sabato 15 maggio 2010

Cronaca di una lunga giornata di terrore nelle strade di Bangkok

BANGKOK - "Vi prego, sono della Croce Rossa. Dobbiamo entrare nel parco a recuperare due feriti gravi, forse morti, ma l'esercito non ci lascia passare. I soldati pensano che siamo ribelli. Se veniamo con voi della stampa forse possiamo convincerli...".
E' stato così che abbiamo visto i corpi di due dei dieci manifestanti delle camicie rosse antigovernative uccisi ieri, nel secondo giorno di accerchiamento della grande cittadella ribelle dentro il cuore del distretto commerciale di Bangkok. Uno era già adagiato nel retro di un'ambulanza dell'Organizzazione umanitaria delle Nazioni Unite riuscita a passare, l'altro era stato appena colpito: gli infermieri strisciavano a terra per raggiungere il suo corpo vicino alla riva del verdissimo laghetto di Lumpini park, evitando i proiettili che provenivano dall'altra sponda dalla quale sparavano i soldati.



E' stato il primo vero giorno di guerriglia metropolitana su larga scala in un esteso quadrilatero della metropoli di Bangkok, con oltre un centinaio di feriti tra i quali altri tre giornalisti.

Si spara ovunque tra il Parco e gli incroci di Phloen Chit e Satorn, all'altezza della stazione dei treni metropolitani di Sala Daeng che divide il distretto commerciale da quello finanziario. Poi di tanto in tanto il rumore di un'esplosione più forte, di certo una bomba, e di nuovo i colpi secchi dei proiettili di gomma e quelli sibilanti delle pallottole vere, l'innalzarsi di una colonna di fumo nero dai copertoni bruciati, l'odore irrespirabile, l'aria già resa densa e acre dai lacrimogeni.

Colonne di soldati tra i grattacieli ai lati del quadrilatero commerciale stringono i 15, 20mila militanti irriducibili dentro un cerchio sempre più stretto su Via Ratchaprasong, tagliando loro la corrente e l'acqua, le provvigioni di cibo, oltre a fermare i nuovi militanti che cercano di entrare dall'esterno delle barricate. Un intreccio di bambù acuminati e camere d'aria avvolti da bandiere rosse segna il perimetro delle strade sotto il controllo dei ribelli, ma tutto attorno i soldati avanzano metro per metro, sparando prima in aria, e poi ad altezza d'uomo. Abbiamo visto interi blocchi della resistenza rossa cedere mentre i militanti - ormai vestiti di tutti i colori - indietreggiavano verso Pratunam e Ratchaprasong, lasciandosi dietro, sul selciato che avevano precedentemente occupato, sassi grandi come sampietrini, molotov e cibo. A volte le strisce di sangue dei loro compagni feriti o uccisi. 


Ovunque le ambulanze spuntate come d'incanto dai parcheggi dell'auto parco di Lumpini corrono a raccogliere uomini e donne colpiti da proiettili e schegge di granata. Gli autisti sono costretti a implorare entrambi di interrompere gli spari e il lancio di oggetti, per lasciargli portare a termine il loro lavoro. Per cercare di convincere i più indecisi a lasciare l'area delle proteste, i militari usano gli altoparlanti sulle camionette: "Siamo l'esercito del popolo, non vogliamo ferire la popolazione. Fidatevi di noi e collaborate. Stiamo solo compiendo il nostro dovere". Ma nel cuore delle camicie rosse d'ogni età e provenienza l'appello suscita l'effetto opposto. "Siete degli assassini come il primo ministro Abhisit".



Molte delle vittime sono state uccise nell'estremo tentativo di difendere con bambù acuminati, fionde, sassi e bottiglie molotov i "territori" attorno al quartier generale sotto assedio, conquistati con due mesi di permanenza al caldo, alla tensione e alle fasi esaltanti di una "battaglia per la democrazia". Per mesi si è detto che questi militanti autoproclamatisi prai, uomini comuni, erano stati pagati dal loro idolo, l'ex premier esule Thaksin Shinawatra, ansioso di tornare al potere. Ma la loro ostinazione a non cedere finché il governo non sarà sciolto e le nuove elezioni annunciate è ormai senza prezzo, visto che rischiano consapevolmemte la vita ogni giorno.

Tutti i militanti che abbiamo incontrato, come la signora Wasana che siede sul marciapiede sotto a una sopraelevata di Ploenchit, nell'ultimo accampamento abbandonato dai suoi compagni dopo le sparatorie, dicono di essere disposti a morire piuttosto che cedere agli ordini del governo di lasciare la loro cittadella. La donna mostra una fionda, e delle biglie d'acciaio, poi la canna di bambù dalla punta acuminata del suo compagno, completamente vestito di nero con una bandana. "Queste sono le nostre sole armi, ma i soldati sparano e ci ammazzano coi fucili. Noi thai siamo tutti buddisti, però solo noi rossi siamo davvero per la pace, mentre loro ci uccidono. E allora, se ci costringono a difenderci, eccoci".

Sembra ormai una via senza uscita, se non attraverso l'inquietante soluzione che tutti temono, una guerra civile, e poi forse un altro colpo di stato, il diciannovesimo della storia thailandese. Ma dal fronte istituzionale continuano a giungere voci rassicuranti. "La situazione è completamente sotto il nostro controllo", dice dagli schermi tv un portavoce del premier Abhisit Vejjajiva, "presto riporteremo l'ordine e le strade di Bangkok torneranno alla normalità".

Molti, però, si aspettano nuovi scontri nella notte, ma la possibilità che la guerriglia finisca davvero presto come ha sostenuto il portavoce governativo sembra ancora remota. Anche dalle barricate dei rossi si sparano granate e bombe rudimentali lanciate da tubi d'acciaio appoggiati sui sacchi di sabbia, e ad ogni colpo i militanti esultano, prima di rintanarsi dietro ai sacchi quando piovono i colpi dei soldati.
Di certo a vederli muoversi, dare e ricevere ordini con i walkie talkie, qualcuno deve aver sostituito lo stratega dell'ala militare del movimento, il generale ribelle Khattyia, detto Seh Daeng, colpito da un cecchino alla testa durante il primo giorno dell'accerchiamento. "Potrebbe morire da un momento all'altro", spiega il chirurgo che ha tentato di estrarre le schegge del proiettile. Seh Daeng aveva osato sfidare non solo il governo, ma i suoi stessi ex alleati a capo dell'UDD, il movimento contro la dittatura ispirato a Thaksin. Li accusava di essere troppo morbidi, di voler far tornare a casa i manifestanti dopo essersi venduti al governo in cambio di soldi e magari promesse. Diceva di essere rimasto l'unico comandante dell'esercito dei prai che si opponeva all'"Èlite", comprendendo con questo termine l'aristocrazia, forse gli stessi Regnanti.

Il sentimento di fedeltà alla famiglia reale e in particolare al riverito Re ultraottantenne Bhumibol, è tale che il Reato di Lesa Maestà è punito severamente per legge, e non sono pochi i casi di uccisioni legate a un'offesa arrecata a un esponente dell'antica dinastia Chakri che regna l'ex Siam da tre secoli e mezzo.
Per ora l'unica cosa certa è che l'uomo che ha sparato a Seh Daeng è svanito nel nulla e non è stata aperta nemmeno un'indagine. Esercito e governo hanno negato che fosse un soldato regolare, e diverse fonti parlano di un ex militare, già seguace del precedente movimento delle Camicie gialle filo-realiste che aveva provocato con manifestazioni oceaniche la caduta di tre governi Thaksin. Qualunque sia la verità, il centro di Bangkok è da due giorni un campo di battaglia dove le vittime potrebbero aumentare a dismisura, se le camicie rosse continueranno a non volersene andare, come sembra.

Il centro commerciale di Ratchaprasong, tra i grattacieli ormai vuoti, è destinato a diventare l'ultimo baluardo rosso nel cuore di Bangkok. Qui si sono annidati gli ultimi irriducibili. Ieri, prima di uscire da uno dei varchi dell'accampamento, abbiamo sentito provenire dagli altoparlanti disseminati ovunque una musica straziante con le parole di una canzone contadina. Tutti ascoltavano in un silenzio quasi religioso. Per qualche istante sembravano aver dimenticato gli spari e un destino che sembra già scritto.

di RAIMONDO BULTRINIFonte: la Repubblica.it

Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori