giovedì 27 maggio 2010

La primavera siriana tra alti e bassi

In mezzo ai crescenti segni di boom economico, la Siria continua ad aver a che fare con i suoi vecchi problemi, come la corruzione, la censura, e l’assenza di libertà, che compromettono le possibilità di sviluppo del Paese – scrive la giornalista Rasha Elass.

La Siria non è più soltanto un pezzo da museo, anche se rimane un classico esempio di Paese pieno di alti e bassi. Sebbene non sia più impantanato nel passato, il Paese sembra muoversi in maniera zoppicante verso il futuro.



I segni di crescita e di ripresa sono inconfutabili. Grazie a un intenso lavoro di “maquillage”, molti residenti sostengono di non aver mai visto la capitale Damasco così verde e pulita.

La scena culturale sta esplodendo e il governo sta promuovendo, come mai prima d’ora, artisti locali, ballerini e musicisti, compreso un gruppo di jazz siriano che ha avuto successo a livello internazionale.

Grazie anche a una nuova generazione di sofisticati sviluppatori, il volto della città vecchia sta cambiando e alcuni progetti di restauro vengono apprezzati a livello internazionale perché ricreano in maniera meticolosa le case damascene del XVII secolo.

Le questioni femminili e dello sviluppo economico stanno ricevendo un’attenzione senza precedenti, grazie a un allentamento delle leggi che regolano le organizzazioni non governative. In particolare il Fondo per lo Sviluppo della Siria, di recente creazione, fornisce prestiti per l’avvio di progetti imprenditoriali e culturali.

Per gli amanti dell’aria pulita, la Siria ha persino introdotto il divieto di fumare in tutti gli spazi pubblici chiusi, compresi i ristoranti, gli internet caffè, e i locali dove si fuma il narghilè. Ciò ha reso il Paese un posto unico in tutto il mondo arabo, dove invece il fumo di sigarette e di narghilè è molto diffuso.

Gli osservatori stranieri hanno notato il nuovo ritmo del Paese. 
Condé Nast Traveler e il New York Times hanno inserito la Siria tra le destinazioni favorite dei viaggiatori incalliti. Lo scorso anno, secondo le statistiche ufficiali, il numero di turisti in Siria aveva già raggiunto il record di circa 4 milioni, con un aumento del 50% rispetto al 2004.

Un recente visitatore della Siria ha osservato che “persino i gatti randagi stanno bene”. Ma, purtroppo in mezzo a questo boom la vecchia abitudine siriana alla corruzione persiste. Mentre tornavo recentemente dal Libano sono nuovamente incappata nei vecchi modi di fare, quando un funzionario siriano della dogana ha aperto il bagagliaio dell’auto che avevo noleggiato trovandovi tre confezioni di cibo che avevo acquistato per i miei gatti.

“E’ 
mamnoua”, ha affermato utilizzando la conosciutissima parola araba che significa “proibito”. La Siria possiede cibo per gatti in abbondanza, ma non la marca che i miei animali preferiscono, per questo devo acquistarla in Libano.

L’autista dell’auto a noleggio e io abbiamo immediatamente riconosciuto nell’affermazione del funzionario la malcelata richiesta di una tangente. Ho voluto verificare il mio sospetto dicendo al funzionario della dogana che potevano tranquillamente confiscarmi il cibo per gatti, e gettarlo nella spazzatura se avessero voluto, e che ciò non mi interessava.

“Non possiamo gettarlo via”, mi ha risposto un funzionario. “Dovete fare dietrofront e tornare in Libano”.

Se la corruzione continuerà a essere diffusa in molte parti del settore pubblico siriano, il futuro del Paese – per non parlare di quello dei suoi gatti – sarà meno certo. La Siria è uno dei paesi più corrotti al mondo, occupando la 126a posizione sulla lista stilata da 
Transparency International, un’organizzazione che lotta contro la corruzione, e che ha sede a Berlino.

Troppi incentivi tendono a favorire attori corrotti, e vi sono troppe lacune nell’infrastruttura legale per opporvisi. Per esempio, non potevo sapere se l’introduzione di cibo per gatti in Siria fosse vietata.

Non c’erano opuscoli che elencassero gli oggetti proibiti, come quelli che vengono consegnati ai passeggeri degli aerei. E nemmeno c’era un cartello alla frontiera o un sito web che riportasse questa informazione. L’ultima volta che sono andata alla biblioteca pubblica, non mi è stato permesso di accedere ai libri di diritto per fare ricerche sulla questione. Senza informazioni, non posso sollevare la questione davanti a funzionari che affermano che io sono nel torto. La corruzione si nutre di queste ambiguità.

In realtà questa è una lamentela che sento ripetere da molti siriani. Un artigiano e negoziante della città vecchia l’ha recentemente messa in questi termini: “Tecnicamente non abbiamo il permesso di vendere merce importata, in modo che essa non competa con i prodotti locali. Ma tutti lo fanno, e tutti siamo fuori legge. Un funzionario potrebbe presentarsi in qualsiasi momento e dire che il nostro lavoro è illegale”.

Queste tattiche kafkiane continuano a essere utilizzate contro gli individui in maniera arbitraria, allo stesso modo in cui sono utilizzate contro i 
blogger che non sono d’accordo con la politica del governo. Spesso, incontro siriani giovani e dinamici che coltivano idee che potrebbero aiutare il Paese. Purtroppo vengo a scoprire che viene loro impedito dalle autorità di viaggiare per partecipare a conferenze internazionali. Altri attivisti più sfortunati finiscono in carcere senza un processo.

Poche cose in Siria sono così sbalorditive e frustranti come la censura su Internet. Facebook, YouTube, e Amazon sono costantemente bloccati. Altri siti lo sono in maniera discontinua senza che se ne conoscano le ragioni. Tuttavia sembra che gli internauti siriani siano in grado di aggirare i censori e di accedere a qualunque sito essi vogliano.

Una rivista locale ha recentemente persino pubblicato uno speciale a colori a proposito della dipendenza dei giovani siriani da Facebook. La censura su Internet è inefficace tanto quanto la continua battaglia condotta in Siria per tenere fuori dal Paese la stampa straniera. I giornali e le riviste in lingua inglese compaiono nelle edicole giorni o settimane dopo la loro data di pubblicazione, a seconda del tempo impiegato dai censori a tradurli.

Ma che senso ha tutto questo, quando i lettori siriani più scaltri possono accedere on-line ai contenuti loro negati, e quando gli altri consumatori di notizie riescono a venirne a conoscenza attraverso le loro televisioni satellitari a casa?

Persino il più modesto funzionario arrossirebbe di fronte alla stupidità di questo sistema. Un funzionario della dogana mi ha detto al confine, cercando di parlare in maniera solenne, mentre mi spiegava il motivo per cui non avesse altra scelta se non quella di trattenermi brevemente mentre i suoi colleghi ispezionavano i libri che avevo acquistato in Libano: “La Siria ha molti nemici”. Sembra che la Siria abbia una legge severa per quanto riguarda l’introduzione di libri dall’estero.

Ho risposto: “Se la Siria ha molti nemici allora dobbiamo privare la gente siriana dei libri?”. Dopo una pausa e una risata finale, il funzionario ha affermato scuotendo la testa: “Non sono io a decidere”. E questo è il punto della questione. Immaginate quanto potrebbe migliorare la Siria se la sua popolazione avesse più potere di cambiare il proprio futuro e quello del suo Paese.

di Rasha Elass

Rasha Elass è stata corrispondente del quotidiano The National, degli Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Damasco.
Traduzione a cura di 
Medarabnews
Articolo originale
 

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