sabato 15 maggio 2010

Sri Lanka, si allontana sempre di più una soluzione alla questione tamil

Confermata la maggioranza del partito del presidente Mahinda Rajapaksa alle parlamentari dell’8 aprile, si allontana sempre di più in Sri Lanka una soluzione alla questione tamil. Che, per la minoranza etnica e la Tamil national alliance (Tna) che la rappresenta, significherebbe piena autonomia delle province del nord e dell’est.
Per ora, infatti, il sogno di uno stato tamil indipendente, il tamil Eelam, è stato messo da parte dopo la sconfitta, un anno fa, dei ribelli dell’Ltte (Tigri per la liberazione del tamil Eelam), e la soluzione federalista, con una regione autonoma tamil, sembra l’unica via possibile. Ma probabilmente nemmeno questa percorribile, stando ai continui riferimenti di Rajapaksa a “un sistema che garantisca lo stato unitario”. Il presidente, che non ha ancora presentato un piano di riconciliazione, potrebbe per esempio cominciare col permettere la libera circolazione agli 80mila sfollati che vivono ancora nei campi controllati dai militari, senza una casa dove tornare (l’offensiva contro le Tigri ha distrutto gran parte dei villaggi del nord) e senza un soldo con cui campare (gli indennizzi per gli sfollati pare siano al momento bloccati). Nel resto del mondo, intanto, la diaspora tamil si sta organizzando per il dopo-Ltte. Da sempre accusati di sostenere politicamente ed economicamente i ribelli - per la maggioranza era così sia perché l’Ltte era l’unica organizzazione che rappresentasse in qualche modo gli interessi della minoranza, sia perché chi emigrava era obbligato a pagare l’obolo alle tigri che controllavano il nord e l’est dell’isola dove rimanevano le loro famiglie -, i tamil d’oltremare hanno deciso di riscattare la loro immagine e conquistare credibilità. Come? Prima di tutto dotandosi di rappresentanti che avviino un dialogo con le istituzioni dei paesi ospitanti, in modo da avere voce in capitolo nelle questioni che riguardano i tamil, dentro e fuori da Sri Lanka. In Norvegia, Canada, Francia, Svizzera, Germania, Olanda, Regno unito, Australia e anche in Italia, dove vivono circa 8mila tamil, dal 2009 si sono tenute elezioni interne alla diaspora. Oltre a votare i rappresentanti, i tamil hanno anche partecipato a un referendum sulla questione autonomia- indipendenza. Il 99% dei votanti ha confermato che il sogno del tamil Eelam non è morto con le Tigri, anche se la Tna l’ha accantonato. “L’unico modo per poter agire politicamente nel paese è rinunciare a chiedere l’indipendenza e limitarsi a istanze autonomiste”, commenta Thanushan Kugathasan, portavoce del comitato organizzatore del voto in Italia, tenutosi il 21 marzo scorso con la rete di ong Cocis come osservatore. “Capiamo la scelta della Tna ma noi, che da qui possiamo esprimerci liberamente, continuiamo a chiedere uno stato separato”. L’affluenza al voto in Italia è stata alta, il 75% degli aventi diritto. “Siamo soddisfatti, dopo gli arresti del 2008 (28 persone accusate di lavorare per l’Ltte) i tamil in Italia avevano paura di uscire allo scoperto. Invece si sono presentati in tanti, è la dimostrazione che hanno voglia di farsi sentire”. Il principale problema della comunità sparsa in tutto il paese è che non si sentono rappresentati dall’ambasciata srilankese: “All’ufficio consolare di Roma, solo per fare un esempio, non c’è nessuno che parli la nostra lingua e chi ha bisogno di documenti deve arrangiarsi con l’inglese o con il singalese”, spiega Kughathasan. D’ora in poi sarà il Consiglio dei tamil in Italia, 15 membri eletti a livello locale e 5 a livello nazionale, a rappresentarli. L’obbiettivo è ottenere dalle istituzioni italiane il riconoscimento del Consiglio come ambasciata non ufficiale dei tamil srilankesi e avviare progetti di cooperazione in Sri Lanka nelle aree a maggioranza tamil. “Quando c’era Ltte, le regioni sotto il loro controllo erano sottoposte a embargo e gli aiuti non arrivavano alla popolazione. Ora vogliamo creare una ong riconosciuta dalla Farnesina tramite cui anche il governo italiano possa aprire progetti in Sri Lanka, senza dover passare attraverso l’ambasciata srilankese”. Esattamente come sta già accadendo in Norvegia, paese che nel 2002 fece da mediatore nel processo di pace tra Ltte e governo di Colombo poi fallito nel 2006. 

di Junko Terao
Tratto da il manifesto
Comparso su Lettera 22

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