mercoledì 30 giugno 2010

Una base azera come pedina del "Grande Gioco"


Dopo Gates, anche la Clinton a Baku: Washington vuole una base in Azerbaigian a supporto della guerra in Afghanistan.

A inizio giugno la visita a Baku del capo del Pentagono, Robert Gates. I primi di luglio sarà la volta del segretario di Stato, Hillary Clinton. L'attivismo diplomatico di Washington in Azerbaigian ha uno scopo ben preciso: ottenere dal regime di Ilham Aliyev il permesso di istallare nel suo paese una base militare a supporto della guerra in Afghanistan, per sopperire all'eventuale chiusura della base americana in Kirghizistan. E non solo per quello.


Già oggi lo spazio aereo del paese caucasico è regolarmente attraversato da aerei militari Usa carichi di soldati americani diretti al fronte afgano (100 mila solo nel 2009), mentre sulle ferrovie azere e nel porto di Baku transita un terzo dei rifornimenti non militari destinati alle truppe Usa.

Gli intrecci tra Goldman Sachs, la British Petroleum e il Vaticano

Le notizie che si diffondono dal disastro petrolifero nel Golfo del Messico hanno messo in relazione la censura dei media con le banche d’investimento della Goldman Sachs che si occupano dei capitali del Vaticano, rendendo maggiormente evidente che l’esplosione era voluta.

Il quasi totale blackout dell’informazione indipendente, e l’arresto di chiunque venisse sorpreso a fotografare o filmare la devastazione, mostra come la crisi petrolifera della Halliburton- British Petroleum (BP) sia criminalmente controllata, implicando alcuni tra i nomi più importanti di Wall Street.

Secondo un resoconto ad opera del titubante ma comunque affidabile regista di documentari James Fox, intervistato a Grand Isle, nel Golfo del Messico, da Mel Fabregas per il Veritas Radio Show, che viene trasmesso in internet, nella trasmissione di notizie dalla regione “C’è un completo blackout mediatico”. 

martedì 29 giugno 2010

Confermata la condanna di Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa

Continua a ostentare serenità il senatore Marcello Dell'Utri, che intorno a mezzogiorno ha terminato l'attesa conferenza stampa seguita alla condanna in appello a 7 anni di reclusione. Inflitta questa mattina dalla Corte presieduta dal giudice Claudio Dall'Acqua dopo 5 giorni di camera di consiglio.

“Non è stata una sentenza politica come aveva preannunciato il pg Antonino Gatto” contrattacca con fare pacato, perché dalle condotte successive al 1992 “sono stato assolto poiché il fatto non sussiste”. “I responsabili del periodo stragista – tiene a sottolineare, (nonostante la “trattativa” non sia mai stata oggetto del processo) - andateli quindi a cercare altrove”, prima di rigirare la frittata, con una nota di vittimismo: “Se non fossi entrato in politica questo processo non ci sarebbe stato”.

Spie russe arrestate negli Usa

Una notizia che ci riporta alle cronache della Guerra Fredda, in pieno revival anni ‘80: due dell’intelligence e otto “deep cover” agli ordini di Mosca fermati dall’Fbi dopo anni di indagini.
Una notizia che sembra riportare agli anni della Guerra Fredda: dieci cittadini russi sono stati arrestati negli Stati Uniti con l’accusa di svolgere attività spionistica per Mosca. La notizia è stata data dal ministero della giustizia Usa. L’Fbi ha fatto sapere che otto delle dieci presunte spie (fermate domenica scorsa) “avevano da molto tempo incarichi ‘deep cover’” per conto di Mosca, le altre due facevano parte del programma di intelligence russo.
FONTI SCARSE – Gli arresti sono stati effettuati ieri, dopo anni di indagini, a Montclair (New Jersey),a Yonkers (stato di New York) e ad Arlington (Virginia). I dieci sono stati accusati di cospirazione per aver agito agli ordini di un governo straniero: un reato che comporta una pena massima di cinque anni di carcere in caso di condanna. Le cause sono state depositate nella Us District Court per il Southern District di New York. Il sito della Cbs ospita le due denuncepenali comodamente scaricabili in pdf. Due degli arrestati sono stati accusati anche di riciclaggio, un reato che comporta una pena di venti anni di carcere. Un’undicesima persona è tuttora ricercata.

Gli Shower Posse e la Cia

Con la recente violenza in Giamaica e la polemica circa il presunto signore della droga, Christopher “Dudus” Coke, molte persone parlano del famigerato Shower Posse giamaicano e del quartiere di Tivoli Gardens, dove esso ha la sua base. Ciò che è stato in larga parte ignorato dai media è il ruolo che il governo americano e la Cia ha nell’addestrare, armare e dare potere agli Shower Posse. 

E’ interessante che gli USA stiano accusando Christopher “Dudus” Coke, l’attuale leader degli Shower Posse, di traffico di droga e armi, tenendo conto che la CIA era stata accusata di contrabbando d’armi in Giamaica e facilitava lo smercio di cocaina dalla Giamaica all’America negli anni '70 e '80. In molti modi Dudus stava solo portando avanti una tradizione di corruzione politica, traffico di droga, armi e violenze che è iniziata con l’aiuto della CIA. 

Il padre di Christopher “Dudus” Coke era Lester Coke, anche conosciuto come Jim Brown, uno dei fondatori degli Shower Posse e una persona campione e protettore dell’impoverito quartiere di Tivoli Gardens a Kingston. Coke era un sostenitore politico e bodyguard di Edward Seaga, il leader del Partito laburista giamaicano. 

L’avversario di Seaga Michael Manley aveva iniziato ad adottare posizioni “socialiste” , aveva cominciato a criticare apertamente le politiche estere americane e aveva incontrato il nemico degli Stati Uniti, Fidel Castro, negli anni '70. Tenendo conto della Guerra Fredda degli Usa con la Russia, la CIA non voleva che la Giamaica fosse amica dei comunisti. 

Inghilterra, il “terrorismo del deficit”

La settimana scorsa il nuovo governo inglese ha dichiarato che avrebbe abbandonato i piani di incentivi del governo precedente e che avrebbe introdotto le misure di austerità richieste per ripagare i debiti stimati in circa 1.000 miliardi di dollari. Questo equivale al taglio della spesa pubblica, al licenziamento dei dipendenti, alla riduzione dei consumi e all’aumento della disoccupazione e dei fallimenti. Ed equivale anche alla riduzione dell’offerta monetaria, in quanto tutto il “denaro” odierno ha origine in pratica sotto forma di prestiti o di debito. La riduzione dei debiti insoluti farà diminuire la quantità di denaro disponibile per pagare i lavoratori ed acquistare le merci, aggravando la depressione e portando altre sofferenze all’economia.

lunedì 28 giugno 2010

SCORREVA SANGUE SICILIANO NELLE VENE DEL RE SOLE?

Il cardinale Giulio Mazzarino padre di Luigi XIV?

Una domanda sicuramente impertinente per molti francesi che, però, potrebbe contenere una verità possibile, anzi probabile. Argomento, confesso, eccitante che mi ha indotto a svolgere una piccola indagine che ha fatto affiorare alcuni indizi interessanti che confermerebbero l’ipotesi che il re Sole potrebbe essere stato il frutto della relazione fra Anna d’Austria, regina di Francia, (moglie di Luigi XIII) e il cardinale Giulio Raimondo Mazzarino, geniale primo ministro francese dal 1643 al 1661, figlio della nobildonna romana Ortensia Bufalini e del palermitano Pietro discendente da una nobile casata originaria, secondo Giuseppe Ferreri (1), della città di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta.
Sulla sicilianità di Pietro non ci sono più dubbi: egli, infatti, nacque a Palermo (nel 1576?) e qui visse nel palazzo di famiglia, i cui resti fatiscenti si possono ancora vedere, fra cumuli d’immondizia e spaventose povertà, in piazza Garraffello, alla Vucciria, fino a quando non si trasferì a Roma, per motivi di lavoro, dove morirà nel 1654. (2)


Palermo, Vucciria: Palazzo Mazzarino (aprile 2010)

Anche su quella del Cardinale, suo figlio, s’incontrano riscontri chiari nella memorialistica storica e perfino nelle famigerate “mazarinades” che i suoi avversari fecero circolare in Francia durante le guerre della Fronda secondo le quali Mazzarino era “il facchino siciliano”. Per il principe Condé, suo potentissimo nemico, era “il furfante di Sicilia”.
Lo stesso Louis Saint-Simon, figlio di Claude il “favorito” che Luigi XIII licenziò con la grave accusa “di andare a donne”, (3) mise in dubbio la nobiltà dei natali del Cardinale, ma non la sua origine siciliana:“i Mazarino erano della Sicilia, del Val di Mazara…”

sabato 26 giugno 2010

Il dettaglio che ha trasformato l'azione di forza israeliana contro la Flottiglia della libertà in disastro diplomatico

Come spesso accade di fronte a questioni importanti, la stampa distrae il pubblico dai veri problemi. La maniera di trattare l'attacco israeliano contro la Flottiglia della libertà ne è un nuovo esempio. I principali media cercano di indicare chi sono i buoni e chi i cattivi, non di spiegare i rapporti di forza. Thierry Meyssan analizza qui i veri moventi di Tel-Aviv e di Ankara, e svela il dettaglio che ha trasformato l'azione di forza israeliana in disastro diplomatico. 

Una settimana dopo l'attacco in alto mare di un convoglio umanitario navale ad opera delle truppe israeliane, di quali nuovi elementi disponiamo e quali conclusioni possiamo trarre ?

Prima di rispondere a questa doppia domanda, è meglio far pulizia del blabla mediatico che genera confusione sull'argomento. 

Innanzi tutto, la Flottiglia della libertà non voleva semplicemente portare aiuti materiali agli abitanti di Gaza, ma anche rompere il blocco [1]. Questo fatto, dopo essere stato nascosto per due giorni, è stato improvvisamente aggiunto all'argomentatio dei portavoce israeliani. Costoro hanno allora accusato gli umanitari di essere cripto-politicizzati, nonostante le associazioni abbiano sempre rivendicato di voler compensare l'impotenza degli Stati a far rispettare il diritto internazionale ed umanitario. I militanti a bordo della Flottiglia erano cittadini del mondo venuti ad applicare la risoluzione 1860 delle Nazioni Unite.

La benzina dei politici sul fuoco della crisi

E' probabile che con le loro pubbliche dimostrazioni di confusione e le loro dichiarazioni volte a rassicurare l'opinione pubblica nazionale, i governi europei abbiano contribuito significativamente alle turbolenze che hanno investito l'eurozona. D'altra parte, sono stati costretti a trovare un accordo e ad approvare misure senza precedenti per salvare l'euro. Se continueranno a mostrare unità di intenti e la seria intenzione di risolvere i fondamentali squilibri nell'area, c'è speranza che i mercati finanziari allentino la morsa.


Nonostante molteplici segnali positivi dall’economia reale, negli ultimi sei mesi l’area euro ha affrontato la sua sfida più difficile dopo la fase acuta della crisi finanziaria alla fine del 2008. Le crescenti incertezze sulla sostenibilità del debito sovrano stanno spingendo gli spread sul bund tedesco a livelli senza precedenti.
BENZINA SUL FUOCO
La sostenibilità del debito pubblico è una questione cruciale che inevitabilmente deve essere affrontata: la combinazione di ampi deficit pubblici, dettati da esigenze di sostegno all’economia reale, e di una domanda privata insistentemente debole pone seri problemi di sostenibilità del debito nel medio termine. I mercati finanziari sembrano tuttavia avere esasperato questi timori, provocando una massiccia crisi di fiducia: eppure il debito pubblico greco rappresenta solo una piccola proporzione del Pil – e del capitale delle banche - dell’area euro, e non sembra quindi che ci siano motivi fondati per ritenere che un altro paese dell’eurozona possa andare incontro a una crisi di insolvenza nel breve periodo. L’evidenza presentata nel grafico indica che il disaccordo pubblico tra i politici e le loro imprudenti dichiarazioni in alcuni frangenti chiave hanno gettato benzina sul fuoco: offrendo la sensazione che gli interessi politici nazionali avessero la precedenza su una ordinata gestione della crisi del debito greco, essi hanno infatti rafforzato i dubbi sulla loro capacità di affrontare le fondamentali divergenze economiche all’interno dell’area euro, che costituiscono la reale minaccia per la sostenibilità del debito pubblico nel medio termine.

Stati Uniti e Israele si apprestano ad accendere il falò in Iran?

L’effetto ipnotico indotto dal Mondiale sudafricano di calcio agisce come fattore di distrazione di massa e il Pentagono sta utilizzandolo contro l’Iran; così come durante l’Olimpiade di Pechino mossero infruttuosamente i valvassini della Georgia contro la Russia. Ora completano il dispiegamento bellico aereo-navale nel golfo Persico e nel Mar Caspio, per stringere il nodo scorsoio attorno all'Iran.
Gli Stati Uniti ed Israele non erano affatto contenti delle sanzioni approvate nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, in versione molto attenuata per evitare che la Russia e la Cina si defilassero. Erano troppo light, inadatte per ottenere risultati immediati.
A distanza di una sola settimana, infatti, Stati Uniti ed Europa si sono affrettati a varare un pacchetto aggiuntivo di sanzioni e divieti contro Teheran che riguardano non solo le forniture militari, ma pure i prodotti farmaceutici, chimica, banche, veicoli di trasporto, beni di consumo. Prendono di mira anche i prodotti energetici come petrolio, gas liquido e derivati, colpendo gli interessi di molte piccole e medie aziende europee che forniscono strumentazione per raffinare il petrolio in Iran. Troppe cose che poco hanno a che vedere con gli armamenti ed il nucleare.

Kirghizistan, gli scontri etnici orchestrati dagli alleati di Bakiyev


Secondo numerosi testimoni, sono stati gli alleati di Bakiyev a fomentare ad arte gli scontri ed a farli apparire come il risultato di tensioni etniche, favoriti dall’incapacità del governo provvisorio di controllare la situazione – scrive il corrispondente del Washington Post dal Kirghizistan, Philip P. Pan.

Un mese prima dei mortali scontri etnici che hanno devastato il Kirghizistan la scorsa settimana, una folla leale al presidente appena deposto, Kurmanbek Bakiyev, si era impadronita del palazzo del governo di Jalal-Abad ed aveva cacciato il governatore locale. Il giorno successivo, un altro gruppo di persone, che sosteneva le forze che hanno rovesciato Bakiyev, aveva ripreso possesso del palazzo ed aveva reinsediato il funzionario.
Da lontano, l’incidente poteva difficilmente apparire molto significativo. Il nuovo governo ad interim del Kirghizistan sembrava aver mantenuto lo status quo.

La Grecia si apprestava a mettere sul mercato alcune fra le isole più belle del Mediterraneo

Chi pensava che la manovra "lacrime e sangue" imposta ai cittadini greci fosse sufficiente a soddisfare l’appetito insaziabile della BCE e del FMI si stava in tutta evidenza sbagliando. E’ passato poco più di un mese dalla pesante e contestata serie d’interventi destinati a pesare come un macigno sulla qualità di vita della popolazione greca e già il governo di Atene si dimostra pronto a nuovi “sacrifici” volti a raccogliere denaro da devolvere alle banche internazionali.
Una volta ripulite a dovere le tasche dei cittadini, non resta che la svendita del territorio e delle principali aziende pubbliche a compratori stranieri (con tutta probabilità gli stessi personaggi che compongono l’azionariato delle banche creditrici) che siano interessati all’acquisto di tranci di Grecia a prezzi da saldo...

venerdì 25 giugno 2010

Le lezioni dimenticate della storia

Articolo in sostegno della "Lettera degli economisti"
Un professore di economia politica sta concedendo una intervista radiofonica sulla grave situazione che il suo paese si trova a fronteggiare. È necessario incoraggiare la spesa dei consumatori, egli afferma, al fine di sostenere la produzione e l’occupazione. Se la società, al contrario, cerca di risparmiare maggiormente, il risultato sarà una caduta del reddito e una riduzione del risparmio. Questo è il “paradosso della parsimonia”.
La trasmissione ebbe luogo in Norvegia nel 1932, e l’intervistato era Ragnar Frisch, il quale nel 1969 avrebbe diviso il primo premio Nobel per l’economia con l’econometrista olandese Jan Tinbergen. L’argomentazione di Frisch è stata recentemente rievocata, con apprezzamento, da un altro premio Nobel, l’americano Lawrence Klein (2006, p. 171).
Nel 2008 sembrava che questa lezione keynesiana fosse stata appresa dai governi dell’Unione Europea, i quali incrementarono la loro spesa e si indebitarono per affrontare la Grande Recessione che minacciava di causare seri problemi alle loro economie. Ora, nel 2010

Il predone di Arcore e l'affare Brancher

Pensiamo ogni volta di aver conosciuto di Berlusconi il volto peggiore, l'intenzione più maligna, la mossa più fraudolenta. Bisogna convincersene, quell'uomo sarà sempre in grado di mostrare un'intenzione ancora più maligna, una mossa ancora più fraudolenta, un volto ancora peggiore. Sappiamo che cosa è e rappresenta la cosa pubblica per il signore di Arcore, non dobbiamo scoprirlo oggi. È l'opportunità di ignorare e distruggere le inchieste giudiziarie che hanno ricostruito con quali metodi e complici e violenze Silvio Berlusconi ha messo insieme il suo impero. Non scopriamo adesso che il signore di Arcore si è fatto Cesare per evitare la galera (lo ha detto in pubblico senza vergogna il suo amico Fedele Confalonieri). E tuttavia, pur consapevoli che il potere berlusconiano sia esercitato in modo esplicito a protezione dei suoi interessi privati, lascia di stucco l'affaire Brancher. 

La storia la si conosce. C'è questo signore, Aldo Brancher. Non se ne apprezza un pregio. Si sa che è stato assistente di Confalonieri in Fininvest. Con questo ruolo, tiene i contatti con socialisti e liberali nella prima repubblica. Detto in altro modo, è l'addetto alla loro corruzione. Il pool di Milano documenta nel 1993 che Brancher elargisce 300 milioni di lire al Psi e 300 al segretario del ministro della Sanità liberale (Francesco De Lorenzo) per arraffare a vantaggio della Fininvest un piano pubblicitario dello Stato.

Lo arrestano. Resta tre mesi a san Vittore. Non scuce una frase.

Il problema del cambio cinese

In reading Scott Sumner’s take on the China currency peg dilemma, I see that both he and Paul Krugman hit on the fundamental problem in the debate: reserves. Everyone is talking about the peg as if relaxing the peg will be the magic bullet to America’s current account problem. But this is clearly not the case.
If China were to unilaterally revalue it’s currency, the Chinese would start selling dollars and buying some other currency. If the Chinese simply sold dollars for Renminbi, part of the benefits of revaluation would accrue to Chinese export competitors in Europe (principally Germany) and in Asia (depending on their currency policy response). As US economic policy would be unchanged, US imports would switch from China to its competitors without any benefit accruing to the US.
If the Chinese bought euros, a Yuan revaluation would effectively be a US dollar depreciation against both the Yuan and the euro (not to mention against other Asian countries again depending on whether they move in concert with the Chinese). In this case, the US would be able to reduce its current account deficit.
Either way, the policy aim appears to be to force the Chinese to effect a US dollar depreciation – and this is what has the Chinese so outraged.
The Wall Street Journal quotes China’s Premier Wen as saying:
“I can understand that some countries want to increase their share of exports,” Mr. Wen said, in an apparent reference to the Obama administration’s goal. “What I don’t understand is the practice of depreciating one’s own currency and attempting to press other countries to appreciate their own currencies solely for the purpose of increasing one’s own exports,” he added. “This kind of practice I think is a kind of trade protectionism.”
It is not the peg that matters. This is the symptom.  It is China’s accumulation of reserves – it’s capital account surplus – which are at issue. Krugman has it right when he says:
…the right way to think about China’s exchange rate is, initially, not to think about the exchange rate. Instead, you should focus on China’s currency intervention, in which the government buys foreign assets and sells domestic assets, on a massive scale.

Macroeconomia: domanda vs offerta

Spesso viene ripetuto il ritornello secondo cui per riattivare la ripresa economica dopo la grande crisi 2008-2009 – e ancora parzialmente in atto – occorre principalmente stimolare i consumi. Il che, oltre ad essere errato sul piano metodologico della macroeconomia, è smentito dai numeri, vista la sostanziale tenuta dei consumi, con variazioni assolutamente minime, rispetto al generale crollo della produzione e dei commerci del mondo occidentale.
Quello che occorre stimolare sono gli investimenti, quindi il risparmio.

Un brano di Mark Skousen, autore di Forecasts & Strategies, e pubblicato su Freeman.com, lo spiega in termini discorsivi ed esaustivi.

............

Non sono i consumi a spingere l'economia.



“La spesa di consumo rappresenta più del 70 per cento dell'economia e solitamente spinge la crescita in una ripresa economica.”~ “I consumatori spingono l'economia,” 
New York Times, 1° maggio

Ad ogni trimestre, quando il governo pubblica i suoi ultimi dati sul P.I.L., sentiamo il solito ritornello:

“Quello che fa il consumatore è vitale per la crescita economica.”

“Se il consumatore comincia a risparmiare e smette di spendere, abbiamo un grosso problema.”

“La spesa per i consumi rappresenta il 70 per cento dell'economia.”

Quest'ultimo “fatto” viene ripetuto regolarmente nelle news dalla Associated Press, dal Wall Street Journal e dal New York Times.

La fine del Thatcherismo



Il «budget inevitabile » presentato martedì dal governo di centrodestra britannico è un tradimento. George Osborne, conservatore, cancelliere dello Scacchiere, ha preso la valigetta rossa e spelacchiata che contiene i conti dello Stato e che i ministri delle Finanze del Regno si passano di mano, è uscito dal numero 11 di Downing Street e alla Camera dei Comuni ha annunciato il piano di rientro dal deficit pubblico, salito a oltre il 10% con la crisi economica. Tagli alla spesa ma soprattutto tasse. Parola che gli eredi di Margaret Thatcher avrebbe dovuto sempre accompagnare con «tagli» ma ora avvicinano ad «aumento ».

Disperati per lo stato delle finanze pubbliche, i conservatori britannici cambiano pelle: la riduzione delle imposte non è più la chiave che apre l’economia e fa prosperare il Paese. Il tradimento di quasi trent’anni di politiche fondate sulla supply side economics — cioè sull’economia che favorisce l’offerta e i suoi soggetti lanciata negli Anni Ottanta dalla signora Thatcher e dal presidente americano Ronald Reagan — non si consuma solo a Londra. Lì, il governo guidato da David Cameron ha deciso di aumentare l’Iva dal 17,5 al 20%, di introdurre nuove tasse su seconde case e investimenti in titoli finanziari, di ridurre le esenzioni fiscali e di inventare un prelievo sui patrimoni delle banche, l’industria più potente del Regno. Una manovra giustificata con i numeri spaventosi del deficit ma presentata anche con una certa baldanza, il che fa pensare che non sia stata una scelta sofferta. In altri Paesi succede lo stesso: magari con meno zelo, ma i partiti di centrodestra mettono le mani nelle tasche dei cittadini proprio come accusavano di fare i rivali socialisti e socialdemocratici. E’ l’austerità, cari europei.

Il debito pubblico in Italia è sostenibile?


Uno dei temi finanziari più importanti e dibattuti degli ultimi giorni riguarda la sostenibilità del debito pubblico italiano. Il dibattito si inserisce nelle più ampie preoccupazioni degli operatori finanziari generate dall'ampliarsi dei debiti pubblici dei Paesi sviluppati in conseguenza delle politiche di stimolo fiscale e di salvataggio delle banche conseguenti all'ultima crisi finanziaria. 

Il 14 maggio, il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato uno studio nel quale si analizzano i piani di diversi governi per il contenimento del deficit e del debito. In questo studio vi sono molti dati interessanti che è utile sottolineare. 

Vorrei tentare di spiegare, con la maggiore semplicità che mi è concessa, il problema. 
Un punto di vista un po' più tecnico, sebbene sempre didattico, si più trovare in un articolo di Paolo Sassetti (un analista finanziario indipendente che mi onora della sua amicizia) di cui consiglio la lettura.
Il tema è molto rilevante per tutti noi e tocca ancora più direttamente coloro che hanno i loro risparmi allocati in titoli di stato: è ragionevole aspettarsi che l'Italia ce la faccia a pagare i propri debiti e quindi a rimborsare BOT, CCT e BTP? 
Partiamo da due concetti: deficit e debito. Il debito pubblico è l'ammontare complessivo del debito di una nazione. Solitamente questo parametro si esprime in rapporto al PIL (prodotto interno lordo, cioè l'ammontare dei beni e servizi prodotti in un anno dalla nazione). Il deficit è invece la differenza fra le entrate e le uscite avute in un anno. Il deficit, ovviamente, va ad aumentare il debito. Un avanzo di bilancio (cioè entrate superiori alle uscite) naturalmente riduce il debito. Anche il deficit si esprime in rapporto al PIL. 

La recessione è finita?

24 giu. 2010 - Confindustria: la recessione è finita. 

Grecia, l'anello più debole di una catena in profonda crisi

Breve premessa contestuale storica

Priva di un lungo processo di accumulazione capitalista, ma sulla base di un'eredità con i suoi limiti nella lotta d'indipendenza nazionale (1821-1830)-durante il declino dell'Impero Ottomano-che non ha potuto, per questa stessa ragione, trasformarsi in una rivoluzione borghese di tipo classico, combinato con degli elementi tipici del sottosviluppo strutturale con prevalenza agricola e con una forma di Stato di tipo oligarchico sottomesso alle influenze straniere, col peso per più di mezzo secolo della conquista della sua unità territoriale (1830-1913), umiliata dal fallimento delle sue avventure espansionistiche in Asia Minore (1919-1922), sotto la dittatura militare(1936-1940), dissanguata dall'occupazione nazista selvaggiamente e da una guerra civile ancora cruenta anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, consegnata dallo stalinismo alla repressione e al dominio inglese prima e statunitense dopo (accordi di Yalta e annessi e connessi), blindata da uno Stato di polizia coi militari fino alla fine degli ultimi dieci anni del 1950, scottata da un timido tentativo di democrazia dalla fine degli anni sessanta a causa dell'intervento pesante dei colonnelli greci sostenuti dagli Stati Uniti (1967-1973), colpita da rovinose spese militari in rapporto al suo PIL (sotto minaccia turca e perr la situazione geopolitica che la condizionava), la Grecia non riesce a raggiungere la "modernizzazione capitalista" e non riscopre la democrazia che molto tardi, a partire dal primi dieci anni del 1970 più precisamente, riguardo alle strutture, artificiali e fragili.

giovedì 24 giugno 2010

Zimbabwe: all'ombra di Mugabe sono i diamanti l'arma dei congiurati

E se il dittatore non fosse che un fantoccio spaventato? Se l'uomo che da 30 anni governa lo Zimbabwe con il pugno di ferro fosse rimasto prigioniero nella morsa del suo stesso pugno? Ci sono ombre che si muovono alle spalle di Robert Mugabe, ombre che tramano contro il governo di unità nazionale e che hanno dalla loro il controllo di un settore strategico di vitale importanza, quello dei bacini diamantiferi, l'unica linfa vitale di un Paese prossimo al tracollo.


All'ombra di Mugabe. Un rapporto pubblicato recentemente da una Ong, Partnership Africa Canada, getta una luce inquietante sulle dinamiche interne al regime. Le 30 pagine diDiamonds and Clubs. Militarized Control of Diamond Powers, ricostruiscono la mappa di quell'arcipelago che, di fatto, comanda nello Zimbabwe di oggi e che ha nel controllo del settore diamantifero la sua arma più temibile, anche se non l'unica.

La partita baltica degli idrocarburi

Unconventional. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto grosso modo 250 miliardi di metri cubi di gas naturale “non convenzionale”; e dunque di gas “tight”, gas da shale (scisti), e gas da letto di carbone (“CBM”). Tralasciamo l’approfondimento tecnico. A nostri fini, basta sapere che è tutto gas che fino a qualche anno fa non si riteneva possible produrre. Un libro non pubblicato, per parafrasare Goethe, è un libro non scritto. Un gas che non si può produrre è un gas che non c’è. Poi però un po’ alla volta hanno imparato a stamparlo; e adesso c’è, e tanto.  Dieci anni fa, lo avremmo contato come zero e avremmo scritto magari tremanti dell’imminente pesante dipendenza degli Stati Uniti dal gas straniero.  L’anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto più della Russia (ma magari in prima pagina non l’avete trovato), hanno importato meno del 10% del consumato, e il volume di unconventional che hanno prodotto equivale grosso modo al 100% del volume di gas naturale esportato dalla Russia nel corso dell’anno.

Il benservito di Obama al generale che non conosceva la Costituzione

“La subordinazione dei vertici militari alle istituzioni civili è un fondamento della nostra democrazia”.
Con queste parole Obama ha dato il benservito al generale McChrystal che aveva definito “fifoni” e “pagliacci” i suoi superiori, nell’intervista a Rolling Stone.

mercoledì 23 giugno 2010

L'Iran e la bomba

Milano, giovedì  1 luglio 2010 ore 18.30 
presso CHIAMAMILANO 
Largo Corsia dei servi 11 

Alfredo Tradardi
presenta il saggio

L’Iran e la bomba
di
Giorgio S. Frankel
DeriveApprodi - 2010 

sarà presente l'autore
modera: Francesco Giordano 

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Giorgio S. Frankel

L'Iran e la bomba


pagg. 120


Il libro
Da circa vent’anni gli Stati Uniti e parte delle potenze occidentali affermano che «l’Iran è prossimo ad avere armi atomiche e che è ormai solo una questione di pochi anni». Questi «pochi anni» sono generalmente cinque, ma i tempi previsti variano a seconda delle circostanze, mentre la data fatidica dell'ingresso dell’Iran nel club delle potenze nucleari viene via via spostata in avanti. A cosa risponde questa retorica a fronte della centralità della questione iraniana nello scacchiere politico mediorientale? Qual è il ruolo giocato dall’altra potenza atomica regionale, ovvero Israele?
Attraverso un’analisi geopolitica che passa al vaglio tanto gli appetiti occidentali per le risorse di gas e petrolio iraniane quanto la specifica collocazione dell’Iran a cavallo tra la sfera d’influenza cinese e quella russa, Frankel prova ad approfondire la questione dell’«atomica iraniana» scardinando ciò che lui stesso definisce una retorica di «propaganda».

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