lunedì 21 giugno 2010

Africa, la terra promessa del narcotraffico

Ne vorrebbero fare una gigantesca piattaforma, uno scalo commerciale galleggiante tra l'Oceano Indiano e l'Atlantico, tra il Sudamerica, l'Asia e l'Europa. Questa è l'Africa che sognano i narcotrafficanti e qui passa la nuova frontiera della lotta alla droga. Ad est arrivano carichi di eroina dall'Asia, a ovest la cocaina sudamericana, a sud invece regnano le anfetamine e le droghe sintetiche, mentre nel nord, tra gli immensi deserti, si perdono le tracce dei trafficanti che puntano verso l'Europa.


Conti che non tornano. L'allarme sul rischio che il continente africano possa diventare un enorme hub internazionale del traffico di droga diretto in Europa (e non solo) non è nuovo ma dall'anno scorso sembrava rientrato. Due recenti vicende di cronaca, dalla Liberia e dallo Zambia, smentiscono gli ottimisti e confermano che è in particolare l'Africa Occidentale la nuova area calda. 
Ma andiamo con ordine. E' l'ottobre 2007 quando lo United Nations Office on Drugs and Crime (Unodc) pubblica un situation reportintitolato "Cocaine Trafficking in Western Africa". E' un documento che racconta la progressiva trasformazione della Guinea Bissau in un narco-stato, paventa il rischio che altri Paesi dell'area possano seguire lo stesso esempio e sciorina una quantità di cifre relative ai sequestri di droga effettuati, piuttosto eloquenti. I dati, infatti, parlano da soli e fanno suonare più di un allarme. Fino al 2005, la quantità media di cocaina sequestrata ogni anno nel continente si era attestata, più o meno, sulla tonnellata. Ma da allora in poi, i numeri cominciano a non tornare. Solo tra il 2005 e il 2006, i servizi antidroga africani ed occidentali hanno sequestrato qualcosa come 33 tonnellate di cocaina. Altre 15 ne sequestrano l'anno successivo e 13 nel 2008. Non cantano vittoria, però, gli analisti. Se si sequestra di più, è perché il flusso di droga in transito è aumentato considerevolmente, dicono, un flusso che corrisponde più o meno, secondo stime dell'Unodc, al 30 percento dell'intero mare di cocaina che entra in Europa ogni anno, per un valore di quasi due miliardi di dollari. Una cifra spaventosa, che oltre ad ingrossare i conti dei boss del narcotraffico può trasformare milizie claniche in temibili eserciti privati, capaci di creare serie minacce alla stabilità di uno stato o addirittura di prenderne uno in ostaggio. E' il caso della Guinea Konakry, dove la giunta salita al potere non nasconde l'origine delle sue fortune economiche e militari. Nella Guinea Bissau, invece, i carichi arrivano sotto la scorta dei reparti speciali. La polizia non possiede auto né radio, difficile possa fare qualcosa. Senza poi parlare del rischio che parte di questi capitali possa servire a finanziare il terrorismo internazionale. Gli analisti Usa, ad esempio, nel ricostruire i percorsi delle drug routes hanno notato con apprensione che buona parte delle piste che collegano l'Africa occidentale con quella settentrionale passano per aree del Sahel dove è forte la presenza di un gruppo conosciuto con l'acronimo di Aqim, AlQaeda in Maghreb. Questo spiega perché a Washington la questione, lentamente e in silenzio, abbia guadagnato spazio nell'agenda politica, fino a diventare quasi una priorità. Per capire quanto, basta confrontare gli stanziamenti previsti dal Dipartimento di Stato per i programmi antinarcotici in Africa, passati dal mezzo milione di dollari del 2006 ai 7,5 milioni del 2010. Parimenti, il Dipartimento della Difesa aveva messo in preventivo 19,3 milioni di dollari nel 2009, che sono diventati 28 quest'anno.


Le nuove rotte. Non entra solo cocaina in Africa anche se è questa la droga trafficata in quantità maggiori nel continente, e quella di cui si registrano i sequestri più ingenti. Una gran parte (l'80 percento circa, secondo le stime dell'Unodc) arriva via mare, principalmente da Colombia e Venezuela, mentre solo una prozione residuale viene spostata con voli di linea (sono considerati a rischio, ad esempio, quelli da San Paolo per Dakar e Istanbul, operati dalla Turkish Airlines) anche è in crescita il ruolo dei mezzi privati. La Homeland Security americana da anni tiene sotto osservazione il fenomeno dei cosiddetti "rough planes", flottiglie di aerei che fanno la spola tra Sud America e Africa e che sfruttano la debole copertura radar dell'Atlantico. Di velivoli sospetti ne sono stati intercettati una decina negli ultimi quattro anni, e pur puro caso. Alcuni montavano serbatoi aggiuntivi per potere effettuare rifornimento in volo e, secondo fonti Usa, rientrerebbero nella disponibilità di importanti cartelli messicani. Due le rotte marittime principali: una è la cosiddetta Highway 10, perché corre in corrispondenza del decimo grado di latitudine, tra il Venezuela e la Guinea: Capo Verde, Guinea Bissau, Sierra Leone e Liberia sono gli approdi preferiti. L'altra viaggia più a sud, e arriva nel Golfo di Guinea, con ingressi sparsi tra Ghana, Benin e Nigeria. 
Secondo quanto ricostruito dalle intelligence, una volta approdata nel continente, la droga viene smistata attraverso due percorsi terrestri principali. Il primo parte dalla Guinea Bissau e prevede l'attraversamento di Gambia, Senegal e Mali. Il secondo parte dai porti d'ingresso sul Golfo di Guinea e prosegue via terra per Ghana, Togo, Benin, Nigeria, dai cui aereoporti decollano gli aerei passeggeri di cui si servono i narcotrafficanti. Le piste di terra proseguono poi verso nord, attraverso Mali, Mauritania e Niger. Ma nel Sahel si perdono le loro tracce e su come si articolino i percorsi del narcotraffico gli analisti possono fare solo ipotesi.

La cronaca recente. Per buona parte del 2009 si era registrato un calo verticale dei sequestri e aveva fatto sperare che fosse la conseguenza di una convinta attività di contrasto al narcotraffico. Poi è successo qualcosa. Il ritrovamento della fusoliera bruciata (i trafficanti che si devono sbarazzare di un aereo bruciano il velivolo dopo aver abraso i numeri di matricola) di un boeing 727 (un aereo fantasma forse partito dal Venezuela) in una remota regione del Mali, con evidenti tracce di cocaina a bordo, e poi un'operazione masse a segno dalla Drug Enforcement Agency americana in Ghana, conclusasi con l'arresto di tre cittadini del Mali identificati come membri di Aqim, nonché mediatori con i cartelli per la consegna e la gestione di grossi quantitativi di cocaina da contrabbandare lungo il Sahel. All'inizio di questo mese, poi, un altro maxi sequestro è stato realizzato in Gambia, dove gli agenti locali affiancati da colleghi britannici del Serious Crime Office Agency hanno messo le mani su due tonnellate di polvere bianca, il cui valore di mercato si aggira sul miliardo di dollari. Pochi giorni prima, tra il 28 maggio e il primo giugno, la Dea, grazie al direttore dei servizi di sicurezza liberiani e al suo vice, era riuscita sgominare un network internazionale. Con l'oprezione Relentless sono finite n manette nove persone persone, cinque delle quali immediatamente trasferite a New York per essere interrogate: due trafficanti colombiani attivi tra Colombia e Venezuela, un boss della Sierra Leone con due suoi luogotenenti, due ghanesi responsabili della logistica, un pilota di aerei ucraino e un broker nigeriano: il network da anni coltivava un rapporto speciale Fumbah Sirleaf, figlio della presindenta liberiana e numero uno dell'intelligence locale, senza sospettare che fosse un informatore della Dea, che adesso dispone di ore di registrazioni audio, di intercettazioni telefoniche e di centinaia di mail e messaggi sms che raccontano le modalità operative di un'organizzazione dedita al narcotraffico. Dal 2007 il gruppo intratteneva rapporti con gli alti funzionari di stato liberiani, per garantirsi il passaggio sicuro dei carichi di droga. Tre in particolare erano i viaggi da proteggere, per un totale di cinque quintali e mezzo di cocaina. L'obiettivo era di trasformare la Liberia in un altro immenso porto sicuro.Uno dei tanti, in Africa. Uno status quo che l'amministrazione Obama sembra decisa non tollerare più. Proprio nelle ore in cui la Dea trasferiva a New York cinque degli arrestati, il Dipartimento del Tesoro annunciava misure contro i conti bancari e le società legate a due boss africani in ascesa: il guineano Ousmane Conte, figlio dell'ex presidente, e il mozambicano Mohamed Bachir Suleman, nuovi signori delle rotte della droga, che raccontano del peso crescente dell'Africa nel panorama dei traffici internazionali.

di Alberto Tundo

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