martedì 25 maggio 2010

Ombre Russe



In un editoriale pubblicato sul Washington Post una decina di giorni fa, il columnist David J. Kramer si chiedeva se l'amministrazione Obama avesse deciso, forse, "di abbandonare" al proprio destino i vicini della Russia. Tutto ciò in nome di una politica che privilegerebbe le relazioni con Mosca, prima di tutto. 
Pochi giorni dopo quell'editoriale, il 17 maggio, il presidente russo Dimitrj Medvedev è stato ricevuto a Kiev dal presidente ucraino Victor Yanukovych. Nell'agenda dell'incontro, due questioni che potrebbero sortire diversi effetti negli assetti geopolitici dell'Europa orientale e non solo. La prima, di natura energetica, riguarda la fusione tra la compagnia energetica russa Gazprom e la ucraina Naftogaz, un matrimonio che potrebbe appianare debiti e ruggini del recente passato, ma soprattutto rafforzerebbe il pugno russo che stringe le tubature europee. 


La questione in Transnistria. La seconda questione sul tavolo ha riguardato, invece, il conflitto dormiente tra Moldova e Transnistria. Russia e Ucraina, insieme a Moldova, Transnistria e Osce più Stati Uniti e Ue nelle vesti di osservatori, compongono il cosiddetto gruppo di discussione dei 5+2. 
La Moldova ha perso il controllo sulla regione oltre il fiume Dniester nel 1992 immediatamente dopo il disfacimento dell'Unione Sovietica e la conversione della Repubblica Socialista Sovietica della Moldova in repubblica autonoma. In Transnistria vivono 150 mila russi e circa 100 mila ucraini (insieme, costituiscono i due terzi della popolazione totale) che non hanno accettato di vivere in uno stato dove la maggioranza romena strizza l'occhio a Bucarest. Dopo una breve guerra combattuta nell'arco temporale tra la primavera e l'estate, Mosca dispiegò i suoi soldati come forza di interposizione per mantenere una pace fragile e artefatta. Seppure dal luglio del '92 non si è più sparato un solo colpo di mortaio, i dissapori tra Chisinau e Tiraspol non si sono mai sopiti. 


Gioco a viso aperto. Da tempo Chisinau chiede un turn over, una sostituzione dei soldati di peacekeeping russi con un team di osservatori civili sotto l'egida dell'Osce. Dal canto suo, Medvedev gioca d'anticipo: propone che i russi non rimangano in Transnistria con il ruolo di peacekeepers, bensì, con quello di peace-guarantors, di garanti dello status quo. 
I negoziati sono fermi dal 2006: mentre la Moldova e l'Unione Europea (debolissima come non mai) premono per la ripresa dei colloqui, Medvedev - potendo contare adesso anche sull'appoggio di Yanukovych - pretende che prima vengano raggiunti alcuni prerequisiti tra cui "un rapporto di reciproca fiducia e lealtà tra Chisinau e Tiraspol". Ma il presidente russo dimostra di non essere minimamente intimidito e gioca a viso scoperto: Medvedev ritiene una possibile soluzione politica l'attribuzione di uno "status speciale" alla Transinistria, all'interno della Moldova, mantenendo fermo il postulato della sovranità e integrità territoriale che spetta a Chisinau.    


Un'agenda politica ambiziosa e concreta. Con il blitz di Medvedev a Kiev, la Russia ha si è assicurata l'allineamento dell'Ucraina al tavolo dei negoziati per la Transnistria e, secondo alcuni analisti, ha anche mosso i primi passi per riportare, in un quadro più generale, l'Ucraina sotto il suo ombrello: a Yanukovych è stata data la speranza e l'impressione (ma forse si tratta di pura Realpolitik) che l'Ucraina possa contare finalmente qualcosa nei giochi dell'Europa orientale se si allineerà ai passi di Mosca. 
Negli ultimi mesi, Medvedev (e Putin) sta dimostrando di avere un'agenda politica ambiziosa e, allo stesso tempo, molto concreta: è questo il momento giusto, approfittando delle debolezze politiche e dei problemi finanziari che Ue e Stati Uniti sono chiamati ad affrontare, per guadagnare terreno e riprendere l'egemonia che Mosca vantava quando la Piazza Rossa era il faro dell'emisfero Est.

di Nicola Sessa

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