se mi sto sbagliando.
Ma il distretto Leningorskij è una specie di strana smagliatura di questo cul di sacco. Ambivalente, osmotica in un senso solo. Quando ci arrivo, scavalcando un imponente accampamento militare russo, con cannoni e trincee rivolti a sud-est, la prima cosa che salta agli occhi sono le targhe delle auto: quasi tutte georgiane. Credevo che di georgiani in Ossetia del Sud non ne fossero rimasti. Nessuno. Come di Osseti del Sud non ne è rimasto nessuno, o quasi, in Georgia. Mi sbagliavo. Qui la maggioranza, al momento, è georgiana: il 60% degli abitanti di questa valle.
L’altra cosa che si vede subito, nella generale miseria materiale in cui vive questa gente, non importa di quale nazionalità, è che le case non sono distrutte; non portano segni di mitragliate, non hanno tetti divelti.
Infatti qui, nell’ultima guerra, quella dell’agosto 2008, non si è combattuto. Gli ossetini – mi raccontano – sono scesi, disarmati, a riprendersi quello che era loro fino al 1991. Proclamando che a tutti i residenti sarebbe stata garantita la proprietà dei beni, delle casa, dei terreni. Ovviamente della vita.
Erano disarmati, gli ossetini. Ma dietro di loro tutti sapevano che c’era la possente colonna dei carri armati russi. E un’altra colonna risaliva dal sud la strada asfaltata che viene da Tbilisi, dopo avere messo in rotta l’esercito georgiano. Non c’era scelta, ma, per così dire, le cose venivano facilitate. E va detto che le promesse sono state mantenute. La sera, prima di rimetterci in marcia per altre quasi quattro ore di ballo di San Vito, sarà un capofamiglia georgiano, il signor Maziashvili, a offrirmi la cena di congedo, al pianterreno di un palazzo dei tempi sovietici, di tre piani, non finito, anzi solo cominciato vent’anni fa, di cui il padrone di casa ha occupato alcune stanze dopo averle rifinite a dovere.
paesaggiosudossetia
I georgiani sono dunque rimasti in territorio del sud: e non come ostaggi ma come privilegiati. Non tutti, perché molti altri sono fuggiti. Quelli che avevano da temere rappresaglie per le loro azioni durante la guerra del 1990/1991. Ma quelli che sono rimasti, ovviamente con il loro passaporto georgiano, possono attraversare liberamente la frontiera. E ci sono quelli che hanno casa in Georgia, ma campo o stalla in Ossetia del Sud. E prendono dal governo di Tbilisi 10 mila dollari a testa come compensazione per il disagio. Dollari nel senso che il governo georgiano non potrebbe permettersi un tale lusso, che dunque paga Washington. Sono gli unici che possono far uscire e entrare qualche cosa da questo imbuto, ortaggi, carne, generi alimentari che altrimenti resterebbero a marcire a Leningor.

Perché la reciprocità non vale. Un ossetino non può andare oltre il posto di blocco russo in fondo alla valle esibendo il suo passaporto ossetino. Oltre la terra di nessuno i georgiani lo arresterebbero per una considerevole quantità di capi d’imputazione: da renintente alla leva a evasore fiscale, a nemico di guerra.
Ne consegue che quasi tutti, a Leningor, hanno il passaporto georgiano: anche gli osseti. I quali ultimi, in tal modo, hanno ben tre passaporti, il terzo essendo quello russo. Al quale nessuno rinuncia perché è una specie di assicurazione gratuita sulla vita.
I georgiani mandano i figli nelle sei scuole georgiane, che paga il governo dell’Ossetia del Sud, con l’aiuto russo. In compenso, per diventare postino o funzionario qualunque, nel distretto, bisogna conoscere la lingua ossetina (che con la georgiana non è nemmeno lontana parente) e il russo.
Il futuro, se sarà di pace, potrebbe essere ricco. Ai tempi sovietici qui si allevavano 260 mila capre e pecore. La natura è generosa, la terra feconda. Con la nuova strada asfaltata che Putin ha promesso entro un anno, un po’ più a sud, di venti chilometri più breve, la vita riprenderebbe agevolmente e l’imbuto sarebbe meno costringente.
Il capo dell’amministrazione ossetina del distretto, Alan Aleksandrovic Giussoev, nativo di Tzkhinval, ammette però che nessun georgiano gli affitterebbe mai una stanza (“per timore di rappresaglie, perché qui tutti sanno tutto di tutti”). E, per la stessa ragione, lui non chiede ospitalità neanche agli ossetini. Vive nell’unico albergo, si fa per dire, del villaggio.
I georgiani, però, non fanno arrivare il gas da più di un anno. Nelle case si va a bombole, portate da Tzkhinval, oppure si mette la legna nelle stufe. E, per fortuna legna non ne manca. In questo clima da braccio di ferro permanente gli ossetini minacciano che chiuderanno il passaggio dell’acqua nelle condutture costruite ai tempi sovietici. L’esito provvisorio, forse finale, è che gli ossetini si sono ripresi 500 chilometri quadrati di montagne che i georgiani avevano portato loro via 17 anni fa.
La Georgia, per la immane sciocchezza di Saakashvili, si è giocata il suo ingresso nella Nato, ma anche la perdita definitiva di Tzkhinval e di Sukhumi, cioè dell’Ossetia del Sud e dell’Abkhazia. E, per giunta, se la Georgia era importante tre anni fa, per gl’interessi americani nell’area, adesso conta molto meno di Ankara. Tbilisi, oggi, non varrebbe una messa.
Comunque il punto più caldo è il distretto Leningorskij. Ma attaccare gli osseti significa adesso attaccare la Russia. E non se lo può permettere né Saakashvili, né Obama.
di Giulietto Chiesa 

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