lunedì 17 maggio 2010

Iran. quale l'opzione più razionale per la leadership USA?


Sia l’Iran che gli Stati Uniti hanno molto da guadagnare dalla ricerca di un compromesso, e i loro interessi potrebbero essere molto più simili di quanto essi non credano; le altre opzioni sono difficilmente praticabili per Washington; tuttavia, fattori politici interni ed esterni rendono difficile alla leadership USA scegliere l’opzione più razionale – scrive l’analista iraniano Massoud Parsi.

Lo scorso giugno Ahmadinejad fu rieletto presidente dell’Iran dopo una campagna elettorale svoltasi in un contesto insolitamente incerto, lacerante e astioso.
Il voto fu seguito da una serie senza precedenti di manifestazioni, dalle crescenti pressioni internazionali e dall’isolamento orchestrato dagli Stati Uniti, nonostante le iniziali dichiarazioni d’intenti di Barack Obama, il presidente americano.


Ma ora, diversi mesi dopo, il governo di Ahmadinejad sembra essere emerso più forte e più sicuro di sé di quanto non fosse prima delle controverse elezioni.
Un’opposizione che perde vigore
Non solo egli ha mantenuto la sua posizione su alcune delle questioni più controverse della politica estera, ma ha anche lanciato un’aperta sfida al potere di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, che era il secondo uomo più potente del paese dopo l’Ayatollah Khamenei, la Guida suprema.
Ciò ha comportato l’arresto di alcuni componenti della famiglia di Rafsanjani, e la successiva adesione alla linea del governo da parte di quest’ultimo in merito alle proteste di massa.
Nel mentre, Ahmadinejad ha anche continuato a rafforzare la posizione della Guardia Rivoluzionaria a spese della “vecchia guardia” della Rivoluzione, guidata da persone come il defunto Ayatollah Montazeri.
Il regime e le forze di sicurezza sono riusciti a reprimere ogni seria minaccia per il governo, e quello che sembrava un movimento sempre più popolare ha perso vigore come conseguenza delle brutali misure restrittive e degli intrighi politici.
I complotti politici stranieri contro il regime hanno contribuito ampiamente a tutto ciò, facendo sì che il governo riuscisse molto più facilmente a mobilitare il sostegno popolare a proprio favore di fronte alle minacce esterne.
Un attentato suicida di Jundullah (i “Soldati di Dio”, un’organizzazione terroristica sunnita presente nel Baluchistan, nella parte orientale dell’Iran, la quale sostiene di difendere i diritti dei musulmani sunniti in Iran (N.d.T.) ) lo scorso ottobre, in cui persero la vita 40 persone tra cui sei alti comandanti della Guardia Rivoluzionaria, ha segnato un punto di svolta per il movimento d’opposizione.
Il governo ha ben presto attribuito la responsabilità dell’attentato – il peggiore attacco di questo tipo che si sia verificato sul territorio iraniano da decenni – alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, accusandoli di aver appoggiato questo gruppo terroristico.
Una simile minaccia alla pace e alla stabilità interna dell’Iran è stata utile per indebolire l’opposizione.
Inoltre, l’Iran ha continuato a portare avanti il suo programma di arricchimento dell’uranio, con grande costernazione degli altri paesi.
La debolezza degli Stati Uniti
Come è stato possibile tutto ciò? La risposta a questo interrogativo non sta nella forza dell’Iran – che è, dopotutto, un attore decisamente minore nel contesto dei giochi di potere economici, militari e politici globali – ma nella debolezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati.
Gli USA sono una nazione pesantemente indebitata, con un’economia che ha perso progressivamente il suo vantaggio sotto il profilo della competitività, e che è andata vicina ad un collasso totale in una crisi finanziaria in gran parte auto-inflitta.
Ma nonostante i suoi problemi finanziari, nel settore bellico gli Stati Uniti continuano a spendere molto più del resto del mondo messo insieme.
I saccheggi servono a fare bottino, ma questo meccanismo non funziona così bene quando le armi utilizzate sono molto più costose di quel che si è guadagnato nel saccheggio.
Una consapevolezza sempre più diffusa, grazie ai media e ad internet, si presta a mettere in evidenza le contraddizioni intrinseche tra democrazia e saccheggio, rendendo la vita molto più difficile ai propagandisti, e l’imperialismo un affare molto meno remunerativo.
Il fattore cinese
Poi c’è la Cina.
Oltre ad aver sorpreso tutti con la sua rapida ascesa economica, la Cina ha anche accumulato un surplus di molti miliardi di dollari ed è diventata l’investitore che sta tenendo a galla gli Stati Uniti.
Non capita spesso che un debitore detti legge al creditore, ma potrebbe succedere che un nuovo debitore abbia bisogno di tempo per adattarsi ai mutati rapporti di potere economico.
Per il momento, molti economisti liquidano la Cina come un paese molto indietro rispetto ai paesi sviluppati, e in termini di reddito pro capite questo è assolutamente vero – il cinese medio guadagna molto meno, ad esempio, del tedesco medio.
Ma, se le tendenze degli ultimi 50 anni rappresentano un precedente significativo, gli Stati Uniti sanno dove la situazione li sta portando, e in fretta.
Quel che conta più delle dimensioni di un sistema economico sono le forze sottostanti che ne determinano la direzione e lo slancio – un po’ come l’essere un peso massimo grazie ai muscoli piuttosto che al grasso.
E uno sguardo alla storia economica dell’Asia a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – un’era di decolonizzazione – porta a una chiara conclusione: il centro di gravità dell’economia globale si è spostato.
Ciò è diventato particolarmente evidente durante la crisi economica globale, che ha visto le economie occidentali contrarsi, mentre diverse economie asiatiche si sono impennate.
Dettare le regole all’Asia, e specialmente alla Cina, diventerà sempre più difficile per qualsiasi paese.
L’affinità sino-iraniana
Per di più, la Cina ha con l’Iran un’affinità molto maggiore di quanto potesse sembrare inizialmente.
Entrambi i paesi sono tra le civiltà più antiche e fiere; nessuno dei due ha un grande appetito – o un’esperienza concreta – in fatto di democrazia rappresentativa; ed entrambi sono irritati dall’imposizione di questi condizionamenti esterni su nazioni sovrane.
In termini puramente economici, Iran e Cina hanno tutto da guadagnare dal coltivare buoni rapporti tra loro.
La Cina non ha interesse ad assistere al collasso del mercato o del dollaro americano – la sua principale valuta di riserva – ma al di là di questo non c’è molto che gli Stati Uniti possano offrire alla Cina come incentivo per danneggiare l’Iran.
Poi c’è la Russia, che ha tutto da guadagnare da un’impasse tra Iran e Stati Uniti, ma che non ha alcun interesse ad aiutare gli USA a vincere la lotta per l’egemonia nella regione petrolifera.
Fintanto che l’America resterà impantanata in lunghi conflitti che non può vincere, essa non sarà in grado di opporsi all’effettiva rinascita della Russia.
Come ex superpotenza che tradizionalmente ha rappresentato la sfida più grande all’egemonia americana, la Russia ha diversi conti politici in sospeso con gli Stati Uniti, e l’Iran è un ottimo strumento a questo scopo.
Allo stesso modo, all’Iran piace mantenere la Russia contro gli Stati Uniti, ma con gli Stati Uniti negozierebbe volentieri condizioni favorevoli a danno della Russia, un vecchio rivale dell’Iran nella regione.
Le posizioni di Cina e Russia implicano che l’adozione di “sanzioni paralizzanti” contro l’Iran non rappresenti un’opzione praticabile, ed è sorprendentemente ingenuo da parte dell’amministrazione Obama pensarla diversamente.
E con una stanchezza della guerra ormai diffusa nell’opinione pubblica americana, un attacco militare che abbia come obiettivo il programma nucleare iraniano è altrettanto inverosimile.
A corto di opzioni
Dunque, la dura realtà sembra essere che gli Stati Uniti sono a corto di opzioni.
La scelta migliore ora potrebbe essere cospargersi il capo di cenere e negoziare un accordo con l’Iran in qualità di nuova potenza nucleare.
Tuttavia, fattori politici interni ed esterni, affiancati alla costante fissazione di giocare il ruolo di “unica superpotenza”, rendono difficile alla leadership USA scegliere l’opzione più razionale in questo frangente.
Entrambi i paesi hanno molto da guadagnare dal cercare la pace, e i loro interessi potrebbero essere molto più simili di quanto essi non credano.
Le cifre ufficiali per gli aiuti militari americani a Israele attualmente superano i tre miliardi di dollari all’anno. In più, i contribuenti americani sono oppressi dagli aiuti a lungo termine a sostegno di Palestina, Egitto, Giordania e Libano; tutti essenzialmente con l’obiettivo di assicurare il predominio di Israele al servizio di travisati “interessi” americani.
Il contribuente americano è anche gravato dalla necessità di sostenere i massacranti sforzi bellici americani in Medio Oriente, per un ammontare che va ben al di là dei 100 miliardi di dollari all’anno.
Invece, un Medio Oriente in pace, con un afflusso di petrolio e gas stabile e sicuro attraverso il Golfo Persico, farebbe gli interessi di USA e Iran.
Ciò aiuterebbe a ridurre i costi proibitivi delle guerre americane e accrescerebbe le entrate e il potenziale di investimenti dell’Iran.
Aiuterebbe anche a ridurre l’influenza energetica della Russia sull’Occidente aprendo una serie di nuovi canali, in particolar modo per il gas.
E’ tempo di agire
Iran e America hanno condiviso nemici comuni come Saddam Hussein e i Talebani, così come al-Qaeda, ed hanno molto da guadagnare da una cooperazione più stretta anche sugli altri fronti.
Obama ha inaugurato lo scorso anno con la promessa di negoziare con la Repubblica Islamica, ed è tempo che onori questa promessa con i fatti più che con le parole.
Un buon punto di partenza per Obama sarebbe porre fine al finanziamento di operazioni sotto copertura in Iran da parte del Congresso per un ammontare di 400 milioni di dollari – come stabilito per volere di George Bush, e poi rivelato da un reportage di Seymour Hersh nel 2008.
Annullare questi finanziamenti sarebbe visto come un serio gesto di buona volontà, ed eliminerebbe la scusa che il governo iraniano può accampare per reprimere il movimento riformista.
Senza un Grande Satana, il governo iraniano sarebbe costretto ad essere più sensibile e compiacente nei confronti dei desideri degli iraniani.

di Massoud Parsi
Massoud Parsi è un analista e giornalista freelance iraniano; si occupa abitualmente di questioni politiche ed economiche iraniane
Comparso in versione italiana su Medarabnews.com

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