martedì 4 maggio 2010

Dopo la Grecia toccherà un giorno anche a noi?

Centodieci miliardi di finanziamenti per non fallire e 48 ore di sciopero proclamato dai dipendenti pubblici: la Grecia di oggi sembra non avere imparato la lezione. Tra gli altri paesi considerati a rischio di contagio soltanto il Portogallo è in una situazione di difficoltà paragonabile a quella dei greci. A guardarli con attenzione ad uno ad uno, ci si potrebbe accorgere che i Pigs non esistono davvero.

Mentre l’Eurogruppo approvava all’unanimità il piano da 110 miliardi di sostegno all’economia greca, il sindacato dei dipendenti pubblici greci, Adedy, raddoppiava a 48 le ore di sciopero già proclamate in precedenza e le anticipava a martedì 4 maggio. Uno sciopero contro le “crudeli e brutali misure senza precedenti” del governo Papandreou e contro il “saccheggio dei redditi e dei diritti dei lavoratori” dovuto al congelamento di pensioni e stipendi pubblici. E mercoledì 5 maggio si aggiunge lo sciopero del traffico aereo. Ma la drammatica crisi greca non è solo greca, come si è visto da ciò che è successo sui mercati finanziari di tutto il mondo negli ultimi mesi. La domanda, egoistica ma legittima, che115 milioni di cittadini europei (portoghesi, irlandesi, spagnoli e italiani) si stanno ponendo è sempre la stessa: dopo la Grecia toccherà un giorno anche a noi?
LA TRAGEDIA GRECA, UN ATTO UNICO?
I dati della tabella hanno l’obiettivo di fornire una base logica per ragionare sul rischio di contagio.
Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia - i paesi sotto la lente dei mercati finanziari durante la crisi
Dati 2009Pil (mld euro e in % del totale euro)Deficit pubblico/ Pil (%)Debito pubblico/ Pil (%)Deficit estero/ Pil(%)Risparmio nazionale / Pil disponibile (%)Export manufatti / PilDisoccupati
(febbraio 2010, % della forza lavoro)
Quota occupati pubblici (%  del totale occupati)
Grecia238
(2.6)
13.6115.111.27.47.19.725.0
Portogallo164
(1.8)
9.374.910.010.520.010.413.7
Irlanda164
(1.8)
11.461.32.920.150.913.313.5
Spagna1051
(11.7)
11.551.95.122.417.219.515.1
Italia1521
(17.0)
5.3115.83.418.323.48.814.4
Area euro8918
(100.0)
0.678.70.6n.d.n.d.10.015.1
Note: Deficit estero = disavanzo di parte corrente (colonna 4). Risparmio nazionale = reddito nazionale lordo – imposte + trasferimenti del settore pubblico + trasferimenti di parte corrente dall’estero – consumi finali nazionali delle famiglie (colonna 5).
In Grecia il deficit pubblico 2009 è stato superiore al 13 per cento del Pil. Non solo: il deficit 2009 si è accumulato su un debito pubblico già molto elevato che ha dato luogo alla fine dell’anno a un rapporto debito pubblico – Pil superiore al 115 per cento. Non basta: il deficit pubblico non è compensato dal risparmio privato(il risparmio nazionale è solo il 7% del Pil) ed è dunque quasi interamente finanziato con capitali esteri, come indica il deficit delle partite correnti pari all’11 per cento del Pil (colonna 4).
Questi dati riassumono la macroeconomia di un paese che non ha fatto i compiti prima di entrare nell’Unione monetaria e che è riuscito ad entrarvi, consentendo così al suo settore privato di rinviare al futuro i sacrifici, anche grazie alla manna temporanea dei finanziamenti pubblici per le Olimpiadi di Atene e della situazione di abbondanza di liquidità (e quindi di bassi tassi di interesse) sui mercati finanziari. Il disastro è stato agevolato dalla limitata possibilità della Commissione Europea di monitorare lo stato delle finanze pubbliche dei paesi membri e dall’imperfetta configurazione istituzionale del trattato di Maastricht che, per non chiudere troppo le porte dell’Unione, non ha vincolato in modo stringente le precondizioni di accesso relative all’andamento dei deficit e dei debiti pubblici. Come ciliegina sulla torta si è aggiunta l’irresponsabilità del governo di centrodestra che, nell’infelice tentativo di rimanere in carica, ha innescato un ciclo elettorale più effervescente del solito, raddoppiando in un solo anno il deficit pubblico tra il 2008 e il 2009. Ora la Grecia paga un conto salatissimo per tutte queste noncuranze, sue e non sue.
La disoccupazione registrata è per ora “solo” del 10 per cento circa, dunque in linea con la media della zona euro. Ma in Grecia il sommerso è una frazione molto elevata del Pil: può quindi essere che una parte non indifferente di disoccupati si sia già nascosta alle statistiche ufficiali durante la crisi 2008-09. E la quota di dipendenti pubblici sul totale dell’occupazione è del 25 per cento, di gran lunga la più alta tra i paesi inclusi nella tabella. Vuol dire che le misure di Papandreou colpiranno una frazione elevata degli occupati e che uno sciopero a oltranza dei pubblici dipendenti potrà dar luogo a conflitti sociali più gravi che in altri paesi. Infine, ma certo non meno importante, l’export greco è solo il 7 per cento del Pil e proviene soprattutto dal settore agro-alimentare. E purtroppo feta, olive, turismo e trasporti navali non bastano a sostenere un’economia che vuole consumare in modo globale.

GLI ALTRI PAESI NON SONO COME LA GRECIA
La buona notizia della tabella è che gli altri paesi sono tutti “diversi” dalla Grecia. L’Italia ha un alto debito pubblico (come i greci) ma un deficit pubblico che è diventato relativamente basso rispetto alla media euro. Ha un’ottima capacità di penetrare nei mercati esteri, con l’export di prodotti della meccanica, del tessile, abbigliamento, cuoio e calzature (erano in tutto 140 miliardi di euro nel 2008). La Spagna ha invece un alto deficit pubblico e di parte corrente, oltre a un alto tasso di disoccupazione, ma presenta un basso livello del debito pubblico pari al 50 per cento del Pil. E compensa una certa debolezza nelle esportazioni manifatturiere diverse dalla produzione di mezzi di trasporto con un settore turistico capace di generare 72 miliardi di euro nel 2008 (contro i 55 del nostro Bel Paese). Un discorso simile può essere fatto per l’Irlanda che esportava nel 2008 il 50 per cento del suo Pil, con un quarto di export dai prodotti high-tech, un quarto da prodotti chimici e un quinto da prodotti farmaceutici, grazie alla localizzazione a Dublino e dintorni dei quartieri generali delle multinazionali americane. La crisi ha duramente impoverito gli irlandesi, ma ha anche raffreddato un mercato immobiliare che era troppo cresciuto negli anni precedenti. L’Irlanda rimane la più ovvia testa di ponte per le multinazionali americane che vogliano vendere in Europa senza pagare i dazi della Commissione Europea. Con questi fondamentali, se gli speculatori vorranno attaccare Italia, Spagna e Irlanda si bruceranno le dita. Ma tutti e tre i paesi hanno di fronte l’esigenza ineludibile di ritornare a crescere.
Il paese relativamente più a rischio nella tabella è il Portogallo, il prossimo nella lista per i mercati finanziari. Il Portogallo presenta un elevato deficit pubblico e un elevato disavanzo nei conti con l’estero. Il suo stock di debito pubblico è solo il 75 per cento del Pil, ma si fa presto ad arrivare anche al 100 per cento in caso di crisi di confidenza: se i tassi sul debito salgono a livelli greci e la crescita si azzera, il deficit si trasforma in accumulazione di debito molto più rapidamente. Ha inoltre una propensione risparmiare più simile a quella dei greci che di italiani, irlandesi e spagnoli. Ma il Portogallo ha due vantaggi rispetto alla Grecia. Il primo è che esporta più manufatti (il 20 per cento contro appena il 7 per cento) e ha una struttura economica meno fortemente squilibrata verso l’export di prodotti agro-alimentari. La prima voce delle esportazioni portoghesi viene dai 4.4 miliardi di euro di export del settore automotive e della produzione degli altri mezzi di trasporto, come anche dall’export di macchinari, prodotti tessili e chimici. Il secondo possibile vantaggio è che il presidente della Commissione Europea è portoghese.

COSA ACCADRÀ
Dopo il salvataggio della Grecia, la situazione rimane molto instabile e non si può escludere il rischio del contagio. Anche perché chi opera sui mercati finanziari non ragiona solo a partire da elaborazioni e analisi statistiche fondate su dati come quelli discussi qui, ma considera anche il comportamento del “gregge”. Le azioni degli altri e le opinioni individuali e di gruppo su ciò che si ritiene faranno gli altri operatori influenzano certamente le valutazioni degli investitori.
Eppure, l’analisi di qualche dato riassuntivo suggerisce che la Grecia faccia storia a sé. Tutti i paesi che i mercati finanziari tengono sotto osservazione presentano debolezze dal punto di vista di uno o più indicatori, ma solo la Grecia ha una simultanea debolezza in ognuno degli indicatori (con un punto di domanda solo per il Portogallo). Come ha implicitamente suggerito la signora Merkel, la Grecia è un paese piccolo che può essere salvato con un dispendio non infinito di risorse finanziarie oppure lasciato uscire dalla porta di servizio dell’Unione con un opportuno marchingegno legale nel caso il governo greco non abbia successo nel suo programma di aggiustamento fiscale.


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