domenica 9 maggio 2010

Il socialismo dei ricchi nel declino del liberismo


Un'intervista con lo studioso tedesco Ulrich Beck. L'assenza di una alternativa rende la dissoluzione del neoliberismo un processo contraddittorio che vede i governi nazionali intervenire attivamente a favore di imprese e banche 
In ogni caso, il capitalismo che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni ha perso ogni legittimità, aprendo la strada a un possibile nuovo modello di modernità.

Quello di Ulrich Beck è un vero corpo a corpo con la società. Praticato con quella riflessività che secondo questo studioso tedesco costituisce la cifra peculiare della seconda modernità.
È proprio grazie a uno sguardo critico sull'immaturità storica della sociologia, ancorata all'«insularità seduttiva della coscienza nazionale», che l'autore de La società del rischio ha potuto incrinare l'orizzonte normativo della sociologia novecentesca, sostituendo al nazionalismo metodologico un immaginario inclusivo e ambivalente. L'unico con cui sia possibile fare i conti col presente e immaginare alternative all'architettura nazionale della politica e della democrazia.

Se «l'ontologia sociale-territoriale» dello Stato-nazione mutila l'immaginazione e ostacola la nostra capacità di azione, perché misconosce la natura della società mondiale del rischio in cui viviamo, sostiene Ulrich Beck, lo «sguardo cosmopolita» consente invece di individuare in ogni rischio, oltre all'anticipazione di una catastrofe, il principio di una trasformazione. Un principio latente anche nella crisi economica attuale, da cui potrebbe originarsi «un nuovo modello di modernità». Abbiamo incontrato Ulrich Beck alla London School of Economics, e con lui abbiamo discusso del suo lavoro e dei rischi e delle opportunità del nostro tempo. 


D. Lei ha scritto che «il sistema apparentemente indipendente e autonomo dell'industrialismo ha trasgredito la propria logica e i propri confini», e che in questo modo abbia innescato un processo di auto-dissoluzione, caratteristico della modernizzazione riflessiva.... 


R. L'idea fondamentale è che quanto più la modernizzazione è venuta radicalizzandosi, tanto più le sue conseguenze impreviste hanno minato le istituzioni fondamentali della modernità. L'esempio più evidente è quello del cambiamento climatico: se globalizziamo i modi e i principi del capitalismo industriale, produciamo degli effetti imprevisti che non minacciano solo le istituzioni della modernità, ma l'umanità intera e la natura. Non si tratta del fallimento delle istituzioni o dalla mancata applicazione di quei principi, ma del successo della modernizzazione industriale, che di per sé produce tali conseguenze. 


D. La modernizzazione riflessiva è dunque un processo attraverso il quale tutte le istituzioni che abbiamo edificato e disegnato, e che abbiamo ritenuto producessero e riproducessero l'ordine della società, cominciano a perdere la propria funzionalità. 


R. Prendiamo la scienza, che nel diciannovesimo secolo, in un mondo che si stava modernizzando e che quindi creava nuove ansie, sembrava potesse garantire certezze e garanzie. Oggi ci accorgiamo che, al contrario, quante più prospettive scientifiche introduciamo, tanto più è improbabile che producano certezze. Danno vita semmai a incertezze «fabbricate», perché prodotte attraverso risorse e metodi con i quali pensavamo di governare l'incertezza: nel momento in cui cerchiamo di dominare e gestire l'incertezza, non facciamo altro che produrne nuovi tipi.

Allo stesso tempo, però, i rischi di natura globale stanno attivando una riflessività globale dei rischi, grazie a una «funzione di rischiaramento», che crea una finestra di opportunità, durante la quale le istituzioni che tutti ritenevano indiscutibili diventano parte del dibattito politico, configurando così nuove relazioni di potere. È successo a Copenhagen, quando i paesi più colpiti dal cambiamento climatico e meno in grado di reagirvi hanno conquistato una voce in capitolo. Con la società globale del rischio, dunque, le relazioni di potere fondamentali, le strutture istituzionali, le diseguaglianze sociali, diventano parte della riflessività pubblica in diversi paesi. E su scala mondiale. 


D. Lei ha affermato che «la prima modernità si fonda su una netta distinzione tra società e natura. La natura è concepita come il 'fuori' della società, e come una risorsa e un pozzo funzionalmente infiniti». Ritiene che gli attivisti ambientalisti siamo consapevoli del fatto che non dovremmo più considerare «i problemi dell'ambiente nel senso del mondo che ci circonda, ma come problemi che investono il mondo interno della società»? In altri termini, sta emergendo la «democrazia ecologica» da lei auspicata? 


R. Se ci si limita a considerare l'ambiente solo come involucro esterno alla società, non si perde soltanto la possibilità di comprendere le ragioni profonde del movimento ambientalista, ma si compromette la stessa possibilità politica di trovare soluzioni. Che possono infatti maturare soltanto se si riconosce la combinazione tra natura e società. Che si stia costruendo una democrazia ecologica, è una questione del tutto aperta. Mi persuade molto l'idea di Bruno Latour, che parla di un «Parlamento delle cose», sulla base dell'idea che tutte le cose siano parte dei network in cui siamo coinvolti, e che dunque debbano avere «voce propria» nella discussione pubblica. Mi sembra però che finora non ci siano le basi materiali per questo tipo di partecipazione. Direi il contrario, piuttosto. I climatologi e gli scienziati sono convinti che si debba fare qualcosa subito. Ma quando rivendicano un sistema politico tecnocratico, mettono in discussione la stessa democrazia. La percezione del pericolo genera inevitabilmente una risposta tecnocratica. Proprio per questo occorre dimostrare come, anche in questo caso, la democrazia e le sue procedure siano la condizione per trovare soluzioni efficaci. Dopotutto, la questione del cambiamento climatico è stata sollevata non dagli scienziati o dai governi, ma dai movimenti della società civile. 


D. Lei ha scritto, nel l 2000, che «la legge di ferro della globalizzazione del libero mercato rischia di collassare», producendo «un'inversione della politica neoliberista - non l'economicizzazione della politica, ma la politicizzazione dell'economia». Ora che si è verificata quella «crisi globalmente sincronizzata», cosa ci dobbiamo aspettare? 


R. In primo luogo, direi che sta prevando la politicizzazione dell'economia, fenomeno evidente nella trasformazione di alcuni governi nazionali in governi «socialisti». Un socialismo destinato però a favorire i ricchi, le banche e i banchieri. Ma avviene anche secondo direzioni opposte. Lo dimostra il caso della Grecia e di altri paesi a rischio di fallimento, come l'Italia, la Spagna, l'Islanda. In altri termini, la crisi è ancora in corso e questo determina una effettiva politicizzazione dell'economia, anche se le istituzioni statali dimostrano di essere del tutto inefficaci ad affrontarla.

Su questo si è consumato un grande equivoco: per un certo periodo si è creduto che fosse «tornato» lo Stato-nazione. Ora ci si accorge invece che lo Stato-nazione, piuttosto che intervenire e dimostrare la sua intatta solidità, è in bancarotta, in dissoluzione. Anche uno dei paesi più ricchi del mondo, la Germania, a livello comunale deve chiudere centinaia di attività ed esercizi. C'è però un aspetto della situazione generale che all'epoca avevo sottostimato. Nonostante il suo collasso, il neoliberismo è ancora in piedi e alternative ad esso non esistono. Quando si è dissolto il sistema comunista, il panorama era saturo di ogni sorta di ideologia democratica e neoliberale e di saperi antagonisti. Invece, oggi che è il neoliberismo a dissolversi, non esiste una vera e propria teoria o un sapere «maturo» che possa sostituirlo. Anche per questo Obama, che avrebbe potuto tentare risposte istituzionali inedite, si appoggia ai «vecchi» esperti. D'altronde, chi sono coloro che delineano i nuovi criteri di regolamentazione? Proprio quelli che, pochi anni fa, hanno deciso che non ce ne fosse bisogno. 


D. Secondo alcuni commentatori, però, il modello neoliberista, per quanto indebolito, è destinato a rimanere egemonico ancora a lungo. C'è chi sostiene invece che, sotto le apparenze, questo modello sia ormai irrimediabilmente incrinato, anche se a causa delle sue stesse contraddizioni, piuttosto che per l'azione di quanti lo hanno contestato. Sarebbe d'accordo nel definirlo un modello ancora al potere, benché privo di legittimità? 


R. È così: il sistema capitalistico, e la declinazione neoliberista che ha assunto negli ultimi decenni, è del tutto delegittimato. La crisi ne ha compromesso la legittimità. Le vecchi istituzioni ancora funzionano, i vecchi attori continuano ad operare più o meno come in passato. Eppure, il sistema ha ormai assunto una fisionomia del tutto nuova, proprio perché privo di legittimità. E risulta imparagonabile a quello che era solo dieci anni fa. In questa situazione, può davvero accadere di tutto. Improvvisamente. Nessuno è in grado di formulare ipotesi future plausibili.

Quelli che reputiamo «esperti», guardano nella stessa direzione di sempre, cercando di riprodurre il vecchio ordine, senza accorgersi che un numero incredibile di persone - anche tra la classe media - non vi si identifica più. I dibattiti sugli stipendi dei manager e sulle disparità salariali riflettono nuovi conflitti sociali, anche se parziali, e nascono proprio dal venir meno della forza di legittimazione del sistema. Gli scenari possibili sono tantissimi. Assumiamo per esempio che la «malattia greca» contagi anche gli Stati Uniti, e che anche gli Stati Uniti rischino la bancarotta.
È uno scenario per ora improbabile, ma che potrebbe anche verificarsi nei prossimi due o tre anni. In questo caso, la situazione sarebbe diversa: improvvisamente, i poteri occidentali e le istituzioni ad essi connesse si troverebbe in guai molto seri. E potrebbe davvero emergere un nuovo modello di modernità. Fare ipotesi sul futuro è estremamente complicato, oggi. Ad ogni modo, bisogna cominciare col riconoscere che il sistema capitalistico come lo conosciamo è ormai destabilizzato.

di Giuliano Battiston (il manifesto)

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