martedì 25 maggio 2010

Il vero obiettivo della legge sulle intercettazioni


Il disegno di legge sulle intercettazioni mina senz'altro il diritto di cronaca. Ma il vero effetto dirompente del provvedimento è rendere meno efficace lo strumento investigativo più utile nelle inchieste giudiziarie. Non vorremmo quindi che nella discussione di questi giorni la giusta reazione dei media spostasse l'attenzione della discussione dal problema cruciale: le intercettazioni sono uno strumento di indagine e reperimento delle prove essenziale per la magistratura. E' prima di tutto su queste limitazioni che va condotta una battaglia civile.
Il mondo dell’informazione si è compattato nelle ultime settimane, coinvolgendo giornalisti con posizioni politiche anche diverse, nell’opporsi al disegno di legge sulle intercettazioni. È un segnale importante che fa emergere i media come uno dei poteri di controllo all’interno di una società democratica.

L’impossibilità di riportare notizie e atti di inchiesta fino al termine dell’udienza preliminare, anche quando questi stessi documenti non siano più coperti dal segreto istruttorio, appare un esercizio di arroganza del potere politico che molti costituzionalisti giudicano destinato a un nuovo frontale con la valutazione della Corte costituzionale. Il divieto di pubblicare il contenuto delle intercettazioni contenute negli atti, nemmeno in forma di riassunto, limita ulteriormente il ruolo dell’informazione nell’orientare l’opinione pubblica. E confonde alcuni eccessi, che pur si sono verificati nella ricerca del particolare sensazionale quanto irrilevante nell’ambito delle indagini, con un bando generalizzato che impedisce al cittadino di conoscere.
LIMITI SOPRATTUTTO ALLA MAGISTRATURA
Sono considerazioni talmente ovvie che viene quasi da vergognarsi di doverle fare. E sicuramente l’imbarazzo è il primo sentimento che affiora quando capita di parlare con amici e colleghi stranieri che chiedono lumi sulle ragioni di questo assurdo provvedimento.
Ma una volta chiarito che il 
diritto di cronaca in una democrazia deve essere assoluto e completo, occorre guardare a questa vicenda in modo più completo, perché temo che la giusta capacità di voice del mondo dell’informazione, unita all’obbligo di riservatezza della magistratura, abbia spostato il terreno del confronto su una parte del provvedimento che non necessariamente rappresenta il vero obiettivo di questa avventura. Nel disegno attualmente in discussione in Parlamento vi sono infatti misure inaccettabili che limitano fortemente il ruolo della stampa, ma limitazioni anche più pericolose che riguardano le possibilità e i modi di utilizzo delle intercettazione da parte della magistratura inquirente. Quando si chiede un grave indizio di colpevolezza per poter richiedere l’intercettazione, quando si allungano i tempi e le procedure per il rilascio dell’autorizzazione, quando si limita a 75 giorni il periodo delle intercettazioni stesse, si sta sostanzialmente rendendo meno efficace lo strumento investigativo più utile nelle inchieste giudiziarie, quello che, una volta tanto, permette di fronteggiare con tecnologie moderne un mondo criminale che certo non deve chiedere autorizzazioni per utilizzare gli ultimi ritrovati in tema di comunicazione.
Sui giornali abbiamo letto in queste settimane molti articoli che hanno provato a ricostruire vicende importanti avviate dalle inchieste giudiziarie, nelle quali il ruolo delle intercettazioni quale strumento investigativo ha consentito di raggiungere risultati fondamentali, qualora il bavaglio alle notizie fosse già stato applicato. Non avremmo saputo, se non a inchiesta conclusa, di storie significative che hanno visto coinvolti episodi di corruzione, malcostume politico e malversazioni economiche, attività criminali. L’esercizio, in qualche misura, è semplice, poiché in questi ultimi anni i giornali hanno esercitato il loro ruolo di mezzi di informazione, al contrario di quanto ha caratterizzato quasi tutta l’informazione televisiva, normalizzata dal controllo governativo e dalla dottrina Minzolini.
Ma questo esercizio, purtroppo, è una sottostima di quanto sarebbe avvenuto con la nuova legge, poiché non può valutare quello che è il vero effetto dirompente di un uso ridotto e addomesticato delle intercettazioni, vale a dire una capacità molto meno incisiva delle inchieste giudiziarie nel reperire evidenze e prove. Molto probabilmente di alcune delle indagini giudiziarie citate in quegli articoli non avremmo saputo non tanto per il bavaglio ai giornali, quanto per l’impossibilità di raggiungere gli 
elementi di prova messi assieme anche attraverso le intercettazioni dalla magistratura inquirente.
Nella discussione di oggi non vorremmo quindi che la giusta reazione dei media spostasse l’attenzione della discussione dal problema cruciale: le intercettazioni sono uno strumento di indagine e reperimento delle prove essenziale per la magistratura, senza cui le indagini avrebbero meno capacità di incidere. È prima di tutto su queste limitazioni che va condotta una battaglia civile. A cui unire la difesa del diritto di cronaca. Non vorremmo invece che la discussione cadesse nella trappola evidente predisposta dal governo, con una attenzione focalizzata sui diritti di informare i cittadini, ma meno vigile sulla difesa dello strumento di indagine per il lavoro dei magistrati. Sarebbe un triste paradosso quello di una battaglia al calor bianco in cui il diritto di cronaca uscisse alla fine meno compresso, salvo poi accorgerci che poco o nulla i giornali potrebbero raccontare ai propri lettori in merito al lavoro della magistratura per la impossibilità delle indagini giudiziarie di 
raggiungere risultati

di Michele Polo

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