mercoledì 19 maggio 2010

Quando lo Ior trucco' le carte per difendere Andreotti


Gira e rigira il problema è sempre il solito: lo Ior. Molti dei protagonisti delle inchieste di Firenze e Perugia sulle malefatte della cricca sono legati a doppio filo al Vaticano e alle sue più alte gerarchie. 
Uno di loro, l’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, è certamente titolare di un conto all’Istituto Opere Religiose. 
Su altri indagati ci sono invece dei sospetti. Ci sono ipotesi che i magistrati vorrebbero verificare inoltrando una rogatoria alla Santa Sede. Fatica sprecata, verrebbe da dire. Perché, comunque andrà a finire, già oggi si sa che non si può fare troppo affidamento su carte e documenti eventualmente inviati (la scelta è del tutto discrezionale) dalla banca del Papa. Certo, qualche mese fa il Vaticano si è impegnato a far proprie le norme dell’Unione europea in materia di lotta al riciclaggio entro il prossimo 31 dicembre. E anche se la Santa Sede non fa parte del Gafi (l’organismo internazionale anti money laundering a cui aderiscono 34 Stati), da subito il nuovo presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi (nominato il 23 settembre scorso), ha detto che quelli a venire per l’Istituto saranno gli anni della trasparenza.
Fatto sta però che finora le cose sono andate in tutt’altro modo. E anzi lo Ior è stata l’unica banca del mondo a inviare alla magistratura italiana della documentazione truccata. Una decisione sconcertante presa nel 1993 per ragioni tutte politiche: proteggere Giulio Andreotti. La vicenda è stata scoperta da un giornalista, l’inviato di Libero Gianluigi Nuzzi, che lo ha raccontata nel suo bel libro Vaticano Spa. Ma non è mai stata troppo pubblicizzata. Forse perché spiegare che il sette volte presidente del Consiglio aveva la firma su un conto intestato alla inesistente Fondazione Spellman sulla quale sono transitati decine di miliardi di lire, voleva dire accomunare Andreotti ai ras di Tangentopoli. I documenti, del resto, parlano chiaro: da quel deposito escono assegni destinati al vecchio cassiere della Dc, severino Citaristi e a Odoardo Ascari (400 milioni di lire), avvocato difensore di Andreotti nel suo processo per mafia a Palermo. E soprattutto entrano i soldi della maxi-tangente Enimont e decine e decine di borse piene zeppe di contanti. Tra il 1987 e il 1992 sul conto della fantomatica fondazione i miliardi di lire versati cash risultano essere ben 26, che scendono a 4 dopo l’inizio dell’inchiesta di Mani Pulite. Ancora più astronomico è poi il conto dei titoli di Stato versati: qui si toccano i 42 miliardi di lire. Quando Antonio Di Pietro e i magistrati del pool milanese anti corruzione si mettono al lavorare sulla maxi tangente Enimont (un’enorme somma di denaro regalata dal gruppo Ferruzzi di Ravenna a quasi tutti i partiti per poter sciogliere in maniera economicamente favorevole una joint venture con l’Eni) il Vaticano è costretto dall’opinione pubblica a dare spiegazioni su migliaia di Cct transitati per il suo unico sportello. E qui scatta la scelta. Lo Ior, fatto senza precedenti, risponde alla rogatoria dei magistrati di Milano e in questo modo si rifà l’immagine. Ma trucca le carte. Evita di dare notizie su oltre quattro miliardi di lire in Cct monetizzati sul conto di Andreotti (mai nemmeno indagato per Enimont) e non trasmette la documentazione su molte altre posizioni. Poi, per far tornare i conti rispetto a quanto richiesto dalla procura, invia a Milano della documentazione volutamente sbagliata. Come risulta dalle lettere interne alla Santa Sede pubblicate in Vaticano Spa l’allora Segretario di Stato, cardinal Angelo Soda-no, è costantemente tenuto al corrente dell’imbroglio e lo avalla. Del resto per lui, come per gli altri protagonisti dello scandalo, l’unico rischio è quello di dover rispondere davanti al tribunale di Dio. A mettere prelati e dirigenti dello Ior al riparo da quello degli uomini ci pensano i Patti Lateranensi che, all’articolo 11, recitano: “Gli enti centrali della Chiesa Cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano”. E questo, secondo la Corte di Cassazione, vuol dire che chi lavora in strutture centrali della Santa Sede non può essere processato o arrestato in Italia. Ieri come oggi.  



di Peter Gomez

Comparso su AntimafiaDuemila

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