venerdì 4 giugno 2010

Evasori fiscali: in tempo di crisi, anche gli amici del Governo ballano...un pochino!

L'Europa e i sindacati impongono al governo di colpire chi non paga le imposte. Il governo annuncia misure. Ma per i furbi restano buchi e scappatoie. Ecco quali.

L'inattesa svolta del governo Berlusconi contro gli evasori fiscali è nata durante un 
incontro a porte chiuse nel palazzo del Tesoro, in via XX Settembre a Roma.
Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, era da poco rientrato dal vertice europeo del 10 maggio e stava illustrando a Confindustria e sindacati (Cgil esclusa) le linee guida della manovra finanziaria da 24 miliardi di euro imposta da Bruxelles per ridurre il debito pubblico. Si parlava di congelamento degli stipendi pubblici quando il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha preso la parola: «Guardi che la precondizione è che lei faccia qualcosa contro l'evasione». Il ministro ha provato a rispondere che si stava già muovendo e che avrebbe rafforzato il cosiddetto redditometro, lo strumento che dovrebbe stanare i nullatenenti che viaggiano in Cayenne.

Bonanni, racconta a "L'espresso" uno dei presenti, non ha abboccato all'amo: «Per noi è dirimente la tracciabilità dei pagamenti. Il governo Prodi aveva previsto la tracciabilità dei pagamenti oltre i 100 euro, voi l'avete cancellata. Ora dovete dare un segnale», ha insistito. Da lì, la lotta all'evasione è comparsa nei programmi del governo, prezzo da pagare per ottenere i tagli ai dipendenti pubblici.

Pochi, nei sedici anni della loro stretta alleanza, si sarebbero aspettati di ascoltare - com'è avvenuto il 26 maggio - Silvio Berlusconi e Tremonti rammaricarsi per livelli di evasione fiscale ormai «inaccettabili», parlando insieme dal podio di Palazzo Chigi, di fronte alle telecamere. Il premier, che come titolare della Fininvest è stato accusato di aver creato ingenti fondi neri all'estero, delle critiche al fisco ha sempre fatto un cavallo di battaglia: «È giusto non pagare tasse considerate esose», ripeteva ancora nel 2006. E Tremonti ha costruito la propria fortuna politica anche sulla difesa degli interessi dei lavoratori autonomi e delle partite Iva, dove maggiore è l'evasione, preferendo lodarne «la vitalità».

LA MARCIA INDIETRO La svolta è arrivata con l'ultima manovra finanziaria, che reintroduce - anche se in maniera annacquata - le misure anti-evasori dell'ultimo governo Prodi, che Tremonti aveva cancellato con un decreto firmato il 18 giugno del 2008, dieci giorni dopo essere tornato al ministero. Due i provvedimenti principali. Primo: i pagamenti in contanti ai professionisti - avvocati, notai, commercialisti, medici - non potranno superare la soglia dei 5 mila euro, oltre la quale si dovranno usare bancomat, carte o assegni, che lasciano una traccia contabile. Secondo: le fatture superiori a 3 mila euro dovranno essere trasmesse telematicamente al Fisco, che le potrà utilizzare per eventuali approfondimenti.

Tremonti assicura che dalla stretta arriverà un gettito miliardario, ma non sono mancati giudizi critici o in chiaroscuro. L'ex ministro Vincenzo Visco ha osservato come i limiti introdotti ai suoi tempi fossero più stringenti: «La terapia d'urto non c'è, il governo tutela gli interessi dei suoi elettori». Una parcella legale da 7 mila euro, in effetti, potrà essere banalmente suddivisa in diverse fatture, distribuite lungo il mandato e tutte sotto i 3 mila euro: l'anticipo, il contributo per le spese, il saldo. E i controlli saranno elusi.

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, ha osservato invece che la lotta all'evasione, nel medio termine, deve porsi obiettivi più ambiziosi: non solo contribuire a contenere il deficit pubblico, ma anche ridurre le tasse a chi le paga. Inoltre, il legame fra la punizione ai disonesti e il premio per gli onesti andrebbe «reso visibile», fattore che manca nella manovra. Draghi ha ipotizzato traguardi impegnativi: solo sull'Iva, ha detto, non vengono pagate tasse per 30 miliardi l'anno. Recuperarli basterebbe, in teoria, per dimezzare in pochi anni l'enorme debito pubblico italiano.


LA BATTAGLIA DELL'IVA Forse non è casuale che il governatore abbia messo nel mirino l'imposta sui consumi, uno dei simboli della dilagante evasione. Per capire quanto la questione sia delicata occorre fare un passo indietro.

Da quando è tornato al ministero, Tremonti ha concentrato l'attività dell'Agenzia delle Entrate, l'ente che vigila sui furbetti del fisco, prima sulle grandi imprese, poi sulle medie, assoggettate a una verifica continua chiamata tutoraggio. I numeri della strategia sono messi a nudo in un documento interno dello scorso febbraio, che "L'espresso" ha potuto leggere.

Nel 2010 sono previsti ben 1.458 accertamenti per le imprese sopra i cento milioni di ricavi; 10.974 per quelle di medie dimensioni, con un fatturato compreso fra i 5 e i 100 milioni; 223.377 per le ditte più piccole e i professionisti. Se a prima vista quest'ultimo numero sembra alto, nei fatti non è granché, se si considera che i controlli si rivolgono a una platea di 6 milioni di persone. In pratica, se con il tutoraggio i grandi sono sempre sotto esame, la massa dei piccoli corre pericoli una volta ogni molti anni. E quando l'ispezione arriva, c'è il salvagente degli strumenti voluti da Tremonti (l'adesione ai verbali di constatazione e agli inviti), che garantiscono sanzioni (il 12,5 per cento dell'evasione accertata) dimezzate rispetto a prima.

Il documento dell'Agenzia mostra altri due fatti interessanti. Il primo è che, a febbraio, erano previsti per l'intero 2010 solo 27.036 controlli attraverso il redditometro, lo strumento sul quale Tremonti dichiara ora di puntare forte. Il secondo è che dal lessico dell'Agenzia è scomparso il termine «ricevuta fiscale», i cui controlli sono stati assorbiti da quelli - già deboli - sugli studi di settore. Messaggio chiaro: limitare i fastidi alle categorie numerose, commercianti in testa.

I VERI RISULTATI Attilio Befera, numerouno dell'Agenzia, ha spesso detto di preferire controlli selettivi a quelli di massa. Dalla sua, esibisce i risultati: l'Agenzia nel 2009 ha incassato 9,1 miliardi, rispetto ai 6,9 del 2008. L'ammontare, pur considerevole, è però influenzato da voci che, viste meglio, hanno poco a che fare con la ferocia degli ispettori: il rimborso degli aiuti di Stato alle municipalizzate di luce e gas (577 milioni), bocciati dalla Ue ma a lungo difesi dal governo; il deludente tentativo di riscuotere le rate mai pagate delle mini-sanzioni previste da chi ha beneficiato dei condoni tremontiani (300 milioni, su un buco totale di 5,1 miliardi).

Ora, con il parziale dietrofront sul tracciamento, è Tremonti a rimangiarsi la teoria dei controlli selettivi. Il problema, però, è a monte, riguarda l'enorme mole di contribuenti che non pagano il dovuto.

Alessandro Santoro, autore del libro "Evasione fiscale. Quanto, come e perché", ha calcolato che il gettito Iva non varia in modo conforme all'andamento della base imponibile (vedi grafico a pagina 54). L'onestà dei contribuenti muta e, dal 2008, ha azzerato i progressi fatti dal 1996: «L'ipotesi di un incremento della propensione all'evasione in questi due anni è più che plausibile », ha scritto su "lavoce.info".

I POVERI TI PAGANO LO YACHT Un esempio di come l'Iva negli anni abbia subito colpi tremendi viene dal mondo degli yacht. La questione si apre a fine 2000, quando una norma della sciagurata finanziaria varata dal governo Amato permette di ridurre l'Iva sui leasing pagati dalle barche usate, in teoria, in acque extra-europee. L'allora direttore dell'Agenzia, Massimo Romano, cerca di limitare i danni ma il suo sostituto Raffaele Ferrara - nominato da Tremonti - nel giugno 2002 firma una nuova, generosa direttiva.

In pratica, se per gli yacht più lunghi di 24 metri paghi l'Iva solo sul 30 per cento del valore, per le piccole barche la paghi tutta. Il risultato, per il ministro che si crede Robin Hood, è paradossale: più la barca è milionaria, meno Iva paghi, sulla base del dubbio presupposto che un panfilo lo compri per navigare oltre Gibilterra, non per farti vedere a Portofino. Nel 2007, con il ritorno di Romano Prodi, partono i controlli, che pescano alcuni furbetti con contratti di leasing fittizi. Il danno, però, è fatto.

Roberto Convenevole, capo dell'ufficio studi dell'Agenzia prossimo a lasciare l'incarico, ha pubblicato una dura riflessione sulle agevolazioni concesse in questi anni (La materia oscura dell'Iva, su www.ilmiolibro.it). Un caso sono le cosiddette compensazioni. Nate nel '98 per permettere di annullare i debiti fiscali con i crediti, sono rimaste a lungo senza controlli. Tanto che il loro valore è esploso in dieci anni a 19 miliardi.

I CONDONI E IL SOCIO DI GIULIO L'altro argomento che rischia di minare la lotta sono gli effetti dei condoni varati negli anni da Tremonti. Le cronache seguono con attenzione le vicende degli elenchi di sospetti evasori - dalla lista di Vaduz a quella Pessina, dai clienti Getraco all'affare Falciani - caduti nelle mani del Fisco, spesso per merito della magistratura. Il problema è che spesso, quando i magistrati avrebbero potuto mettere le mani sul bottino, si sono trovati di fronte felici utilizzatori dello scudo fiscale.

Gli evasori, in effetti, sono gente dura. Lo mostra il caso finora ignoto di un imprenditore della lista Pessina, convocato dai magistrati milanesi Gaetano Ruta e Laura Pedio per aver fatto lo scudo dopo che erano già partite le indagini penali. «Lo scudo era comunque possibile. E poi, eventualmente, non c'è truffa ai danni dello Stato ma al massimo il reato di uso illecito dello scudo», hanno sostenuto i suoi legali.

Già, perché lo scudo prevede un reato tutto suo, punito con la reclusione da tre mesi a un anno, molto meno della pena - da uno a cinque anni - prevista per la truffa aggravata. Dalla loro, i magistrati hanno un precedente: il famoso scudo retrodatato dei due manager dell'Unipol, Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti. I due, per questo, hanno patteggiato e con loro lo ha fatto il loro commercialista Claudio Zulli, storico collaboratore bresciano dello studio privato fondato da Tremonti: dopo aver risarcito 118 mila euro, ha versato allo stato una pena pecuniaria di altri 7.190 euro. Quella volta i magistrati hanno avuto fortuna, perché gli stessi indagati hanno accettato di patteggiare il reato più grave, la truffa. Non sempre, però, la giustizia trionfa.

di Luca Piana
ha collaborato Michele Di Branco
Fonte: L'espresso

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