lunedì 24 maggio 2010

Il grattacielo di Gazprom e della discordia


Dopo lunghissime esitazioni, il presidente russo Dmitrij Medvedev ha varcato il Rubicone e ha deciso di schierarsi a fianco dei suoi concittadini pietroburghesi e dell’UNESCO, contro le autorità della metropoli baltica e contro il “braccio economico” del regime russo, il monopolio energetico Gazprom. Lo riferisce l’autorevole quotidiano Kommersant. In una lettera indirizzata al ministero della cultura e in particolare al presidente dell’”Unità di protezione del patrimonio culturale nazionale”, Aleksandr Kibovsky, Medvedev dà “stringenti istruzioni” perché la Russia “adempia completamente ai suoi impegni con gli organismi internazionali in materia di protezione dei monumenti e degli ambienti storici, come prevede la convenzione dell’UNESCO”. Un modo un po’ ellittico nella forma ma inequivocabile nella sostanza di affermare che la costruzione del grattacielo di Gazprom nel centro storico di San Pietroburgo non s’ha da fare.

Ricordiamo che su questa vicenda la Russia si è spaccata come su poche altre questioni. Il via al progetto – un altissimo grattacielo (circa 400 metri d’altezza) a forma di pugnale, inserito in grande business-center sulle rive della Neva a breve distanza da monumenti storici importantissimi e con un impatto visivo enorme sul panorama urbano – era stato dato nel settembre scorso dalla governatrice di San Pietroburgo Valentina Matveenko (uno dei personaggi politici locali più vicini al premier Vladimir Putin, anch’egli pietroburghese doc) su richiesta di Gazprom. Contro la costruzione dell’enorme edificio (tra l’altro in aperta violazione della legge che prevede il fermo divieto di costruire edifici alti più di 40 metri sulle rive del fiume) avevano iniziato a protestare moltissimi cittadini, seguiti da istituzioni culturali, da personaggi politici più indipendenti e da diversi media; alle proteste, che dal web erano rapidamente dilagate sui giornali e anche in manifestazioni pubbliche, si era unito l’UNESCO (che include il centro storico di San Pietroburgo tra i suoi “patrimoni dell’umanità”) con un esplicito appello a lasciar perdere il progetto; alla fine anche una voce di grandissimo peso come “Canale 1″, la maggior rete televisiva nazionale, aveva attaccato il grattacielo con un lungo e durissimo servizio andato in onda in prima serata, mentre altri esponenti politici nazionali si accodavano.
Matveenko e gli altri leader pietroburghesi del partito del potere, però, resistevano in silenzio. In pratica, il progetto veniva messo de facto in standby, ma senza che l’autorizzazione del settembre 2009 venisse revocata (secondo la legge, l’ultima parola spetta al governatore). Non mancava chi malignamente sospettava che tutta la tempesta politica e mediatica sulla vicenda fosse stata sollevata e alimentata proprio dallo stesso Gazprom, colpito in pieno dalla crisi finanziaria globale, al fine di precostituire una scusa per rinviare a tempi migliori gli onerosi investimenti necessari alla realizzazione del suo progetto (che era stato presentato in effetti già un paio d’anni prima, in tempi di vacche grasse). Ora però l’intervento del presidente, anche se legalmente non obbliga Matveenko, potrebbe mettere una pietra tombale su tutta la faccenda e chiudere per sempre il progetto-grattacielo.

di Astrit Dakli

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