lunedì 10 maggio 2010

Prima di assaporare l'alba, Atene dovrà viaggiare a lungo in una scurissima, ingiusta e violenta notte


Trenta miliardi da risparmiare in tre anni attraverso tagli e congelamenti occupazionali, salariali e pensionistici. Questo il piano anti-crisi varato dal premier greco Papandreou per salvare la Grecia dalla bancarotta. In particolare, per i dipendenti pubblici ci sarà la riduzione o l'abolizione della tredicesima e quattordicesima mensilità, a seconda dei redditi, mentre ai privati toccherà la riduzione dell'indennità di licenziamento e la liberalizzazione della normativa sull'impiego.
Non solo. È previsto un aumento del 2% sull'Iva che arriverà così al 23% ec un’ulteriore crescita del 10% per quanto riguarda le imposte su carburanti, alcolici, sigarette e beni di lusso. Non solo tagli dunque, ma anche un inevitabile aumento del costo della vita. Con questo pacchetto d’iniziative, la Grecia estende dal 2012 al 2014 l'obiettivo di riportare il deficit sotto la soglia europea del 3%. "Non abbiamo scelta - ha detto il primo ministro greco - o queste misure dolorose o la bancarotta".
Adesso forte dell’approvazione del piano lacrime e sangue, il premier socialista potrà volare a Bruxelles per ottenere quanto recentemente concordato con le istituzioni comunitarie. Il riferimento è all'accordo raggiunto come previsto domenica scorsa. La Grecia ha raggiunto un’intesa con l'Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale per un prestito da 110 miliardi di Euro in tre anni. Un programma di aiuti per l'azione di questa portata non si vedeva in Europa dai tempi del piano Marshall. Dalla UE arriveranno 30 miliardi nel solo 2010; soldi prestati direttamente dagli altri governi della zona Euro pro quota: l'Italia dovrà versare almeno 5,5 miliardi, poco meno del 20% del totale. Il piano - annunciato a più riprese da oltre un mese, ma sempre rallentato dall'opposizione tedesca - dovrà scattare entro il 19 maggio, quando la Grecia sarà obbligata a reperire sul mercato, mettendo cioè all'asta i propri titoli del debito pubblico, oltre 19 miliardi di Euro.
Ma, salvataggio o no, la credibilità dell'Euro resta tuttavia debole, i mercati non si fidano troppo. La prima riflessione riguarda infatti proprio la divisa europea: molto semplicemente l'Euro non esiste più. E non soltanto perché continua ad indebolirsi nel confronto con il dollaro, trascinato al ribasso dalla crisi greca che sta minando la credibilità dell'intera Unione Europea: appena due giorni fa veniva scambiato a meno di 1,3 dollari, un vero tracollo. La realtà, piuttosto, è che l’Euro è finito perché non vale più come scudo: non protegge più, cioè, il debito pubblico degli stati membri dell’Unione dalle oscillazioni dei mercati.
Per quasi un decennio i paesi che avevano i loro debiti in Euro hanno beneficiato di un "effetto euro-zona", che ha permesso loro di pagare interessi molto inferiori a quelli che il mercato avrebbe chiesto loro in condizioni normali. Adesso la magia è finita. Appena due giorni fa, l'agenzia di rating Moody's ha dichiarato che presto potrebbe decidere di ridurre il proprio giudizio sul debito del Portogallo: i titoli di Stato di Lisbona hanno raggiunto immediatamente uno spread rispetto ai bund tedeschi di 310 punti percentuali, con un aumento di 50 punti in un giorno. Gli investitori, in pratica, considerano molto più rischioso prestare soldi allo Stato portoghese che a quello tedesco. Quanto alla Spagna, il governo di Madrid sta attraversando in questi mesi un vero psicodramma: il 5 maggio si sono incontrati il premier Josè Zapatero e il capo dell'opposizione Mariano Rajoy per discutere della situazione.
Borsa in picchiata e, soprattutto, come per il Portogallo, record negli spread rispetto ai bund tedeschi: la differenza tra un titolo di Stato spagnolo e uno tedesco a 10 anni è pari al 4,15%. Tutti usano l'Euro, tutti si confrontano con lo stesso tasso di interesse base deciso dalla Banca centrale europea, ma ciascuno trova credito al prezzo di si merita in base alla propria affidabilità come debitore. L'Euro in sostanza non basta più.
Le conseguenze di quanto sopra si osservano oggi in Grecia: c'è un governo che vuole continuare a trovare credito sul mercato, per farlo deve dimostrare di essere virtuoso, cioè di rispettare i parametri decisi da Bruxelles sulla finanza pubblica: i rapporti tra deficit e Pil e tra debito e Pil. Se non è considerato credibile, la bancarotta è dietro l'angolo. Ma per seguire i rigorosi dettami contabili stabiliti dall’Europa, deve tagliare le spese, aumentare le tasse, adottare misure impopolari tanto più dure quanto più seria è la situazione dei suoi conti pubblici. A questo si aggiunge un ulteriore effetto collaterale: se un paese come la Spagna, con i conti in ordine, entra in recessione, avrebbe bisogno di svalutare la propria moneta per far ritrovare competitività alle proprie merci. Ma non può, perché è dentro l'Euro, e così una crisi che si sarebbe potuta risolvere con una leggera svalutazione (come quelle tipiche dell'Italia degli anni ‘80) incancrenisce. E ora la disoccupazione spagnola è al 20%.
Non sarebbe dunque più conveniente uscire dall'Euro? Tornare alla dracma, alla peseta, alla lira e far rifiatare le imprese? Il problema non è da poco e non è facilmente risolvibile: un paese che lascia l'eurozona per problemi di competitività delle proprie merci, dovrà svalutare la sua nuova moneta. Ma i lavoratori, prevedendolo, chiederanno verosimilmente da subito aumenti salariali per conservare il potere d’acquisto. Il risultato sarebbe una maggiore inflazione che neutralizzerebbe ogni vantaggio competitivo dovuto alla svalutazione. In più il paese sarebbe costretto a pagare costi molto più alti per rifinanziare il proprio debito estero e si troverebbe a dover pagare i vecchi debiti contratti in Euro, cioè in una valuta straordinariamente più forte rispetto alla divisa nazionale. A ciò si aggiunga la possibilità assai concreta di attacchi speculativi contro le nuove monete, non più protette dalla credibilità del patto di Maastricht.
Da qui la conclusione dell’inevitabilità del piano draconiano imposto dal governo greco per rientrare nei parametri contabili europei. Urge, tuttavia, un ragionamento sul valore delle nostre democrazie, partendo dall’amara constatazione che a pagare le conseguenze degli errori commessi non sono mai coloro che concretamente hanno commesso il fatto, ma sempre e soltanto chi non ha strumenti per difendersi: i più deboli. L'Unione Europea e l'indecisione della Germania hanno permesso che il governo greco giocasse con il fuoco e ora nel fuoco si trova l'intero paese.
Ormai il costo del salvataggio della Grecia è diventato molto superiore a quello che sarebbe stato se calcolato solo rispetto alle responsabilità degli autoctoni. Ma nessuno pare si sia accorto di queste responsabilità. Da questa crisi inevitabilmente uscirà un quadro assai pericoloso: una conflittualità sociale che assumerà toni sempre crescenti per toccare il suo picco verosimilmente nel prossimo autunno, quando le misure varate ieri dal governo greco produrranno tutte le conseguenze sociali che ora sfuggono in ragione di una fredda analisi basata su numeri, percentuali e statistiche.
La crisi greca impone ai popoli liberi d'Europa di prendere coscienza delle ragioni di un simile disastro, non tanto imputabile a quanti nel settore pubblico hanno negli ultimi anni vissuto al di sopra delle proprie possibilità, quanto piuttosto a coloro, eletti dal popolo - e dunque caricati di responsabilità pubbliche - che hanno truccato spudoratamente i conti del paese. Aspetto decisivo per comprendere a chi imputare le reali colpe di questo dramma: se non è infatti sopportabile l'ingiustizia di dover pagare per gli errori di altri, è ancor più insostenibile mettere sul banco degli imputati e giudicare colpevoli cittadini, studenti, lavoratori e pensionati rei soltanto di essersi fidati dei loro rappresentanti.
Non si può infatti sostenere che i lavoratori del settore pubblico fossero a conoscenza della reale situazione economica e finanziaria del loro paese, perché solo recentemente i conti greci si sono manifestati per ciò che sono. Sarebbe dunque opportuno che il dito venga puntato contro chi ha mentito sulla solidità patrimoniale del paese e nulla ha fatto per risanare i conti pubblici di una nazione già da anni caratterizzata da una corruzione pari all’ 8% del Pil, un’economia sommersa pari al 25% del Pil e da un clientelismo divenuto strutturale e fisiologico. Una situazione che tanto ricorda quella italiana.
C'è chi sostiene che l'ora più buia sia quella appena prima dell'alba. Certo arriverà il momento in cui il sole tornerà a splendere sulla Grecia, ma non adesso: prima di assaporare l'alba, Atene dovrà viaggiare a lungo in una scurissima, ingiusta e violenta notte. E a rischiare di perdere tutto saranno sempre gli ultimi.
di Ilvio Pannullo

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